martedì, 13 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Italia sul crinale
Pubblicato il 16-03-2018


Non passa giorno che dall’Europa non vengano in varie forme messaggi rivolti a Mattarella perché grazie alla sua moral suasion si formi un governo, non qualunque, che contribuisca a quella nuova Europa che sta per partire grazie al tandem Francia-Germania sapendo quanto sia necessario l’apporto strategico dell’ Italia, il più stretto cordone ombelicale con le sponde africane. Appello a Mattarella per stretta analogia col ruolo determinante svolto dal socialista Presidente della repubblica tedesca perché si riformasse la grande coalizione tra democristiani e socialisti. Un parallelismo ancora più impegnativo per il centrosinistra al fine di salvaguardare il prestigio internazionale del nostro Presidente della Repubblica. Un compito questo di tutto il centrosinistra e non solo del PD. Se vuole riaccreditarsi come forza di governo non può cedere alla tentazione fallimentare dell’Aventino, che nella vulgata popolare sarebbe interpretata come vedovanza dal potere.

Ci sono tutte le premesse a partire da quelle numeriche per le quali vale la pena ricordare il sano pragmatismo craxiano prima dell’accecamento del potere, quando con la metà dei voti del centrosinistra di oggi ( potendo vantare un’ultima squadra di governo che non teme confronti con quelle della stessa breve durata) tenne in scacco i due ben più consistenti contendenti la DC e il PCI. Decisivo anche allora fu il quadro di riferimento delle alleanze internazionali ed una prospettiva sicura di sviluppo democratico. Qui è bene ribadire un concetto, finora del tutto disatteso, ed è che la funzione di un nuovo centrosinistra, auspicabilmente unitario, anche in un nuovo soggetto politico mirato al lavoro ed alle autonomie crescenti fino all’Europa, non è riconducibile all’ago della bilancia ed in forza dei numeri in grado di far pendere il piatto della bilancia dalla parte di uno dei due contendenti, centrodestra o M5stelle, ma piuttosto al ruolo dello scambio dei binari all’uscita dalla stazione della seconda Repubblica con la preminente responsabilità di sapere come indirizzare il futuro democratico del Paese.

Si rimprovera a Renzi di non avere approfondito prima le sconfitte a livello delle autonomie, asse portante del PD grazie alla migliore classe dirigente del Paese, quella locale ereditata dalle maggiori componenti per aver tenuto in vita l’alternanza democratica in periodo di guerra fredda e poi quella del referendum del 4 dicembre. Sì, proprio com’è accaduto nella successione di Gentiloni a Renzi nel governo, a maggior ragione nel PD si deve andare oltre Renzi a partire da Renzi da quanto di positivo per il presente ed il futuro, in condizioni quasi proibitive, la gestione Renzi è stata capace di strappare in tema di sbocco democratico verso una democrazia forte con istituzioni governanti e governabili piuttosto che verso la tentazione dell’uomo forte per somma di poteri Un rischio grande se si dovesse andare incontro ad una prolungata instabilità col conseguente scarico di responsabilità sugli altri che avrebbero impedito la realizzazione di promesse fuori contesto italiano ed europeo di fattibilità. Chi dentro e fuori del PD ha il coraggio di ammettere che bocciando L’italicum con la sua previsione di ballottaggio, strappata alla destra (altro che inciucio!,) e perciò di un vincitore sicuro senza più alibi da scaricare su altri le proprie inadempienze, si è persa una grande occasione? Ed ancora bocciando il referendum istituzionale insieme all’acqua sporca (?)non è stato buttato il bambino della più urgente riforma, la fine del bicameralismo paritario, ultima sopravvivenza in Europa, come dire che vogliamo correre in formula uno ricorrendo ad una macchina d’epoca?

Su questi due punti essenziali sarebbe auspicabile un governo di scopo a termine. Per la legge elettorale valutare in via prioritaria il modello francese a doppio turno con la partecipazione come in Francia di tre finalisti, corrispondente al nostro tripolarismo, riproponendo al livello costituzionale almeno la fine del bicameralismo paritario nel rapporto Governo-Parlamento e la sfiducia costruttiva contro le imboscate assembleari affidando le decisioni ad un’assemblea costituente da eleggere senza aggravio di costi in contemporanea con le elezioni europee e con l’apporto di tutti.

Una scelta che permetterebbe nell’anno di generale armistizio di valutare quale delle due formazioni maggiori riesce a depurarsi più credibilmente dalle tentazioni sovraniste antieuropeiste che porterebbero dritto all’avvento della troika al governo del Paese. Allora sì dovremmo essere noi a richiedere un referendum contro l’avventurismo e l’isolamento del Paese!

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