mercoledì, 15 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Loreto Del Cimmuto
serve una nuova sinistra
Pubblicato il 15-03-2018


Non serve la chiusura del PSI, serve una nuova sinistra

L’altro giorno in direzione ragioni di tempo e logistiche hanno imposto una chiusura degli interventi quando ancora c’erano molti iscritti a parlare. Niente di insolito. Proverò a sintetizzare quanto avrei detto prima che anch’io votassi contro le dimissioni del segretario. Perché contro? Perché le dimissioni erano e sarebbero tuttora del tutto inadeguate, in senso letterale; cioè al di sotto di ciò che la drammaticità delle condizioni di quel che resta del socialismo italiano richiede. Il problema infatti non è quello di azzerare un gruppo dirigente quando è tutta, o quasi, la comunità socialista ad essere stata azzerata, qualsiasi linea politica nei mille rivoli carsici che la caratterizzano essa abbia intrapreso. Quindi mi proverò a sintetizzare alcuni punti dicendo subito che io sono contro ogni ipotesi liquidazionista del PSI. Sono però anche convinto che si debba lavorare subito al suo superamento. Può apparire una contraddizione. Tuttavia, come diceva Mao, “dove c’è contraddizione c’è vita”, quindi me ne fotto di questa apparente contraddizione per dire che la piccola barchetta del PSI bisogna portarla da qualche altra parte, tutti insieme, ora che la sfida è più alta, che quell’altra parte diventa un approdo lontano, tutto da cercare, che riguarda non solo noi ma tutta la sinistra, italiana (e quindi del PD in primo luogo), europea e persino mondiale. E non possiamo restare indifferenti a ciò che si muove dentro quel partito, perché volenti o nolenti per esso passa una possibile risposta al populismo e al sovranismo.

Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale

Visto da lontano infatti il risultato italiano appare perfettamente in linea con le sorti che hanno riguardato tutta la sinistra europea: un voto contro le elites e contro l’establishment con cui la sinistra viene a torto a ragione identificata.  E qui sta un primo limite, nostro e della sinistra. Continuiamo a sviluppare le nostre riflessioni dentro i confini angusti delle sinistre “nazionali” avendo nello stesso tempo perso il radicamento e il contatto con il territorio, con quelle realtà dove le spinte della globalizzazione e le controspinte del residuo modello novecentesco di produrre, distribuire ricchezza e fare welfare, generano le contraddizioni e i conflitti che mettono uno contro l’altro proletariato urbano, ceti medi impoveriti e immigrazione. Quindi cominciamo a porre, a noi e al PD, il tema di una rifondazione della sinistra europea. Se c’è la globalizzazione ci vuole una sinistra globale. È nell’orizzonte più ampio dell’Europa e delle società aperte, prima che si richiudano su se stesse, che va cercato l’approdo. Citiamo spesso i radicali ma impariamo poco dalla lezione di Pannella che per primo pose il tema del partito transnazionale.

Dall’era analogica di Berlusconi a quella digitale di Casaleggio

Visto da vicino invece il risultato italiano ci consegna una particolarità che fa, ancora una volta, del nostro paese un laboratorio dove si sperimentano modelli e proposte politiche che guardano decisamente fuori dai canoni della democrazia rappresentativa, liberale e democratica, che finora abbiamo conosciuto. Se il partito azienda di Berlusconi corrispondeva all’era analogica dei conflitti di interesse e della concentrazione dei media e dell’informazione, il partito azienda di Casaleggio corrisponde all’era digitale dell’informazione a rete e diffusa di internet, dei social media e dei “big data”, il c.d. petrolio di domani. La sinistra è apparsa troppo spesso ciecamente illuministica. Votata ad abbracciare ogni innovazione tecnologica non ne ha colto il suo carattere parziale e niente affatto neutro. Per timore di apparire luddista è diventata acriticamente scientista. Così abbiamo multinazionali che fatturano più di uno stato, tracciano profili e possiedono informazioni sensibili di milioni e milioni di persone, ne condizionano stili di vita e modelli di consumo sfuggendo od eludendo forme progressive di tassazione dei propri profitti. Con il movimento 5 stelle abbiamo inaugurato il primo “big data party” e tardiamo a coglierne il devastante potenziale anti democratico. Potenziale che potremo disinnescare e orientare se, anche qui, non ci attardiamo a difesa di istituti che scricchiolano un po’ ovunque ma se su questi riusciamo ad innescare positivamente, anche per rinvigorirli, istanze partecipative e temi che la democrazia rappresentativa non riesce a contenere. Mi riferisco al dibattito sui beni comuni, a quello sull’economia circolare, alle sperimentazioni di forme di democrazia diretta che possono integrarsi con quelle più tradizionali della rappresentanza per delega, che spesso, nella creazione di ceti politici, si traduce in delega senza rappresentatività. Sono temi che dovrebbero essere cari ai verdi nostri recenti compagni di viaggio.

Un welfare meno statalista e più socialista

La nostra rete di amministratori locali, che va curata e persino organizzata, potrebbe benissimo cimentarsi con questi temi avviando e sperimentando nuovi modi di “fare amministrazione”, sviluppo locale e soprattutto welfare di territorio. E qui sta un altro tema, quello del welfare, centrale nella definizione di una sinistra che proprio sul “welfare state” ha costruito le proprie fortune. Siamo sicuri che non si possa fare welfare senza “state”? Senza cioè necessariamente far conto sull’intervento protettivo dello Stato, “dalla culla alla tomba”, nella crisi generale e strutturale della finanza pubblica e della scarsità di risorse?

Siamo certi ad esempio che non sia proprio cercando nell’autonomia della società civile, nella sua capacità di auto organizzarsi oltre l’intervento riparatore dello Stato, nelle forme di sussidiarietà orizzontale alle quali i corpi intermedi e le formazioni sociali possono dar vita, che non vada invece ricercato il germe di un socialismo nuovo, meno statalista e più… socialista, appunto? Se lo Stato è bene continui ad occuparsi degli ultimi, di chi non ce la fa, forse è il caso di lasciare all’autorganizzazione sociale, sostenuta da forme di fiscalità innovativa la ricerca di un welfare che parte veramente dal basso.

Proprio nei corpi intermedi, nel terzo settore, nelle associazioni di categoria, nella rappresentanza sociale, dove spesso scopriamo una nostra presenza dispersa, potremmo trovare l’infrastruttura umana e sociale, le competenze necessarie a una rifondazione del socialismo del terzo millennio, anche per sottrarre queste formazioni al rischio sempre presente di una loro corporativizzazione.

Di fronte agli sconquassi prodotti dalle nuove tecnologie che divorano lavoro e agli sconquassi dei flussi migratori che se ne fregano dei confini e bussano per avere una fetta della torta,può ben darsi che alla fine scopriremmo che i limiti e le sconfitte della tradizionale sinistra socialdemocratica stiano proprio nell’aver prodotto una società deresponsabilizzata, che avendo coltivato nella società del benessere certezze ora venute meno, minacciata nel godimento dei propri diritti sociali, rivolge proprio contro la sinistra il suo grido di protesta.

Possono sembrare temi astratti, tuttavia sono questi alcuni dei nodi che dovremo affrontare. La sinistra, e noi nel nostro piccolo, deve tornare a fare ricerca sociale, cogliere i mutamenti profondi della società, dell’economia e della vita delle persone.

Inizia una lunga navigazione ma “l’ardente periplo continua, il capo è di buona speranza”.

Loreto Del Cimmuto
Segretario federazione romana PSI

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Commenti all'articolo
  1. Nello scritto c’e il merito di mettere tutto in discussione.
    La globalizzazione obbliga ad avere una visione globale. Non abbiamo più un progetto o qualche idea un po’ originale da proporre agli elettori. Forse non abbiamo più quanto serve per poter studiare a fondo i bisogni attuali e per elaborare proposte. Forse non abbiamo nemmeno i soldi per poterlo fare e per diffondere il progetto al fine di raccogliere i consensi o le critiche.
    Ora la direzione e il segretario dovranno elaborare qualcosa da sottoporre all’assemblea poi al congresso. Può andare bene ma, credo, sarebbe stato meglio che gli organismi direttivi rassegnassero in blocco le dimissioni rinviando la ratifica a congresso convocato. Comunque non credo che i compagni vogliano imputare il disastro elettorale a Nencini e all’attuale classe dirigente. Il disastro è di tutta la sinistra. Tuttavia, dopo questo risultato, proprio per bloccare sul nascere le dimissioni credo siano un atto dovuto.

  2. Sinistra baronale, lontana dal mondo del bisogno, elitaria, sradicata dalle origini popolari.
    Se questa è l’analisi che fa Nencini oggi, dopo la disfatta, sta affermando che la direzione del Psi a tutti i livelli si è disinteressata dei bisogni dei lavoratori in generale, una grande assunzione di responsabilità. Mi sembra paradossale che questo gruppo dirigente del Partito, non avendo avuto una linea politica autonoma per anni, seguendo e accodandosi alla linea politica del pd, oggi possa dare risposte alla società che dovrebbe rappresentare e pensa persino di indicare una nuova linea politica a tutta la sinistra. Per questi motivi e per affrontare serenamente un’analisi approfondita del voto e delle eventuali strategie per dare risposte ai bisogni della nostra società e riconquistare la fiducia, bisogna che tutti i gruppi dirigenti si presentassero dimissionari

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