martedì, 19 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Fabio Ruta
La sinistra riformista dopo lo Tsunami
Pubblicato il 12-03-2018


Non una semplice sconfitta elettorale. Ma un vero e proprio, devastante “Tsunami”. In questo modo i commentatori politici dei principali mass-media hanno descritto l’esito elettorale delle sinistre e del centrosinistra a guida PD, cannibalizzato dall’exploit del M5S. L’elettorato ha premiato destre e populisti, promesse mirabolanti senza ombra di copertura economica. Tanto che a pochi giorni dal voto è tutto uno smarcarsi – più o meno esplicito – dalla fattibilità delle proposte di salario di cittadinanza e abolizione tout court della legge Fornero. Lo ha “autorevolmente” fatto persino Marco Travaglio. Che, se avesse anticipato le sue confessioni a prima della chiusura dei seggi elettorali, avrebbe dimostrato di essere un vero giornalista anziché un supporter di parte. Ma ormai l’onda distruttiva si è affermata. Una forza devastante che liscia il pelo ad una rabbia viscerale dai caratteri antipolitici, antieuropeisti, di forte chiusura. Eppure il centrosinistra poteva vantare risultati soddisfacenti. L’aver traghettato in temperie difficili il Paese dal rischio di un default disastroso e di un tracollo irreversibile, ad un inizio deciso di ripresa e crescita occupazionale ed economica. Oltre a significativi (seppur insufficienti) avanzamenti sul terreno dei diritti civili ed individuali (Unioni Civili, Testamento Biologico, Dopo di Noi, Cannabis Terapeutica, ecc.) e della giustizia giusta. Il problema reale della immigrazione massiva – e le paure spesso enfatizzate che ad esso si legano – hanno condizionato l’esito del voto: a prescindere dal fatto che il Ministro Minniti abbia realizzato encomiabili politiche di contrasto e riduzione degli sbarchi e del traffico di esseri umani. Coniugate con strategie di accoglienza diffusa sul territorio ed attività diplomatiche intense nei confronti dei Paesi da cui transitano e passano i flussi migratori. Un pragmatismo capace di coniugare sicurezza ed integrazione: ma non di fare fronte a campagne di retorica nazionalista. Retorica nazionalista, in nome di un Lepenismo alla italiana, guidato curiosamente da un soggetto politico che in origine nasceva sulla rivendicazione di una “questione settentrionale” e di un “italia federale”. Temi abbandonati dalla Lega – a caccia di consensi “sudisti” . Temi che andrebbero ripresi da sinistra, depurati da ogni inflessione secessionistica e xenofoba e ricollegati ad antiche suggestioni di “municipalismo libertario”, ed “autogoverno dei territori”. Ma tant’é. Oggi il M5s è il primo partito. Il centrodestra a trazione Salviniana, è di gran lunga, la prima coalizione. A sinistra litigi, dispetti, scissioni, hanno fatto il resto: facilitando l’opera dei nuovi trionfatori. Il Partito Democratico – seppur malconcio e malandato – resta l’unico traballante argine al peggio. Ho sostenuto la Lista Insieme, ferma allo zero virgola. Da anni auspicavo il rilancio di un progetto che partisse dalla esperienza (radicale, laica e socialista) della Rosa Nel Pugno. Non per riproporla come una fotocopia, bensì per espanderla ed estenderla ad un più vasto mondo ecologista, liberaldemocratico, repubblicano, azionista, federalista europeo. La Rosa Nel Pugno nasceva in una temperie in cui il Partito Democratico assomigliava troppo ad una fusione a freddo tra ex comunisti ed ex democristiani. Una sorta di “compromesso storico bonsai”, come fu da più parti definito. “Compromesso storico-bonsai” poi inaspettatamente mandato in soffitta proprio dalla rottamazione renziana. Quel Renzi, che proveniva dalla sinistra cattolica e persino dalle strizzate d’occhio al primo family day, fu sorperendentemente il segretario che portò il PD nel Partito del Socialismo Europeo e che per primo ha impegnato il suo partito nella realizzazione di provvedimenti come le uonioni civili ed il testamento biologico. Immaginavo allora la RNP come una “gamba” esterna al Partito Democratico, che supplisse al deficit di cultura laica, libertaria e liberale del centrosinistra. Capace di essere un alleato competitivo e di spingere la sinistra italiana, ancora troppo viziata di cattocomunismo, verso un approccio più compatibile con i riformismi europei. Insieme è stata una bella idea. Ma ammettiamolo, un ripiego dell’ultimo momento. Operazioni del genere, lanciate a poche settimane dal voto, sono destinate al sicuro fallimento. Non sufficienti i tempi per affermare nel “mercato politico” un nuovo “brand”. Che viene vissuto come “sospetto” dall’elettorato. Il richiamo allo “spirito ulivista” non ha portato a granché, sapeva di “sguardo nobile”: ma terribilmente rivolto al passato! A nostra parziale discolpa va detto che sino all’ultimo si è tentato di creare un progetto più largo, che andasse da Pisapia alla Bonino. Se si può (sforzandosi) comprendere l’amara rinuncia del primo, crea l’amaro in bocca constatare che Bonino abbia preferito la scorciatoia di una presentazione con Tabacci, piuttosto che scegliere un accordo con Socialisti ed Ecologisti. Molti radicali, in particolare pannelliani, hanno vissuto malissimo questo tipo di deriva. Se si fosse scelto diversamente, oggi una lista radicale-socialista-verde avrebbe superato senza problemi la soglia di sbarramento del 3% . Avremmo un gruppo radicale-socialista-ecologista-laico influente e soddisfacentemente rappresentato in Parlamento. LEU ha mostrato di non essere un “posto per socialisti” (ed oggi va verso una prevedibile scomposizione), alla stregua di Potere al Popolo che pure ha ospitato – in una ottica di massimalismo frontista – una componente ex socialista. Ma in questo quadro nessuno, a sinistra, tra i laici ed i socialisti, ha nulla da festeggiare.

Non solo il Partito Democratico, ma anche i suoi interlocutori o alleati minori (come i socialisti, i verdi, i radicali) sono di fronte ad un bivio. Due scelte alternative: la prima – da evitare come la peste – corrisponde ad aprire una interminabile parentesi di conflitti interni e notte dei lunghi coltelli. Con stucchevoli liti tra correnti e divisione dell’atomo. Con Tentazioni nostalgiche ed identitarie del tutto minoritarie. Poi c’è un’altra via: quella di fermarsi un attimo e di cercare di capire che l’argine al populismo e alle destre si è indebolito. Occorre comprendere con responsabilità quello che ci chiede il nostro popolo: ovvero unità e rinnovamento.Oggi sono convinto che ci voglia una sola grande forza del riformismo europeo in Italia. Capace di essere l’anello di congiunzione tra il PSE, l’ecologismo moderno ed il liberalismo dell’Alde e di Macron. Questa forza non può prescindere dal Partito Democratico (che deve mostrare però apertura e capacità di rigenerazione), ma nemmeno prescindere da una robusta iniezione di identità laiche, Socialiste, ecologiste, repubblicane, liberali, libertarie. Contributi da valorizzare non in quanto portatori di chissà quale consenso percentuale alle elezioni. Ma per la ricchezza culturale e politica che portano e che può contribuire alla rinascita della sinistra italiana di governo. Ci vuole una unica forza della sinistra riformista europea in Italia. L’elettorato si muove ormai – impossibile negarlo – in una ottica bipolare e maggioritaria. Vuole votare per un polo/partito/schieramento potenzialmente di governo e non certo più in nome di un fideismo ideologico o di una appartenenza di partito. Vuole decidere prima e non dopo il voto quale sia la maggioranza che guiderà la legislatura e quale sia il premier. Lo ha dimostrato anche in presenza di questo ibrido prevalentemente proporzionalistico. Non c’è alcuno spazio per operazioni reducistiche, nostalgiche ed identitarie. Si rischierebbe di parafrasare il titolo di un vecchio film: ” sotto al vestito niente”. In Italia non c’è più spazio per un psi bonsai. Come non c’è spazio per una dc bonsai (tra l’altro l’esito elettorale è nefasto per le formazione di ispirazione post democristiana ovunque collocate e ancor di più per l’indigeribile formazione clerico familista guidata da Adinolfi). O un Pci bonsai. Ma c’è invece un grande bisogno della cultura politica del riformismo socialista per ricostruire una sinistra unitaria di governo in Italia. Questa obiettivamente non può prescindere dal Partito Democratico, che deve però aprire una fase due. Che porti definitivamente al superamento della damnatio memoriae dei socialisti italiani. Ed ad una apertura di confronto anche a preziose culture come quelle radicali, ecologiste, repubblicane, liberali, azioniste, federaliste. Quello che penso é che occorra trasferire improduttive energie sino ad ora concentrate sui “contenitori”, al tema dei contenuti. Immaginando una “manutenzione”, “progettazione” e “comunicazione” del socialismo italiano. E partendo dalla radice etimologica di questi termini che implica la analisi, la socializzazione della conoscenza, ma anche la azione diretta. In funzione rigenerante della sinistra riformista del nostro Paese. Rinunciare espressamente alla costruzione dell’ennesimo partitino. Trasfomare il PSI e le altre sigle socialiste che si renderanno disponibili in un network, in un think tank permanente. Una rete, una lega del socialismo italiano. A cui si possa aderire individualmente o come circolo, associazione, fondazione. Che abbia la forma dell’associazionismo, che sia aperta, flessibile, mutevole, inclusiva. Che sappia produrre focus tematici (dalla “laicità” ai “diritti”, dalla “solidarietà” al “nuovo welfare”, alla “Europa”). Una sfida che recuperi nella era dei social e della comunicazione sui nuovi media, le antiche intuizioni delle società operaie di mutuo soccorso e degli albori del socialismo umanista. Con l’obiettivo di portare la comunità socialista italiana, ora rissosa, divisa, marginale e conflittuale, ad unirsi in una comunità solidale, solare, propositiva.

Fabio Ruta

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