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Opinioni e commenti
 

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo
Pubblicato il 16-03-2018


aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

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Commenti all'articolo
  1. Con tutto il rispetto per chi fece di tutto per salvare la vita di Moro, e comprendendo benissimo le ragioni sia umanitarie, sia politiche, che portavano avanti la linea della trattativa, io credo che se le istituzioni ressero bene e se il colpo delle BR non si trasformò in un colpo di Stato questo si dovette alla linea della fermezza. Non si poteva salvare allo stesso tempo lo Stato e Moro, era un’utopia dal momento che le BR di quello Stato avevano ammazzato cinque servitori. Che poi sia la DC, all’interno della quale a Moro non mancavano di certo gli oppositori, sia il PCI, smanioso di presentarsi come paladino delle istituzioni, abbiano sostenuto la linea della fermezza più per calcolo politico che per effettivo attaccamento allo Stato, questo è assai probabile. Forse il solo alfiere della fermezza che avesse davvero a cuore le sorti dello Stato era La Malfa.
    Saluti, Mario Mosca.

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