lunedì, 23 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Galep, un grande cartoonist al servizio
di Tex Willer
Pubblicato il 16-03-2018


Abbiamo già scritto di Gian Luigi Bonelli, il narratore che ha inventato Tex Willer, protagonista di uno dei fumetti più longevi del mondo che quest’anno taglia il traguardo di 70 anni di pubblicazioni senza interruzione.

1 Se l’estro creativo di G.L. è ancora oggi uno dei cardini del successo dell’inossidabile ranger del Texas, la stessa importanza ha il suo secondo “padre”, quell’Aurelio Galleppini, in arte Galep, che ha inventato graficamente l’universo narrativo di Tex, a cui dal 1948 ha dedicato tutto il resto della sua carriera: un’avventura durata 46 anni.

A ventiquattro anni dalla morte, Galep è sempre uno dei più acclamati disegnatori del nostro ranger del Texas, amato da milioni di lettori, pur con le riserve di parte della critica, e detiene un record ineguagliabile: ha realizzato oltre duemila copertine per tutti gli albi di Tex pubblicati dal 1948 al 1994.

Galep è stato uno dei grandi talenti del fumetto italiano, un genio creativo sacrificato sull’altare di Tex, di cui è stato per anni l’unico disegnatore, poi affiancato da decine di altri bravi autori. In pratica, Galep ha scelto di esiliarsi dentro le storie di Tex e di rinunciare a esprimere il resto delle sue pur notevoli capacità artistiche e creative.

2Galep è nato in Toscana (Casale di Pari, frazione del Comune di Civitella Paganico, provincia di Grosseto, 28 agosto 1917 – Chiavari, 10 marzo 1994) da genitori sardi, il padre di Iglesias, con ascendenze romagnole, e la madre di Portoscuso.  Disegnatori di nasce, e anche Galleppini non è sfuggito a questa regola, come racconta Fosca Marchiò Brignali nella prefazione dell’autobiografia “L’arte dell’Avventura” (Ikon Editrice, 1989): “A tre anni, per farlo felice, bisognava mettergli in mano una matita e un foglio di carta”.

Nel paesino della Maremma impara a disegnare i cavalli, esperienza gli tornerà utile perché l’eleganza e il movimento dei cavalli non si possono inventare. Come non si dimenticherà mai dei paesaggi dell’Iglesiente che, assieme a quelli delle Dolomiti che conoscerà in seguito, trasformerà in scenari western per Tex.

3Nel 1925 la famiglia si trasferisce a Iglesias, in Sardegna, dove il padre ha trovato lavoro ma, purtroppo, si ammala e devono tirare avanti con il solo reddito della madre, che dirige un asilo a Domusnovas. Del periodo dell’Iglesiente restano due note positive che serviranno a formare l’immaginario di Galep, il suo personale archivio mentale; esperienze visive che trasferirà sulla carta iniziando a delineare il suo stile di grande disegnatore di storie d’avventura.

Ospite della villa dei fondatori dell’asilo dove lavora la madre, grazie al cinema in casa scopre i primi personaggi dei cartoni animati made in Usa, Felix The Cat in primis. La famiglia, infatti, possiede un proiettore 16 millimetri, passatempo per ricchi che la Kodak vende intorno ai 400 dollari (dell’epoca).

Dal cinema casalingo al grande schermo. Uno zio del piccolo Aurelio gestisce l’unica sala della zona e lo fa entrare gratis. Qui trascorre molto del suo tempo libero e scopre il cinema western, star come Tom Mix e i grandi film dell’epoca.

Nel 1927 la famiglia di trasferisce a Cagliari. Galleppini continua a disegnare e scopre la pittura. Purtroppo in quegli anni il capoluogo della Sardegna, città mercantile e commerciale di stampo levantino, non ha una scuola a indirizzo artistico adatta alle sue inclinazioni, e deve adattarsi prima all’avviamento commerciale e dopo a un istituto industriale, che frequenta per due anni. “Imparai a scrivere qualche lettera commerciale – ricorda nella citata autobiografia – e ad adoperare lima e martello, sempre utili nella vita”.

Nel frattempo inizia a contattare editori e riviste. Tra la fine del 1935 e gli inizi del 1936 arrivano le prime offerte di lavoro. Esordisce grazie a un rappresentante di giocattoli che gli commissiona delle illustrazioni ispirate a classici tipo Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Gulliver. I disegni vengono trasferiti su spezzoni di pellicola e questa sorta di cartone animato statico servirà per lanciare in Italia il proiettore casalingo Cine dux. Risponde anche il direttore del giornale satirico Marc’Aurelio, che gli propone di illustrare fiabe e disegnare copertine per “Mondo Fanciullo”.

Nel 1937 disegna i suoi primi racconti per “Modellina”, giornale dedicato alle “femminette” di proprietà del “Mattino illustrato” di Napoli, di cui realizzerà un paio di copertine. “Il Mattino illustrato” è il primo settimanale rotocalco a colori italiano, fondato l’11 febbraio 1924 dal giornalista Antonio Scarfoglio, uno dei figli di Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao.

Nel 1937 viene pubblicato il suo primo albo: “Le straordinarie avventure di Pulcino”, creazione di Aurelio Galleppini con i versi di Pasquale Ruocco, supplemento a “Modellina”. Lo stile da cartone animato, il grande formato e la stampa a colori sono gli ingredienti di un immediato successo.

Sempre nel 1937 si trasferisce a Milano dove, dopo un periodo di incertezze, l’amico e sceneggiatore Federico Pedrocchi, direttore del settore stampa per ragazzi della Mondadori, gli affida i disegni di “Pino e il mozzo”. Ed è con questa storia, destinata all’editore argentino Civita, che Galep esordisce nel fumetto d’avventura.

Nel settembre del 1941, dopo il congedo per la morte del fratello in guerra, è uno dei pochi disegnatori, con talento ed esperienza sulle spalle, disponibili sul mercato. Giuseppe Nerbini, che grazie a “L’Avventuroso” e a personaggi come Mandrake, L’Uomo Mascherato e Flash Gordon, è il più importante editore di fumetti dell’epoca, gli offre un contratto e Galleppini si trasferisce a Firenze.

Nel 1942 decide di accorciare il suo cognome in Galep e realizza alcune storie anche per “L’Intrepido”, dell’editore milanese Cino Del Duca. Nel 1943 viene richiamato sotto le armi e ritorna in Sardegna, destinato a una caserma cagliaritana.

Non solo deve smettere di disegnare ma salta anche l’occasione di dedicarsi ai cartoni animati, forse il suo più grande rimpianto. Anton Gino Domeneghini, infatti, lo voleva nello staff dei disegnatori de “La rosa di Bagdad”, primo film italiano in Technicolor che uscirà nelle sale nel 1949.

Alla fine della guerra, Galleppini ritorna a Cagliari e sbarca il lunario riprendendo a dipingere e insegnando disegno in un liceo scientifico e in una scuola media. Realizza anche bozzetti pubblicitari, cartelloni cinematografici per le sale locali e ritratti.

Ma la passione per il fumetto cova sotto la cenere e, appena riprendono i collegamenti tra la Sardegna e il Continente, riallaccia la collaborazione con Nerbini. Purtroppo i magri guadagni lo obbligano a ritornare a Cagliari, dove riceve una nuova offerta di lavoro anche da Cino Del Duca. Così per i due editori realizza una valanga di albi, storie, copertine e illustrazioni. Di questo periodo ricordiamo solo “Pinocchio Le avventure di un burattino”, adattamento del poeta e scrittore Marcello Serra, suo grande amico, pubblicato da Nerbini nel 1947. Sempre per Nerbini realizza le storie di Mandrake, personaggio che non riuscirà mai a digerire.

La grande occasione arriva sotto forma di una lettera del 31 maggio 1948 scritta da Tea Bonelli, allora direttore della Casa Editrice Audace, che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore. Tra la fine del 1947 e i primi del 1948 Galep interrompe i rapporti con Nerbini e Del Duca e inizia a collaborare con l’Audace. Lavora per corrispondenza, ricevendo le sceneggiature e spedendo le tavole finite, sino a quando arriva la fatidica lettera di Tea Bonelli che lo invita a trasferirsi a Milano perché “voleva studiare una nuova pubblicazione che avrebbe fatto scintille”. E fu così che Aurelio Galleppini, stimato professore e apprezzato pittore, mollò Cagliari, insegnamento e tavolozza, per trasferirsi in quel di Milano e riprese l’identità non più tanto segreta di Galep, disegnatore di fumetti.

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Le pubblicazioni diventano due “Occhio Cupo” e “Tex”. La casa editrice punta tutto su Occhio Cupo, personaggio di punta della rivista antologica “Serie d’oro Audace”. Stampata in grande formato, cm. 21 x 29, otto pagine in bianco e nero più copertina a colori, venduta a 30 lire, la rivista è un prodotto di qualità con un’impostazione grafica ben curata così come la stampa, ma è troppo in anticipo sui tempi e resta in edicola dal primo ottobre 1948 al 15 maggio 1945.

Sulla nascita di Tex, apparso in edicola il 30 settembre 1948, lasciamo la parola a Galep, dalla già citata autobiografia: “Il secondo fumetto avrebbe avuto lo stesso formato di un periodico già in edicola, “Il piccolo sceriffo”, edito da una casa editrice torinese (Tristano Torelli, nda); il formato, del tipo “a striscia”, rappresentava, dal lato commerciale, l’ideale per quei tempi in cui i mezzi e le materie prime, compresa la carta, scarseggiavano. Inoltre era tascabile, facile da nascondersi fra le pagine di un quaderno o di un libro: vantaggio da non sottovalutare nella temperie di “proibizionismo culturale”, in cui il fumetto era visto alla stregua di un veicolo di corruzione dei ragazzi. (…) Le storie sarebbero state ambientate nel West, come quelle del Piccolo sceriffo, e per le sceneggiature la signora Bonelli decise di rivolgersi al suo ex marito, Giovanni Luigi Bonelli, specialista nel settore. Dalla Liguria, dove G.L. Bonelli risiedeva, giunse la prima sceneggiatura di Tex Killer. Dati i pregiudizi esistenti contro i fumetti, il cognome, d’accordo con l’autore, fu cambiato in Willer, prima che si andasse in stampa”.

5Per i primi mesi Galep disegna i due personaggi sottoponendosi a un vero tour de force. Di giorno si dedica a Occhio Cupo, dal segno molto accurato e di grande impatto visivo, e la notte a Tex, rubando molte ore al sonno. La chiusura di Occhio Cupo cambia tutto perché Galep può dedicarsi esclusivamente alle storie di Tex curandone al meglio tutti i dettagli. Decide anche di ritoccare il volto del ranger, che da sosia di Gary Cooper diventerà quasi il suo doppio.

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Chi scrive ha conosciuto personalmente Galep a Mantova, all’inaugurazione de “La ballata di Tex : 1948/1988: 40 anni di un protagonista”. Una mostra itinerante immaginata da Claudio Bertieri, disegnata da Gianni Polidori (scenografo e costumista che ha lavorato con grandi registi come Visconti e Fellini), e con la collaborazione di Aurelio Galleppini.

Allestita a Palazzo della Ragione la mostra ha proposto per la prima volta una ricostruzione scenografica dell’West di Tex Willer con gli ambienti caratteristici, tipo il saloon, la prigione, la stalla, la miniera e l’ufficio dello sceriffo, con sagome a colori in formato gigante dei protagonisti principali, buoni e cattivi, e una rassegna di tavole dalle migliori storie di Galep e degli altri disegnatori.

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Timido, riservato e di poche parole, quando ha riconosciuto cognome e accento sardo, Galep si è rilassato, accettando di dedicarmi il disegno di Kit Carson, che pubblichiamo a corredo di questo articolo, e di farsi fotografare tra le sagome dei suoi eroi, anche se trasferire una diapositiva di 30 anni fa in un file non è stato facile.

Galep è stato un disegnatore di grande talento troppo schivo per atteggiarsi a star, una persona squisita che ha saputo mantenere intatta la sua straordinaria carica umana. Troppo schivo anche per rispondere alle critiche che hanno accompagnato soprattutto gli ultimi anni della sua carriera. Alla fine, però. una risposta (quasi uno sberleffo) l’ha data con la copertina di Tex 400, il suo ultimo albo pubblicato nel febbraio 1994, poche settimane prima della morte.

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In primo piano c’è Tex che cavalca verso il tramonto e si gira per salutare il lettore sorridendo e sventolando il cappello. Un addio ma anche un arrivederci nel segno dell’Avventura, dentro quelle storie disegnate da un grande maestro che finché avranno un lettore non tramonteranno mai, regalando al suo autore attimi di eternità.

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Antonio Salvatore Sassu

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