lunedì, 23 aprile 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il reddito di cittadinanza non è per il superamento del capitalismo
Pubblicato il 16-03-2018


Gorz-ott

Di recente è comparso in libreria un volume, curato da Willy Gianinazzi, che raccoglie alcuni scritti di André Gorz, col titolo “Il filo rosso dell’ecologia”. Tra gli scritti, ve ne è uno dedicato al ruolo del reddito di cittadinanza, che Gorz chiama “reddito di esistenza”; l’argomento era stato trattato originariamente dal filosofo-economista francese nel libro intitolato “L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale”, edito in francese e in italiano nel 2003, pochi anni prima che Gorz morisse.

Come filosofo, Gorz è sempre stato portatore di un pensiero anti-economista, anti-utilitarista e anti-produttivista, che l’ha condotto a rifiutare la logica capitalista delle crescita continua e del consumismo; la sua opposizione all’individualismo edonista e utilitarista, come al collettivismo materialista e produttivista, ha sempre riflesso l’importanza che egli ha assegnato alla rivendicazione del valore sociale della persona, strettamente coniugata alla corrispondente rivendicazione dell’autonomia dell’individuo.

E’ impossibile formalizzare un corpus stabile e coerente del pensiero di Gorz, perché egli è sempre stato propenso ad affermare il suo anti-economismo, anti-utilitarismo e anti-produttivismo, in funzione dell’impatto che sul suo pensiero hanno avuto i problemi di maggior rilievo insorgenti durante l’evoluzione delle modalità di funzionamento dei siatemi capitalistici. Agli effetti dell’”ondivagare” della sua riflessione filosofica sui problemi di natura economico-sociale, non è risultato estraneo il ruolo e la funzione del reddito di cittadinanza.

Riguardo, appunto, al reddito di cittadinanza (o reddito di esistenza, secondo il lessico di Gorz) il “pensiero gorziano – afferma nell’Introduzione il curatore del libro Willy Gianinazzi – non ha smesso di evolversi e di approfondirsi. Nel 1990 Gorz credeva soprattutto che un reddito garantito incondizionato rischiasse di scavare un fossato tra i lavoratori integrati e quelli considerati come semplici scarti”.

All’inizio del nuovo secolo, l’erogazione del reddito di esistenza è stata invece connessa al riconoscimento delle potenzialità “sovversive” della ‘produzione di sé’”, nel senso che esso consentirebbe l’autorealizzazione dell’individuo, indipendentemente dalla valorizzazione del capitale. Il reddito di esistenza, secondo Gorz – acquisterebbe così “tutto il suo significato se venisse concepito – secondo Gianinazzi – come uno strumento utile a favorire lo sviluppo di attività non mercantili, come quelle legate all’economia solidale, o la nascita di attività locali di autoproduzione individuali o collettive che potrebbero contribuire alla produzione di nuove ricchezze”; ricchezze fatte di “valori d’uso non misurabili e dall’estensione di legami sociali”. In altre parole, per Gorz, se il reddito di esistenza fosse erogato solo per rendere possibile il consumo, non si farebbe altro che alimentare il feticismo del denaro, con il risultato di mantenere i suoi beneficiari sotto il giogo del capitalismo.

Sia l’interpretazione che nel 1990 Gorz ha dato del reddito di esistenza, inteso come reddito incondizionato, sia quella formulata dallo stesso Gorz all’inizio del nuovo secolo sono estranee al significato e alla funzione del reddito incondizionato che coloro che l’hanno formalizzato in tempi successivi hanno inteso assegnargli. All’origine James Meade ha attribuito al reddito di cittadinanza, inteso come reddito universale e incondizionato erogato a favore di tutti i cittadini, in sostituzione del più “burocratizzato” (e non equitativo sul piano distributivo) welfare State; a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, un gruppo di economisti, facenti capo all’Università di Lovanio, hanno finalizzato il reddito di cittadinanza alla compensazione della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro (in stato di disoccupazione irreversibile, originata dalle moderne forme di funzionamento de capitalismo), con l’intento di realizzare le condizioni di una stabilità economica compatibile con una condivisa equità distributiva.

Gorz, assegnando al reddito di esistenza un ruolo ed una funzione “eversivi” e di superamento del capitalismo, si pone fuori dalla prospettiva degli economisti di Lovanio; ciò determina l’insostenibilità del suo assunto che vorrebbe che il superamento dell’”ordine economico” esistente possa determinarsi con l’erogazione di un “reddito sociale”, reso disponibile proprio dall’”ordine” che dovrebbe essere superato, grazie soprattutto, secondo la sua analisi, con l’avvento dell’”economia della conoscenza”.

La rivoluzione informatica, afferma Gorz, “ha dato avvio, facendo delle differenti forme di conoscenza la principale forza produttiva, a quelle trasformazioni che hanno messo in crisi le categorie fondamentali dell’economia politica. La cosiddetta economia della conoscenza […] non è altro che un capitalismo che cerca di ridefinire le sue categorie chiavi – il lavoro, il valore, il capitale – e che facendo questo si estende a domini che fino ad ora erano sfuggiti alla sua logica”. Gorz spiega il processo di formazione dell’economia della conoscenza e dei suoi effetti nei termini che seguono.

Con l’avvento dell’informatica, ogni risultato dell’attività lavorativa ha acquisito una “componente cognitiva sempre più determinante”; si è trattato di una componente non formalizzata e codificata, ma “di competenze acquisite con l’esperienza pratica”; il modo in cui tali competenze sono impiegate “non è mai né predeterminato, né dominabile. E’ un fatto che dipende dall’investimento di se stessi nel lavoro”, che non è il lavoro di Smith o di Marx, dal quale origina il valore sostanziale, comune a tutte le merci prodotte, ma una conoscenza immateriale, considerata dalle imprese il loro “capitale umano”. Esse si appropriano di questo capitale, facendo diventare i lavoratori stessi degli imprenditori, responsabili del loro lavoro, mentre la “loro messa in concorrenza […] serve a costringerli ad interiorizzare l’imperativo del profitto”. In questo modo, il lavoratore diventa un’impresa e lo “sfruttamento è rimpiazzato dall’autosfruttamento”, del quale si avvantaggiano le imprese, alle quali gli “imprenditori di se stessi” vendono il risultato della propria attività lavorativa.

Il conflitto centrale che in tal modo viene a determinarsi, tra forza lavoro e capitale, non mette in causa il “dominio” che quest’ultimo ha esercitato fino ad oggi sugli uomini, per mezzo delle macchine; mette “in causa l’egemonia dominatrice dello spirito tecnoscientifico – della razionalità ‘cognitivo-strumentale’ che ha fornito alla tecnica i mezzi di ‘violare e schiavizzare’ tutto l’Esistente”. Se si mette in discussione la strumentalizzazione con cui sinora il capitale si è espanso, allora – afferma Gorz – “bisogna mettere in discussione anche tutto l’indirizzo delle scienze”; perché le scienze sono sempre state un parente stretto del capitale, e viceversa. Ora, poiché la digitalizzazione della conoscenza ha determinato un processo di espansione del capitale, per la cui creazione la forza lavoro, pur in presenza di una crescente disoccupazione, è divenuta sempre meno necessaria, diventa urgente e inevitabile l’introduzione di un reddito di esistenza.

Questo reddito, però, non può essere finanziato secondo le modalità tradizionali; ciò perché il finanziamento dovrebbe avvenire all’interno di un’economia che “produce sempre più merci con sempre meno lavoro produttivo di capitale”; quindi un’economia che, pur in presenza dell’accrescimento della produttività, distribuisce sempre meno mezzi di pagamento, rendendo inevitabile una generalizzata instabilità, qualora si pretendesse il suo concorso al mantenimento della crescente disoccupazione, attraverso il finanziamento di crescenti trasferimenti di reddito “tramite prelievi fiscali sui salari e sul plusvalore”.

In tal modo, l’erogazione di un reddito di esistenza rivela, secondo Gorz, la necessità di un’altra economia, per via dell’obsolescenza di quella “fondata sul lavoro mercantile”. Di conseguenza, l’erogazione di un reddito di esistenza cessa di avere lo stesso ruolo e la stessa funzione delle sue forme anteriori. Queste, sempre secondo Gorz, si limitavano a richiedere allo Stato sociale la rivendicazione di una parte del “plusvalore prodotto”; ora, l’erogazione di un reddito di esistenza è imposta dalla necessità del superamento del capitalismo.

Perché questa prospettiva di trascendimento del capitalismo possa diventare reale, l’erogazione del reddito di esistenza deve essere ricondotta al fatto che la disoccupazione delle forza lavoro non significa ”né inattività sociale né inutilità sociale”, ma soltanto estraniazione di una quota crescente delle forza lavoro dalla creazione di capitale; una parte di quest’ultimo, essendo esso un “bene collettivo”, viene “messa in comune”, attraverso il reddito di esistenza, per il mantenimento delle forza lavoro involontariamente disoccupata.

In questo modo, conclude Gorz, si ha uno “spostamento” della giustificazione del reddito di esistenza, che da economica, diventa politica; ciò vale a rendere lo sviluppo di tutte le “disposizioni creatrici” degli uomini un “fine in se stesso”, perseguito “perché lo si desidera e non come una produzione di sé obbligata, richiesta dall’imperativo di occupabilità”. Il reddito di esistenza, perciò, nella prospettiva di Gorz, fuori dalla logica capitalistica, assume il significato non di “un reddito di consumo ordinario grazie al quale dei disoccupati possano acquisire tutte le merci che sono loro indispensabili”, ma di un reddito per il consumo di beni prodotti sulla base di una divisione del lavoro sociale affrancata dalla logica propria del modo di produzione capitalistica.

Ciò che Gorz manca di considerare è che il finanziamento di un reddito di esistenza, come egli lo intende, pone inevitabilmente un problema irrisolvibile sul piano macroeconomico, in quanto non viene spiegato come tale forma di reddito possa essere finanziata; se il reddito di esistenza è concepito come strumento per il superamento del modo di produzione capitalistico e non come misura di una politica economica a sostegno della redditualità di chi perde involontariamente lo status di occupato, occorre giustificare il modo in cui, dal punto di vista macroecoenomico, un sistema produttivo che, utilizzando sempre meno lavoro, per effetto del progresso tecnico-scientifico, e distribuendo sempre meno salari, possa continuare a conservarsi funzionante. In altri termini, occorre giustificare come un sistema economico fondato sulle modalità di funzionamento descritte da Gorz possa evitare il collasso, se il reddito di esistenza viene sottratto al ruolo di stabilizzatore del processo produttivo, per essere destinato al finanziamento del “consumo ordinario”, grazie al quale i disoccupati possano acquisire i beni dei quali abbisognano. In mancanza di ciò, diventa ardua la spiegazione del come può essere finanziato il reddito di esistenza.

In conclusione, la concezione gorziana di un reddito di cittadinanza non finalizzato a garantire la stabilità di funzionamento del sistema economico e l’equità distributiva, con l’erogazione di un reddito a favore della forza lavoro in condizione di instabilità occupazionale (involontaria e irreversibile), non sfugge alla considerazione critica che può essere formulata nei confronti di tutte le proposte volte a svincolare il reddito di cittadinanza (o reddito di esistenza) dall’esigenza che esso risulti strumento per il conseguimento dell’equilibrio macroeconomico del sistema produttivo.

In altre parole, la proposta di Gorz di assegnare al reddito di esistenza una funzione diversa da quella che gli è stata attribuita, per rimuovere i limiti del welfare State, non può che risultare contraddittoria rispetto al corretto funzionamento del mercato capitalistico, cui è finalizzata l’erogazione del reddito di cittadinanza correttamente inteso.

Gianfranco Sabattini

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento