giovedì, 13 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Made in Italy, non si ferma la fuga delle imprese
Pubblicato il 14-03-2018


Inps

IN CALO GIORNI DI MALATTIA

Nell’ultimo quadrimestre 2017 sono calati del 13% i certificati di malattia nel pubblico impiego e del 10,6% i giorni passati a casa dai dipendenti pubblici rispetto allo stesso periodo del 2016. Sono questi alcuni dei dati registrati dal Polo unico dell’Inps per le visite fiscali dei lavoratori pubblici e privati tra settembre e dicembre scorso. Complessivamente nella Pubblica amministrazione le visite effettuate dal Polo sono ammontate a 144mila. Per quel che riguarda il settore privato, invece, i certificati medici hanno registrato un calo del 2% e i giorni di malattia del 3,3%. A presentare i dati è stato direttamente il presidente Inps, Tito Boeri, nel corso di una recente conferenza stampa.

Il Polo unico per le visite fiscali “ha scoraggiato atteggiamenti opportunistici da parte dei lavoratori” ha detto il presidente Inps, Tito Boeri, rivendicando così la funzione anti-furbetti della nuova attività dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, estesa dal maggio scorso ai lavoratori pubblici.

“Si sono fortemente ridotte le certificazioni presentate in vista del fine settimana”, ha spiegato Boeri, ribadendo come nell’ultimo quadrimestre del 2017 i dati registrati siano stati “molto incoraggianti”. “C’è ovviamente ancora molto da imparare – ha precisato – Ci stiamo muovendo su un terreno per la maggior parte inesplorato, ma i dati indicano che l’impegno ha avuto già effetti importanti”.

A livello territoriale il numero dei certificati presentati dai lavoratori pubblici è sceso del 10% al Nord e del 14% al Centro. Il calo maggiore è avvenuto al Sud con il 16% rispetto al -4,6% del privato. Il deciso calo dei giorni di malattia del 10,6% invece è da imputare a una diminuzione dei certificati di breve durata. In termini relativi, infatti, la percentuale di lavoratori con almeno un giorno di malattia sul totale dei lavoratori passa, nel settore pubblico, dal 33% del 2016 al 29% del 2017 con una flessione di 4 punti percentuali mentre il numero dei lavoratori con almeno un giorno di malattia scende nel 2017 dell’11% nel pubblico e del 2% nel privato.

Per quello che concerne il tasso di idoneità il Polo unico dell’Inps ha registrato come ogni 100 visite effettuate nel pubblico il 38% risulti con esito di idoneità contro il 34% nel privato. Quanto al tasso di riduzione della prognosi il monitoraggio Inps certifica un livello basso sia per i lavoratori pubblici (2%) che per quelli privati (4%).

Tornando alla flessione nel numero medio dei certificati dei lavoratori pubblici l’Inps ha registrato come da 7 certificati ogni 10 lavoratori nell’ultimo quadrimestre del 2016 si sia passati a 6 certificati ogni 10 nel 2017 mentre i privati hanno confermato il dato di 4 certificati ogni 10 lavoratori. Le giornate media di malattie infine sono rimaste inalterate nel pubblico, circa 10 giorni di media, con poca differenza dal privato.

Nel settore pubblico la maggior parte delle visite, infine, sono effettuate su richiesta dei datori di lavoro, solo il 10% sono disposte d’ufficio e il tasso di idoneità è molto diverso: 40 ogni 100 visite richieste dal datore di lavoro contro 17 ogni 100 disposte d’ufficio. Un fenomeno, annota ancora l’Inps, che non si verifica per il settore privato per il quale il tasso di idoneità è molto simile nei due casi (35 quelle d’ufficio e 32 per quelle datoriali).

Agenzia delle Entrate

ARRIVANO I CHIARIMENTI SUI PIR

Arrivano i chiarimenti delle Entrate sui piani individuali di risparmio (Pir), dopo le linee guida sul regime di non imponibilità introdotto dalla legge di bilancio 2017 pubblicate ad ottobre scorso dal Mef.

L’Agenzia ricorda innanzitutto che i redditi generati dagli investimenti nei Pir non sono soggetti a imposizione, pertanto non sono tassati come redditi di capitale e diversi di natura finanziaria e non sono soggetti all’imposta di successione. La non imponibilità riguarda le persone fiscalmente residenti in Italia che conseguono redditi di natura finanziaria al di fuori dell’esercizio di un’attività di impresa. Dal punto di vista oggettivo, invece, a essere coinvolti sono i redditi di capitale e i redditi diversi di natura finanziaria. E’ vietato essere titolari di più di un Pir e il limite massimo dell’importo investito non può superare complessivamente il valore di 150mila euro, con un limite annuo di 30mila euro. Inoltre, per poter fruire del regime di non imponibilità, bisogna detenere gli investimenti per almeno 5 anni. Nel documento di prassi, l’Agenzia chiarisce innanzitutto che i derivati sono ammessi nell’ambito del Pir solo a determinate condizioni. Altra precisazione riguarda la possibilità di utilizzare il criterio del costo medio ponderato complessivo in caso di dismissione degli investimenti in alternativa al costo medio annuo previsto dalla normativa specifica.

In caso di dismissione prima del quinquennio o di mancato rispetto delle condizioni previste dalla legge, i redditi percepiti sono soggetti a tassazione secondo le regole ordinarie e senza applicazione delle sanzioni. Se l’attività viene ceduta o rimborsata, è possibile restare nel regime agevolato previsto dal Pir se entro 90 giorni viene effettuato il reinvestimento in altri strumenti finanziari, nel rispetto dei vincoli di investimento previsti dal regime. In caso di mancato reinvestimento, invece, il versamento delle imposte e degli interessi va effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui cade il termine ultimo per il reinvestimento.

Made in Italy

LA FUGA DELLE IMPRESE

Non si ferma l’ondata di delocalizzazioni da parte di aziende italiane. Fenomeno che ha visto – fra 2009 e 2015 – un aumento del numero delle partecipazioni all’estero delle imprese italiane pari al 12,7%, passando dalle 31.672 unità verso la fine del decennio scorso a quota 35.684.

E’ quanto emerge da un’elaborazione effettuata recentemente dall’Ufficio studi della Cgia su Banca dati Reprint del Politecnico di Milano e dell’Ice, che mostra anche come nel periodo preso in esame il numero di occupati all’estero alle dipendenze di imprese a partecipazione italiana è tuttavia diminuito del 2,9% (una contrazione di poco più di 50.000 unità).

Gli aumenti – Il fatturato, invece, è aumentato dell’8,3% facendo registrare un incremento in termini assoluti del giro di affari di oltre 40 miliardi di euro, toccando nel 2015 i 520,8 miliardi di ricavi per le imprese straniere controllate da aziende italiane.

Dei 35.684 casi registrati nel 2015, oltre 14.400 (pari al 40,5% del totale) sono riconducibili ad aziende del settore del commercio, per lo più costituite da filiali e joint venture commerciali di imprese manifatturiere. L’altro settore più interessato alle partecipazioni all’estero è quello manifatturiero che ha coinvolto oltre 8.200 attività (pari al 23,1% del totale): in particolar modo quelle produttrici di macchinari, apparecchiature meccaniche, metallurgiche e prodotti in metallo.

Stati Uniti – Il principale Paese di destinazione di questi investimenti sono gli Stati Uniti: nel 2015 le partecipazioni italiane nelle aziende statunitensi sono state superiori a 3.300. Di seguito scorgiamo la Francia (2.551 casi), la Romania (2.353), la Spagna (2.251) la Germania (2.228), il Regno Unito (1.991) e la Cina (1.698) .

“Chi pensava che la meta preferita dei nostri investimenti all’estero fosse l’Europa dell’Est – segnala il segretario della Cgia Renato Mason – rimarrà sorpreso. A eccezione della Romania, nelle primissime posizioni scorgiamo i Paesi con i quali i rapporti commerciali sono da sempre fortissimi e con economie tra le più avanzate al mondo”.

Statistiche – “Purtroppo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo – non ci sono statistiche complete in grado di fotografare con precisione il fenomeno della delocalizzazione produttiva. Infatti, non conosciamo, ad esempio, il numero di imprese che ha chiuso l’attività in Italia per trasferirsi all’estero. Tuttavia, siamo in grado di misurare con gradualità diverse gli investimenti delle aziende italiane nel capitale di imprese straniere ubicate all’estero. Un risultato, come dimostrano i dati riportati in seguito, che non sempre dà luogo ad effetti negativi per la nostra economia”.

Le regioni italiane più interessate agli investimenti all’estero sono la Lombardia (11.637 partecipazioni), il Veneto (5.070), l’Emilia Romagna (4.989) e il Piemonte (3.244). Quasi il 78% del totale delle partecipazioni sono riconducibili a imprese italiane ubicate nelle regioni del Nord Italia che, comunque, ricorda Zabeo, “presentano livelli di disoccupazione quasi fisiologici e sono considerate, a tutti gli effetti, aree con livelli di industrializzazione tra i più elevati d’Europa”.

La fuga – “Infatti – spiega – quando la fuga non è dettata da mere speculazioni di natura opportunistica, queste operazioni di internazionalizzazione rafforzano e rendono più competitive le nostre aziende con ricadute positive anche nei territori di provenienza di queste ultime”.

La Cgia comunque sottolinea come, negli ultimi anni, anche a seguito degli effetti della crisi economica, non sono poche le imprese che hanno ripreso la via di casa. Ovvero, si sono ri-localizzate in Italia. In Veneto ed in Emilia, ad esempio, vanno ricordati i casi Benetton, Bottega Veneta, Fitwell, Geox, Safilo, Piquadro, Wayel, Beghelli, Giesse e Argotractors.

Carlo Pareto

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