giovedì, 15 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La Direzione Pd sceglie tra assemblea e congresso
Pubblicato il 09-03-2018


sede pd nazareno

“Io non mi candido a fare il segretario del Pd. E’ un buffone chi dice che vuole fare il segretario dopo tre giorni dall’iscrizione al partito e io non voglio fare la figura del buffone”. Lo ribadisce Carlo Calenda, parlando coi militanti dem nella sede storica Pd in via dei Cappellari. “Non ci sarà più una persona decisiva – ha ribadito –  O la riscossa parte dagli iscritti, dalla base o non ci sarà”. Parole dette alla vigilia della Direzione del Pd in agenda per lunedì prossimo alle 15. Le dimissioni del segretario Matteo Renzi sono ufficializzate. Ora il punto per il Pd è parlare del dopo con un segretario eletto in assemblea o con un congresso: tertium non datur, spiegano fonti del Partito democratico che fanno presente come parlare di reggente, oggi, non sia appropriato. E questo alla vigilia di una direzione che dovrà decidere il percorso post voto. Con i precedenti, quelli delle dimissioni di Walter Veltroni, prima, e di Pier Luigi Bersani, gli scenari sono stati o quello di un voto in assemblea o di un congresso.

Anche Guglielmo Epifani, chiamato impropriamente ‘reggente’ durante la sua segreteria, fu eletto dall’assemblea con l’85 per cento dei consensi, 458 voti su 534. Correva l’anno 2013 e, poco dopo si sarebbero celebrate le primarie che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Allo stesso modo fu eletto, nel 2009, Dario Franceschini, succeduto a Walter Veltroni.

Nei giorni scorsi si era parlato di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e vice segretario del Pd, come ‘reggente’, ma il termine più appropriato sarebbe quello di ‘traghettatore’, con il compito di portare il partito ad eleggere il nuovo segretario. L’unica differenza tra un segretario eletto dall’assemblea – che eventualmente si terrebbe nel mese di aprile – e uno scelto con le primarie è che, nel primo caso, la scadenza del mandato sarebbe quella naturale del congresso, ovvero nel 2021. Nel secondo caso, invece, il mandato del segretario durerebbe i quattro anni previsti dallo Statuto. Favorevole a una soluzione assembleare sembra essere l’area vicina al segretario dimissionario, Matteo Renzi, nella quale si registra grande fermento, con numerosi esponenti di spicco che fanno sempre più spesso il nome del ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. Se l’ipotesi, ancorché remota, dovesse concretizzarsi, non di traghettatore si tratterebbe – sottolineano fonti parlamentari – ma di un segretario forte, capace di restare in carica per l’intero mandato. Ipotesi di più basso profilo, al contrario, aprirebbero la strada a un congresso anticipato, da tenersi nel 2019.

Ad offrire nuovi argomenti per il confronto interno, c’è stata anche la ‘discesa in campo’ di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio fresco di riconferma che, sulle pagine di Repubblica, ha fatto saper di essere “pronto per correre alle primarie del Pd”. Una accelerazione ben accolta dalla minoranza dem che, con il ministro Andrea Orlando, la definisce una “buona notizia per il Pd”. Più fredde le reazioni di alcuni esponenti renziani che sospettano si possa trattare di una mossa per evitare l’elezione di un segretario di peso e nel pieno delle sue prerogative già all’assemblea di aprile, per andare alle primarie tra un anno. Nel gruppo dirigente del Pd, tuttavia, c’è anche chi invita a mettere da parte il dibattito sui nomi, “per rimettere insieme i cocci e dare mandato a chi per funzione, cioè a Maurizio Martina, ha il compito di riemettere insieme una comunità stordita, definendo un percorso di ricostruzione del nuovo centro sinistra, portandola all’opposizione”, viene spiegato. “Poi Nicola è un’ottima persona, per carità, ma calma e gesso”.

Intanto c’è già chi, come il ministro Minniti, ha lanciato l’allarme per il quale “adesso per la prima volta il Pd rischia di scomparire”. Parole amare e preoccupate con il ministro degli interni ha parlato a la Stampa. “Queste elezioni – ha detto – rappresentano una sconfitta storica per la sinistra. Il colpo subito dal Pd con un risultato poco sopra il 18% diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino”.

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