venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La flat tax e i suoi presunti effetti positivi
Pubblicato il 20-03-2018


flatFrancesco Forte, già docente di Scienza delle finanze all’Università di Torino, in un piccolo libro dal titolo “Tutta la verità sulla flat tax”, spiega perché, a suo parere, un’”imposta piatta”, uguale per tutti sul reddito delle persone fisiche (ad esempio, del 23%), oltre a scoraggiare l’evasione fiscale, per via della diminuzione dell’aliquota d’imposta, farebbe aumentare gli investimenti e l’occupazione e, conseguentemente, il prodotto interno lordo del Paese e il gettito fiscale.

La flat tax, in percentuale uguale per tutti i contribuenti, è un’imposta proporzionale e non progressiva, cosicché il gettito all’erario aumenta proporzionalmente all’aumentare del reddito. I presunti vantaggi attesi dall’introduzione di una flat tax nel sistema fiscale italiano sono diventati materia di dibattito e di confronto politico in occasione della campagna propagandistica che ha preceduto l’ultima consultazione elettorale e l’istituzione dell’”imposta piatta” motivo di impegno programmatico da parte dei partiti della destra. Il problema dell’istituzione di una flat tax in Italia era stato però oggetto di discussione già negli anni passati.

Nel suo libro, Forte ricorda che, a livello teorico, la flat tax è stata ideata da Milton Friedman nel 1958, quindi ripresa “negli anni Ottanta da due economisti americani, Robert Hall e Alvin Rabushka, in uno scritto che fu fatto conoscere in Italia dall’economista liberale Antonio Martino”, mediante un volume edito dal Centro Ricerche Economiche Applicate.

In particolare, nel 1981, Rabushka – come ricorda Eugenio Occorsio, in “Alvin Rabushka il ‘profeta’ della flat tax che ispira Lega e Fi” (Affari & Finanza” di Repubblica del 26 febbraio 2018) – “in quel momento membro della Tax Policy Task Force voluta da Reagan, pubblicò un articolo abbastanza rivoluzionario sul Wall Street Journal. Titolo: The route to the flat tax”.

Successivamente, come lo stesso Rabushka racconta nell’intervista telefonica concessa ad Occorsio, egli è venuto a Roma ospite di Francesco Martino, in occasione della sua partecipazione a un convegno organizzato dalla Luiss, per discutere sulla novità della flat tax. Qualche anno più tardi, Martino ha portato Rabushka ad incontrare Berlusconi, col quale lo studiosi americano ha intrattenuto stretti rapporti per tutto il tempo in cui è durata l’esperienza politica di Forza Italia. Non casualmente, quindi, la prima proposta politica di introdurre una flat tax in Italia è stata fatta da Belusconi, includendola nel suo programma economico in occasione della sua decisione di “scendere in campo”; proposta che, però, non ha avuto seguito.

L’idea di Rabushka si è lentamente accreditata nei primi anni Duemila presso molti Paesi, non particolarmente avanzati sul piano economico; i casi più noti sono quelli di Russia, Lettonia, Lituania, Serbia, Ucraina, Georgia e Romania. La motivazione principale a sostegno dell’introduzione della flat tax è stata che, per suo tramite, sarebbe stato possibile aumentare le entrate fiscali, soprattutto per via della presunta diminuzione spontanea dell’evasione. Su questo punto, la maggior parte degli economisti è però del parere che sia molto difficile pareggiare in maniera automatica gli effetti dell’abbassamento delle aliquote con la lotta contro l’evasione fiscale, soprattutto in Paesi moderni e sviluppati, che dispongono già di efficaci strumenti per contrastare l’evasione.

In Italia, dopo il nulla di fatto seguito alla prima proposta del governo di Berlusconi, nel 2005, il tema della flat tax è stato ripreso dai Radicali Italiani di Marco Pannella, con la proposta di introdurre un’”imposta piatta” al 20%; nel 2008, la Destra – Fiamma Tricolore, guidata da Daniela Santanchè, ha avanzato l’idea di introdurre una flat tax sul reddito al 20%, comune a persone fisiche e giuridiche. Nel 2012, il Popolo della Libertà ha predisposto uno studio per valutare l’opportunità di introdurre una flat tax al 23%; proposta, quest’ultima, confluita nel libro dell’economista Emanuele Canegrati “Una flat-tax per l’Italia”, con prefazione di Alvin Rabushka e con un contributo di Kurt Leube, entrambi questi ultimi della Stanford University. La proposta prevedeva l’introduzione di una tassa proporzionale al 23%, che poteva scendere fin sotto la soglia del 20% se la previsione circa la diminuzione dell’evasione si fosse verificata, ma con una detrazione elevata e crescente all’aumentare del numero delle persone a carico.

Nel 2015, lo stesso Francesco Forte, assieme a Domenico Guardabascio, ha presentato una proposta di flat tax del 22%, affiancata da addizionali locali del 3% al di sopra di un certo importo di reddito; in questo modo, secondo Forte e Guradabascio, sarebbe stato possibile armonizzare la flat tax globale del 25% con l’imposta sulle società e con quella sulle rendite finanziarie. Nel 2016, Armando Siri, in “Flat tax. La rivoluzione fiscale è possibile”, ha presentato per conto della Lega un’articolata proposta di flat tax con aliquota del 15%, con una notevole perdita in termini di gettito fiscale cui si sarebbe fatto fronte con misure straordinarie e ordinarie. Nel 2017, l’Istituto Bruno Leoni, un think tank economico di idee liberali, ha presentato una proposta di flat tax del 25%, con “una deduzione di base di sette mila euro per nuclei familiari con un solo adulto aumentata per nuclei con due adulti o diverse caratteristiche comprendente tutti i redditi tassati attualmente con cedolari secche e con la deduzione di specifiche spese di produzione del reddito di lavoro dipendente e integrazione del reddito degli incapienti, con un costo di 4 punti del PIL da recuperare con un’equivalente riduzione della spesa pubblica”.

Infine, nell’autunno del 2017, in previsione della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, la flat tax è entrata nei programmi dei partiti delle destra, secondo due diverse declinazioni da Lega e Forza Italia; con una flat tax, rispettivamente del 15% e del 23&. Entrambe le formazioni politiche hanno potuto sostenere che, con l’innovazione fiscale da loro proposta diverrebbe possibile aumentare la crescita e l’occupazione attraverso una più equa distribuzione del carico fiscale e la realizzazione dell’equilibrio del bilancio statale con lo scoraggiamento dell’evasione.

L’aumento della crescita e dell’occupazione sarebbe determinato dal fatto che la flat tax ridurrebbe in sostanza l’asprezza dell’imposta sul reddito delle persone fisiche; sostituendo l’Irpef, che è un’imposta progressiva per lo più gravante sui redditi da lavoro, la flat tax farebbe diminuire il costo della forza lavoro occupata dalle imprese, motivandole in questo modo ad espandere la loro produzione e, di conseguenza, a favorire l’aumento del PIL. Gli effetti positivi dell’introduzione della flat tax non saranno immediati, ma gli eventuali squilibri del bilancio pubblico potranno essere compensati, nei primi anni, dalla minore evasione. Ciò perché, a parere di Forte, i molti “contribuenti che evadono quando le aliquote sono elevate, non lo fanno se sono moderate”. Inoltre, con la semplificazione del sistema fiscale, reso possibile dall’introduzione della flat tax, il fisco avrà “più mezzi per cercare chi evade”, mentre “una parte dei contribuenti che hanno redditi all’estero potrebbe decidere di rientrare”.

Col tempo, perciò, sarà inevitabile assistere, secondo Forte, al dispiegarsi degli effetti positivi della flat tax, “in termini di gettito e di occupazione dovuti alle nuove iniziative, derivanti cioè dalla convenienza della minore tassazione”. In ogni caso, a parere di Forte, in un Paese come l’Italia, “con un alto debito pubblico e regole di bilancio di conteniemento del deficit che servono a ridurlo, la flat tax dovrà avere un’attuazione graduale, senza danni per i conti pubblici con un programma predefinito, così da generare subito un orizzonte tributario favorevole alla produzione del reddito e dell’occupazione”.

Molte sono, però, le critiche e i dubbi circa la possibilità di introdurre un’innovazione fiscale qual è quella che dovrebbe essere realizzata con la flat tax. Innanzitutto vi è chi considera l’”imposta piatta” incostituzionale. Da più parti si sostiene, infatti, che all’articolo 53 la Costituzione sancisce che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, nel senso che chi ha redditi più alti deve pagare le imposte in maniera più che proporzionale rispetto a chi fruisce di redditi minori. I proponenti della flat tax ribattono alla critica dell’incostituzionalità delle loro proposta sostenendo che la Costituzione prevede un sistema “complessivamente progressivo”, mentre le singole imposte possono non esserlo.

Inoltre, anche la motivazione fondata sullo scoraggiamento dell’evasione è considerata molto irrealistica, in quanto la flat tax avrebbe scarsi effetti sul contenimento del fenomeno. Ciò perché andrebbe a colpire una platea di contribuenti che è, per circa il 90%, costituita da lavoratori dipendenti e pensionati, ovvero di contribuenti che non possono evadere, visto che hanno le trattenute effettuate direttamente alla fonte; quindi i presunti vantaggi attesi da una diminuzione dell’evasione sarebbero molto incerti.

Anche i sostenitori della flat tax, come i membri dell’Istituto Bruno Leoni, che pure la ritengono praticabile, criticano le aspettative fondate su una diminuzione dell’evasione fiscale; essi hanno definito la proposta dei partiti della destra non credibile, in quanto carente sotto il profilo delle coperture e delle visione più generale del sistema fiscale. I membri dell’Istituto, infatti, sostengono che la riforma del sistema fiscale, determinata dall’introduzione di una flat tax, avrebbe un costo annuo che l’Italia non sarebbe in grado di sopportare, mentre i responsabili dei partiti di destra sostengono che l’introduzione di una flat tax nelle misura da loro proposta si “ripagherebbe da sola”, attraverso il ricupero dell’imponibile che si sottrae all’obbligo fiscale per via dell’alto livello della tassazione.

A parte la mancata dimostrazione della certezza della minore evasione, è lo stesso Alvin Rabushka ad indicare nell’intervista concessa ad Occorsio le difficoltà di introdurre in Italia una flat tax. Il professore di Stanford, pur osservando che i dubbi sugli effetti positivi attesi dall’introduzione di una flat tax possono essere fugati solo con la sperimentazione, ha modo di affermare che in Italia la sperimentazione andrebbe incontro ad un problema difficile da risolvere: a causa della consistenza dell’evasione e della complessità del sistema fiscale, “stando ai nostri studi – conclude Rabushka -, sfugge alla contabilità ufficiale un quarto del PIL italiano”. Serve uno sforzo fortissimo e determinato, perché se il sistema fiscale è complesso e “complicato” non si sa da dove cominciare. Per il raggiungimento di tale obiettivo quanto tempo occorre e a quale costo? A questi interrogativo, coloro che propongono la flat tax hanno sinora mancato di dare precise risposte.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Dalla “schermata” che ci consegna l’Autore sull’argomento ricaviamo che si tratta di materia piuttosto controversa, e ciascuna opinione in proposito è sicuramente legittima, ma se risponde al vero, come si legge, che l’applicazione della cedolare secca, riguardo agli affitti per uso abitativo, ha prodotto un incremento delle entrate fiscali, per le casse pubbliche, pari al 40% circa, significa che il principio della flat tax non è privo di ragioni e fondamento – stando almeno al dato “oggettivo” di cui dicevo – e potrebbe portare ad un duplice risultato, ossia abbassare da un lato la pressione fiscale, che mi sembra essere un obiettivo comune e, dall’altro, mettere a disposizione delle Istituzioni maggiori risorse destinabili a chi si trova in condizioni di necessità (è di fatto un modo per soddisfare i bisogni e riconoscere i meriti, come si proponevano i socialisti negli anni Ottanta).

    Paolo B. 24.03.2018

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