giovedì, 24 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

LO SBANDO
Pubblicato il 08-03-2018


mattarella“Non c’è vento favorevole per chi non sa dove andare”. Il Partito Democratico che da decenni ha avuto le redini del Paese si ritrova completamente nel caos e senza nessuna linea chiara da seguire. Uno sbando che sta portando alla resa dei conti nel Nazareno, i primi ad alzare i toni sono i dem della minoranza. Discutere se fare o no l’accordo con Cinque stelle, accusa Andrea Orlando, è stata una trovata mediatica di Renzi “per discutere di un’altra cosa invece di quello di cui bisognava parlare: cosa fare dopo una disfatta storica. Si prova a parlare di questo per evitare una discussione su un risultato che è stato drammatico. È come buttare la palla il tribuna”.
“Non considero i Cinque stelle il diavolo – dice ancora Orlando, rispondendo ad un’altra domanda – hanno preso qualche qualche milione di voti nostri, ovvero di persone che votavano a sinistra, e non li regalerei al diavolo. Il problema sta nelle differenze politiche programmatiche con loro. Alcuni dicono: “ci hanno insultato”, ma anche quando fu fatto l’accordo col centrodestra non venivamo da uno scambio di cortesie in campagna elettorale. “Non si tratta neppure di dare delle colpe della sconfitta – ha proseguito – io spero che le dimissioni di Renzi e del gruppo dirigente segnino l’avvio di una fase che dia un nuovo assetto, anche se questo non sarà risolutivo di per sé: bisogna riaprire un confronto coi nostri iscritti, con i militanti e provare a recuperare chi se ne è andato; poi discutiamo delle scelte istituzionali da fare”. Il ministro dello Sport e fedelissimo di Renzi, Luca Lotti, affida a Facebook un lungo post in cui punta il dito contro Andrea Orlando: “Se vogliamo aprire un dibattito interno facciamolo. Perché sentire pontificare di risultati elettorali persone che non hanno mai vinto un’elezione in vita propria sta diventando imbarazzante”.
Sulle dimissioni ‘inevitabili’ del segretario si pronuncia stavolta anche la maggioranza. C’è infatti una lettera di dimissioni firmata da Matteo Renzi all’indomani della debacle elettorale. Lo rivela, tre giorni dopo, il presidente del Pd Matteo Orfini per stoppare il pressing di maggioranza e minoranza del partito, con tanto di documenti di esponenti locali, sulla necessità di un passo indietro “vero” del segretario.
“Matteo Renzi si è formalmente dimesso lunedì. Come da lui richiesto nella lettera di dimissioni, e come previsto dallo statuto, ho immediatamente annunciato la convocazione dell’assemblea nazionale per gli adempimenti conseguenti”. Lo afferma in una nota il presidente Pd Matteo Orfini. “Contestualmente ho convocato la direzione nazionale che sarà aperta dalla relazione del vicesegretario Martina. Nella direzione discuteremo le scelte politiche che il Pd dovrà assumere nelle prossime settimane”.
L’estromissione del segretario dalle decisioni del futuro del Pd è ormai chiara. “Renzi non parteciperà alle prossime primarie del partito. Lo farà Calenda? Si è appena iscritto”. Lo si legge su twitter che riporta uno stralcio dell’intervista al capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato di questa mattina a Omnibus. Rosato, che dunque esclude la possibilità che Calenda corra alle primarie Pd, afferma poi con forza l’intenzione del suo partito di non voler dar vita ad un governo ne con il centrodestra ne con il M5s. “Chi ha ricevuto dagli italiani il mandato a governare lo faccia e dimostri le proprie capacità”.
Se le questioni interne del Pd pesano sul Paese, ancora di più a portare sconforto è il rebus sul Governo della XVIII legislatura. La prima carica dello Stato invita al “senso di responsabilità” e pensare al bene generale dei cittadini. “Abbiamo ancora – e questo riguarda tutti – avremo sempre bisogno di questa attitudine: del senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei suoi cittadini”, ha sottolineato Mattarella in un passaggio del suo discorso in occasione della cerimonia della giornata internazionale della donna. A fare eco alle parole del Presidente della Repubblica, anche Napolitano che a margine della cerimonia al Quirinale per l’8 marzo, afferma: “Questa è una crisi difficilissima” e bisogna pensare “all’interesse generale” e mostrare “senso di responsabilità”. Ma mentre il Capo del Quirinale non fa nessun riferimento particolare, il Presidente emerito si spinge più in là e parla del disastro della sinistra nelle ultime consultazioni: “Si tratta di un evento annunciato”, anzi “era un destino quasi compiuto”. Questo il commento di Giorgio Napolitano ai giornalisti che gli chiedevano se si aspettasse un crollo del Pd di queste proporzioni. “Non sono stato sorpreso, forse è stato peggio di quanto annunciato ma tutto faceva prevedere questo risultato”, ha aggiunto. Più fiducioso è invece Romano Prodi: “Il Pd è finito? No, non c’è nulla di irrimediabile in politica, c’è sempre un futuro. Non tutto è irrimediabilmente compromesso”. Così l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi in un colloquio con Repubblica, in cui sottolinea il “momento difficile”. “Io alla vigilia ero il più pessimista, ne avevo parlato con tutti. Purtroppo i dati hanno dimostrato che sono stato comunque infinitamente più ottimista del dovuto”, commenta Prodi. Al popolo di centrosinistra “dico che ci sono, nel senso che seguo con tanta attenzione e partecipazione questo momento così difficile”.
E mentre a sinistra si aspetta a lunedì per avere un quadro chiaro della situazione, a destra si vuole evitare di essere messi da parte nel prossimo Governo, ma nello stesso tempo si cerca di mettere da parte la figura dell’ex Cavaliere.
Prima della formazione del governo, “ci sono i presidenti di Camera e Senato da eleggere, noi avremo le nostre proposte e vediamo chi ci sta”: così ha risposto il segretario della Lega, Matteo Salvini, al termine di una visita a un mercato rionale di Milano. “Siamo la prima coalizione, siamo il primo partito della coalizione – ha sottolineato Salvini – e non ci hanno chiesto di stare alla finestra a guardare quello che succede”. Mentre su Berlusconi afferma che si va “d’amore e d’accordo”. Più esplicito sulle alleanze è invece il Vicesegretario della Lega, Giancarlo Giorgetti. “Un governo di scopo con il Pd? Si potrebbe fare, e poi subito al voto. Un governo di scopo con il Pd per realizzare la legge elettorale e la manovra? Per la legge elettorale sì, per la manovra no. Ma la palla è nelle mani del presidente della Repubblica. Ci tengo a sottolineare però che ha vinto il centrodestra, non il M5S come i media dicono. Rispetto al 2013 abbiamo preso 8% in più”. Ma dal quartier generale degli azzurri, però, spiegano categoricamente e senza alcun dubbio che “Silvio Berlusconi non vuole nelle maniera più assoluta tornare subito al voto” (nonostante più volte in campagna elettorale avesse affermato che senza maggioranza nuove elezioni sarebbero stata l’unica strada percorribile).
A mettere i puntini sulle ‘i’ il governatore di Forza Italia, Giovanni Toti. “La Lega è cresciuta innegabilmente anche per i meriti del suo leader, e lo spazio per noi era oggettivamente stretto. In più il centrodestra ha pagato la sua geometria di gioco a più punte che si rivelata vecchia. È come aver giocato col catenaccio anni 70 nel 2018”. Per il governatore della Liguria Giovanni Toti, intervistato dal Corriere della Sera, “adesso si aprono questioni strutturali nel centrodestra che devono vederci protagonisti, perché c’è uno spazio gigantesco per un’area moderata, con o senza un partito unico. Io da sempre sono fautore di una forza unitaria, ma se gli alleati non fossero d’accordo dovremo comunque organizzarci e costruire noi una nuova forza moderata”. “La Lega era meglio posizionata con il suo messaggio, avendo individuato da tempo i temi caldi. Ma ha anche valorizzato la propria classe dirigente locale”, riconosce Toti ribadendo “lealtà” verso Salvini. Invece “noi non abbiamo fatto lo stesso percorso. Ci sono state troppe rese dei conti, si è ristretto ancor di più il circolo dei decisori politici, non c’è stato alcun coinvolgimento del territorio”, osserva Toti, secondo cui occorre cambiare “dicendo basta a operazione dall’alto come quella della quarta gamba. Poi certamente ripartendo dal basso, aprendo i luoghi di discussioni, facendo entrare aria nuova e facce nuove. Basta con i caminetti, con le decisioni prese in quattro”. Sull’opportunità che Berlusconi faccia un passo indietro, “deve decidere lui, perché questo è il suo partito, perché la storia di Forza Italia è la sua. Nessuno vuole fare golpe o strappargli lo scettro”, assicura Toti. “Io mi aspetto proprio da lui, che è stato un grande visionario della politica, la visione di una nuova politica e il rigetto di operazioni di palazzo, di élite, in difesa, che non guardano al futuro”.

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