domenica, 16 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La nuova pelle dei Cinque Stelle
Pubblicato il 02-03-2018


Ormai è ufficiale, il Movimento 5 Stelle ha cambiato pelle. La presentazione dei ministri di un eventuale governo Di Maio segna il punto apicale di questo mutamento. Pur nella sua bruttezza istituzionale e formale questa mossa si è rivelata decisiva per il futuro del movimento fondato da Grillo e Casaleggio.

La fase del Vaffa, come riconosciuto dal comico-megafono, si è definitivamente conclusa. Il Movimento 5 Stelle non è più quello delle origini. Non è più il movimento dell’uno vale uno, della casalinga di Voghera in grado di fare il ministro dell’economia, della democrazia diretta.

Questo perché i ministri scelti da Di Maio sono per la stragrande maggioranza professori e professionisti nominati dal candidato premier e non eletti tramite la Piattaforma Rousseau.

Con questa decisione si nota che: 1) uno non vale uno perché le professionalità e le competenze differenziano nettamente i potenziali ministri dalla ‘gente’ (termine ultrainflazionato nella propaganda grillina). Una casalinga quindi non vale come un economista e viceversa. Di Maio ha capito che senza una precisa conoscenza tecnica non si può governare un sistema complesso come uno Stato. 2) La democrazia diretta funziona fino ad un certo punto, perché la squadra di governo non è stata scelta tramite una votazione online.

Siamo di fronte ad un Movimento 5 Stelle 2.0, molto diverso da quello contestativo e sbraitante di Grillo e Casaleggio padre, fatto di rabbia e dallo strapotere della Rete. Quello di Di Maio è un movimento in giacca e cravatta che incontra imprenditori e gruppi finanziari senza farsi grossi problemi, pronto a scavalcare la volontà degli iscritti per ottenere il potere. Non a caso nella squadra di governo, oltre a di Maio, si registrano solo due parlamentari uscenti: Fraccaro e Bonafede. Tutti gli altri provengono dall’esterno.

Anche il linguaggio si è fortemente moderato. Di Maio non attacca frontalmente gli avversari per demolirli. A differenza di Di Battista che incarna il movimento delle origini (basti pensare alle invettive contro Berlusconi e Renzi), Di Maio apre anche al dialogo su precisi punti programmatici. Non è un appiattimento su quella che più volte Grillo definì Casta ma è un processo di istituzionalizzazione di un movimento fortemente contestativo.

Riuscirà la strategia di Di Maio a portare il Movimento 5 Stelle al governo? Ad oggi sembra molto difficile, ma non impossibile. Sia perché la trovata di marketing sulla lista dei ministri ha posto il M5S al centro del dibattito mediatico preelettorale, sia perché, come emerso dal fuorionda di Fitto, i pentastellati sembrano fortissimi nel Sud Italia. Area che tutti gli analisti accreditano come decisiva per gli esiti di queste elezioni.

Martino Loiacono

Laureato in Lettere, esperto della Storia dell'Italia Repubblicana e appassionato di politica. Mi occupo di comunicazione pubblica e istituzionale.

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