mercoledì, 19 settembre 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pensioni basse, giovani rischiano futuro da fame
Pubblicato il 13-03-2018


italia_giovani_povertà

L’occupazione è in aumento, anche tra gli under 35, ma i giovani che stanno entrando in questi anni nel mondo del lavoro rischiano di andare in povertà quando andranno in pensione. Secondo un focus Censis Confcooperative sono 5,7 milioni i lavoratori che potrebbero alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050, se la tendenza del mercato del lavoro non sarà invertita. In gioco il futuro dei giovani: “Una bomba sociale da disinnescare, rischiamo di perdere un’intera generazione”, sottolinea Maurizio Gardini, presidente Confcooperative. Lo studio mette in luce la discriminazione esistente tra generazioni: già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%.

Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione. A un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno.

Questo nella migliore delle ipotesi: secondo la ricerca rischia di andare molto peggio a 5,7 milioni di persone, calcolando che sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro, a cui si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra ‘working poor’ e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali, una volta entrati, è difficile uscirne e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. E il reddito d’inclusione, aggiunge Gardini, “con un primo stanziamento di 2,1 mld che arriverà a 2,7 nel 2020 fornirà delle prime risposte”, ma non basta.

I dati diffusi oggi dall’Istat sul mercato del lavoro sono a luci e ombre: nel 2017 l’occupazione cresce per il quarto anno consecutivo (+1,2%, 265.000 unità) e il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,7 punti), al top dal 2009, ma resta al di sotto del picco pre-crisi. Trainano i lavoratori a tempo determinato (+298.000 in confronto a +73.000 permanenti). Nella media del 2017 continua la riduzione del numero dei disoccupati (-105.000, -3,5%), più intensa rispetto al 2016, dovuta agli ultimi tre trimestri dell’anno. Cala il tasso di disoccupazione di 0,5 punti (dall’11,7% del 2016 all’11,2 del 2017), ai minimi dal 2013. Il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Aumenta il lavoro anche tra i giovani: prosegue per il secondo anno l’incremento del numero degli occupati di 15-34 anni (45.000, +0,9%) a cui si associa la crescita del tasso di occupazione a un ritmo analogo a quello dell’anno precedente (+0,7 punti). Per i 35-49enni alla riduzione del numero di occupati si accompagna l’aumento del tasso di occupazione (+0,6 punti). Persiste la crescita dell’occupazione e del relativo tasso per gli ultracinquantenni. La riduzione della disoccupazione è più forte per i più giovani in confronto ai 35-49enni mentre per gli ultra 50enni aumenta sia il numero di disoccupati sia il tasso di disoccupazione.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento