venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Capozzi: la degenerazione dell’Antipolitica
Pubblicato il 09-03-2018


Intervista ad Eugenio Capozzi, Professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Napoli Suor Orsola Benincasa

Professore, alla luce di questi risultati esiste ancora un’Italia moderata?

antipolitica-m5s-parlamento-pulito-1140x641«Storicamente, il termine “moderato” in Italia ha un significato molto particolare. Non indica una posizione intermedia tra ideologie diverse, ma una corrente politica e ideale che cerca di opporsi a una deriva percepita come pericolosa, sovversiva, nemica della stabilità sociale e dell’ordine. In questo senso, a partire dal Novecento i moderati in Italia sono prima gli anticomunisti, poi anche quelli che temono l’eccessiva invadenza dello Stato e del fisco, e gli insofferenti allo strapotere dei partiti. Insomma, in generale i moderati in Italia sono molto preoccupati, spesso angosciati, e tendono ad atteggiamenti anche radicali.
Nella Seconda Repubblica, Berlusconi rilancia questo concetto in una chiave antipolitica in grado di contenere le sue spinte più degenerative. In altre parole, l’emulsione di populismo e liberalismo del berlusconismo – di cui parla Giovanni Orsina – ha garantito un certo equilibrio nella carica antipolitica seguita a Mani Pulite. Ma i semi gettati dal moralismo e dal giustizialismo di Berlinguer e del Pci-Pds hanno corroso ulteriormente la fiducia nella classe dirigente. Il Movimento 5 Stelle affonda qui le sue radici, e molti moderati si sono fatti risucchiare in questo gorgo anche per il forte sentimento antipolitico che contraddistingue l’Italia. Il populismo pentastellato è un populismo distruttivo, con cui si arriva al paradosso per cui per fare politica bisogna essere totalmente estranei ad essa. È la sfiducia totale nelle élites, è una rivolta distruttiva contro le oligarchie».

Come si spiega il trionfo di due movimenti definiti populisti come la Lega e il Movimento 5 Stelle?
«Entrambi i movimenti, senza dimenticare Fratelli d’Italia, traggono oggi molto consenso dal rifiuto delle forme omologanti della globalizzazione. Quella emersa dal voto del 4 marzo è un’insofferenza verso la pervasività di poteri incontrollabili, è un tentativo di riappropriarsi della sovranità popolare. Detto questo, Lega e Movimento 5 Stelle sono molto diversi. Il partito guidato da Salvini assomiglia ai tanti movimenti sovranisti diffusi in Europa che contestano apertamente le classi dirigenti europee in nome della nazione.
Il grillismo, invece, è un fenomeno ambiguo: non è un populismo sovranista, è un populismo moralista e giustizialista, figlio di Mani Pulite, discendente dalla contestazione alimentata fin dagli anni Settanta dal gruppo Repubblica-L’Espresso. Nasce dal rifiuto della classe politica in quanto tale, e per questo riesce a pescare a destra e a sinistra. Contrappone frontalmente il popolo alla classe dirigente. L’unico paragone internazionale che si può fare è quello con il movimento Podemos, anche se quest’ultimo è in fase discendente. Al contrario il Movimento di Grillo sta cercando di diventare una forza governativa».

eugenio capozziE come spiega, invece, la disfatta di Renzi e della sinistra italiana?
«La crisi della sinistra italiana va inserita nel contesto del tramonto della sinistra progressista e socialdemocratica occidentale. A questa crisi internazionale bisogna sommare le caratteristiche di Renzi che non riesce ad essere una figura elitaria alla Macron, ma nemmeno un populista.
La sinistra non può più utilizzare i suoi metodi di governo. A causa della globalizzazione e dei processi di integrazione europea non può alimentare il welfare in deficit spending e non può più imporre una tassazione eccessivamente elevata. Questa situazione la marginalizza pesantemente. Dopo l’epoca di Clinton e Blair, queste politiche hanno perso il loro appeal. Non è casuale che a guidare il Labour in Inghilterra ci sia Corbyn, esponente di una linea massimalista e “antagonista”.
Insomma Renzi è fuori tempo perché sta venendo meno la sinistra liberale. Inoltre il segretario del Pd, ponendosi in un ambiguo territorio di mezzo tra elitismo e populismo, si trova in una difficile condizione mediana. Insegue i populisti sul loro terreno, ma, come si è visto, è stato inutile perché gli elettori hanno scelto l’originale».

Cos’è cambiato nel rapporto tra gli Italiani e la politica? Sembra che si sia logorato definitivamente il rapporto di fiducia tra masse ed élites.
«In tutto l’Occidente è in corso una rivolta contro le élites. Le masse inquiete e antipolitiche si sono create una nuova forma di ideologia, che consiste nella purezza di una società che non è corrotta dai partiti. Questo fenomeno contestativo, però, varia da luogo a luogo. Il populismo in tutte le sue versioni ha avuto un forte rapporto con la nazione. Secondo questa lettura, le élites sono deprecabili in quanto transnazionali e disinteressate al bene della nazione. I 5 stelle però sfuggono a questa forma di populismo, in quanto in essi, come dicevamo prima, c’è una torsione moralistica e giustizialista che nasce dall’apocalisse giudiziaria di Mani Pulite. Senza questo evento non si può capire la rottura odierna portata dai 5 Stelle. Mani Pulite ha cancellato la classe politica del dopoguerra e ha creato le premesse di un vuoto politico devastante».

Perché il Movimento 5 Stelle si è affermato soprattutto al Sud?
«Perché ha offerto un senso di appartenenza che non è nazionale, ma locale. La sindrome nimby è localistica, e si è diffusa attraverso la contestazione delle opere pubbliche in territori delimitati. In questo senso c’è un’importante convergenza tra grillismo e quella sorta di leghismo meridionale che è il “terronismo”, il neoborbonismo, la lettura della storia italiana che presenta l’unità nazionale come una brutale colonizzazione del Meridione. Essendo poi antimercato e iperassistenzialista il Movimento 5 Stelle ha trovato un grande consenso nelle masse assillate dal precariato e dalla disoccupazione che contestano il potere dell’Ue, delle istituzioni finanziarie e dei mercati internazionali. I 5 Stelle si sono inseriti in questo disagio, l’hanno pilotato e l’hanno convogliato. La corrosione del rapporto tra politica e istituzioni è in loro molto superiore di quello espresso dalla Lega. Sarebbe sbagliato ridurre il M5S, come ora qualcuno sta facendo alla luce dei risultati elettorali, a un leghismo meridionale. Il Movimento 5 Stelle è anche questo, ma il suo appeal politico è molto più articolato e pericoloso».

Nel centrodestra Salvini è riuscito a superare Berlusconi, cosa mai avvenuta da quando esiste questa coalizione. Che significato ha per il centrodestra, quale sarà il suo futuro?
«Il centrodestra si è presentato con un volto nuovo, non più con Berlusconi trionfante. Il centrodestra oggi si può definire liberalnazionale: l’elemento del nazionalismo si è imposto con maggior forza rispetto al liberalismo di origine berlusconiana. Bisogna comunque ricordare che senza la presenza di Berlusconi sarebbe stato impossibile aggregare questa coalizione e renderla vincente.
In ogni caso è finita una stagione, il sogno del miracolo italiano di Berlusconi è sulla via del tramonto. La forza trainante della destra è ora il sovranismo. Ma esso non deve diventare il suo unico orizzonte, altrimenti potrebbe trasformarsi in breve tempo in un fuoco di paglia. Quel che serve al centrodestra è una sintesi tra il liberalismo, il conservatorismo e il sovranismo, che può nascere dai giovani ventenni e trentenni che sono cresciuti senza pregiudizi ideologici, e operano in politica senza timori reverenziali attraverso i social e tutti i nuovi strumenti di comunicazione. Insomma, il centrodestra se non vuole rimanere stritolato dal populismo grillino deve creare immediatamente un grande laboratorio politico in cui sia possibile rilanciare il dibattito ideologico, e lanciare una classe dirigente nuova, nella prospettiva di un movimento/partito unico».

Quali sono gli scenari più probabili?
«Sono molto cauto nell’interpretare questo momento di transizione. La mia impressione è che la sinistra sia destinata ad essere fagocitata in gran parte dai 5 Stelle. Tuttavia, la natura del consenso ottenuto dai 5 Stelle è simile a quella del consenso leghista. Per questo non mi sento di escludere una collaborazione centrata su alcuni temi tra Salvini e Di Maio. In ogni caso ci sono poteri politici, istituzionali, economici interni ed esterni in grado di spingere in un’altra direzione».

Martino Loiacono

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

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