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Opinioni e commenti
 

Il macigno sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini
Il Mattino
Ugo Intini
Pubblicato il 20-03-2018


di Ugo Intini

Di Maio e Salvini si dichiarano i trionfatori delle elezioni e pretendono pertanto la guida del governo. Certamente hanno vinto se si considera che hanno largamente superato il risultato precedente e tutte le previsioni. Ma, quanto al trionfo, le cifre e i fatti sollevano seri dubbi: le cifre e i fatti che ci vengono dall’esperienza storica e anche dalle democrazie normali.

Di Maio sostiene che con il suo 32,66 per cento sarebbe un insulto se gli fosse negata la presidenza del Consiglio. Eppure, se ci si guarda indietro nel tempo (o intorno in Europa) si trovano esempi innumerevoli che suggeriscono il contrario.

Nel 1992, la DC di Forlani prese una percentuale un po’ inferiore ma quasi un milione di voti in più di M5S (perché, nonostante il minor numero di cittadini elettori, la percentuale dei votanti fu molto più alta di oggi). Tuttavia, il leader democristiano fu da tutti dichiarato sconfitto per il calo netto del suo partito e dovette lasciare la presidenza del Consiglio al socialista Giuliano Amato.

Il partito comunista, pur avendo ottenuto in molte elezioni una percentuale di consensi (rispetto agli aventi diritto al voto) superiore a quella di M5S, fu sempre escluso dal governo e cionondimeno mai gridò allo scandalo. C’era la guerra fredda, è vero. Ma i suoi capi storici erano pur sempre tra i padri della Costituzione e mai avevano delegittimato il Parlamento o le istituzioni come Grillo.

La Merkel ha avuto una percentuale maggiore di Di Maio (e ha fatto sì il governo). Ma non dopo aver criminalizzato e svillaneggiato i suoi potenziali alleati. Bensì dopo aver rispettosamente e pazientemente negoziato i programmi e i ministeri (quelli che da noi si chiamano “poltrone”) con tutti: prima (senza successo) con verdi e liberali, poi, finalmente, con i socialdemocratici. Se avesse mostrato una aggressività pari a un decimo di quella di Di Maio, nonostante il suo curriculum (non esattamente uguale) avrebbe fallito.
Altre epoche? Altre realtà nazionali? Certo. Ma la normalità è questa: nella nostra storia come nell’Europa di oggi. Resta, e pesa sugli entusiasmi di Di Maio e Salvini, il macigno che non si può nascondere. M5S ha preso il voto di un italiano su quattro. La Lega di poco più di un italiano su otto (perché –non bisogna mai dimenticarlo-ha votato soltanto il 72,93 per cento).
Sulla base di questi semplici dati, sorprende che al trionfalismo di di Maio e Salvini non venga rimproverato l’eccesso (e persino il ridicolo). Ma la spiegazione sta anche nel fatto che troppo a lungo si sono trascurate le cifre (e con esse il senso delle proporzioni). Il PD ad esempio ha governato sino a ieri con una larga maggioranza assoluta dei deputati, ma avendo ottenuto alle elezioni del 2013 il consenso di meno di un italiano su cinque. Il che ha probabilmente contribuito a una reazione di rigetto.
Nessuno ricorda che il quadripartito Forlani- Craxi (considerato travolto e delegittimato dalle elezioni politiche del 1992 prima ancora che da Mani Pulite) ottenne la maggioranza assoluta dei seggi e il 49 per cento (non il 37 come l’attuale centro destra). Prese due milioni di voti più della coalizione che (con Berlusconi nel 2008) realizzò il successo più grande nella storia della seconda Repubblica.
La mitizzazione del maggioritario e del bipolarismo, con la connessa demonizzazione del proporzionale e del multipartitismo, ha consolidato in questa seconda Repubblica (in contrapposizione alla prima) una mentalità che ha esaltato il valore della governabilità e trascurato quello della rappresentatività. Al di là di ogni limite (e del rispetto per i numeri). Sino a che la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire. Anche per questo sono state ignorate tanto a lungo le cifre sui voti veri.

Adesso non c’è più il bipolarismo, il sistema maggioritario si è ridotto a un terzo dei seggi, ma la mentalità è dura a morire. Molti leader politici continuano nei proclami muscolari del “noi“ contro “loro” e nel definire “inciucio“ la ricerca (normale nelle democrazie proporzionali) di punti di equilibrio e compromesso. Come ad esempio quelli che hanno portato alla presidenza del Consiglio Spadolini (con il 3,03 per cento dei voti repubblicani) e Craxi (con l’11,44 per cento dei voti socialisti).

Non si vede neppure che quel terzo di uninominale rimasto non ha garantito affatto il vantaggio tipico del sistema e cioè la possibilità di scegliere persone rispettate e radicate nel territorio. I candidati nei collegi uninominali sono risultati infatti per lo più sconosciuti e il voto è stato dato non ai tanti “signori nessuno”, bensì ai simboli di partito. Il sistema (pur ridotto a un terzo dei seggi) ha prodotto invece danni ulteriori. Il primo danno è stato l’instabilità, perché l’uninominale si è mosso come un elefante nella fragile barca della nostra democrazia, destabilizzandola con spostamenti rapidi e imprevisti. Come in Sicilia, dove il centro destra ha vinto nettamente le elezioni regionali creando l’aspettativa di un cappotto a vantaggio di Berlusconi (simile a quello del 2008). E invece, dopo soli quattro mesi, M5S ha fatto l’ en plein. Il secondo danno (e più grave) è stato l’effetto moltiplicatore nella divisione dell’Italia. Perché ad esempio il Veneto ha eletto nei collegi uninominali di Camera e Senato 28 parlamentari su 28 della destra, mentre la Sicilia ne ha eletti 28 su 28 di M5S. Come se le due regioni si trovassero su pianeti diversi e come se tutti gli altri partiti non esistessero.

La mentalità maggioritaria crea l’insofferenza alla mediazione e anche la propensione a cercare come giocatori di poker la conquista dell’intero piatto rischiando il tutto per tutto (magari ripetendo la partita, ad esempio con immediate nuove elezioni). Senza il suo superamento, sarà difficile trovare soluzioni. Anche perché molti degli attuali leader politici sono cresciuti con questa mentalità e con essa hanno conquistato la leadership di partiti ormai disabituati al paziente dibattito (o addirittura completamente privi di democrazia interna).Hanno sostituito la propaganda da talk show alla cultura di governo e alla politica (che è l’arte del possibile, non del picchiare i pugni sul tavolo). Hanno preferito la costruzione dell’immagine a quella della realtà.

“Italy votes for iresponsability”- ha sintetizzato nel suo titolo l’Economist. Ma l’irresponsabilità è stata alimentata dai leader politici stessi. Non solo, come è stato ampiamente ricordato, con le promesse più mirabolanti. Ma anche con una contraddizione clamorosa: quella di cavalcare l’antipolitica pur essendo politici di professione, che non hanno mai avuto in vita loro nessuna altra occupazione se non la politica stessa (da Renzi a Di Maio e Salvini). Forse, per uscirne, bisognerebbe tornare alla razionalità e pertanto alle cifre. Quelle dei voti veri, che sarebbero un antidoto all’arroganza megalomane. E ancor più quelle dell’economia, che sarebbero un antidoto alla politica dei regali per tutti (per i disoccupati del Sud come per gli evasori fiscali del Nord).

Ugo Intini

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