venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Renzi innesca la bagarre nei dem accusando Gentiloni
Pubblicato il 06-03-2018


gentiloni-renzi9.jpg_997313609Non bastavano le liti interne, la spaccatura che ha portato alla nascita di un’altra sinistra, non bastava aver ‘congelato’ le proprie dimissioni dopo il flop elettorale. Matteo Renzi va oltre, non si assume nessuna responsabilità per la debacle del Pd, ma punta il dito direttamente contro i due Capi delle Istituzioni: Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quest’ultimo è stato sempre molto apprezzato non solo dal suo Partito, ma anche tra gli italiani e dopo solo un anno di Governo. Gentiloni è stato tra i pochi del Pd a non essere azzoppato dal voto, ha vinto il suo collegio con percentuali ottime a differenza di Franceschini e Minniti e nonostante si sia sempre distinto per la sua compostezza stavolta non ha retto alle accuse del segretario Renzi. L’attuale Presidente del Consiglio alla fine si è “arrabbiato”, tanto da aver esclamato: “Mi ha dato dell’inciucista. Lui a me”. E dopo aver ribadito che lui non sta pensando a fare accordi di un certo tipo con nessuno si sarebbe sfogato dicendosi “sconvolto” dal discorso di Renzi, “per come ha ricostruito i motivi della sconfitta” e per quelle dimissioni che dimissioni in realtà non sembrano.
Le accuse a Gentiloni unite alle sue ‘dimissioni congelate’ hanno riaperto la ferita nel Partito democratico, già alle prese con la più grande batosta elettorale per la sinistra nell’Italia Repubblicana. La delusione è cocente e si fa strada nelle decisioni dei dem: la prima è proprio una dei renziani della prima ora, la governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani (che ha strappato al fotofinish un seggio in Parlamento, grazie al meccanismo del calcolo dei resti) ma che annuncia di lasciare la segretaria nazionale. “Alla luce del risultato delle elezioni, per senso di responsabilità nei confronti di tutta la comunità del partito, ho preso la decisione di dimettermi dalla Segreteria nazionale del Pd”, ha annunciato: “Un atto – dice – doveroso e improrogabile”.
Ma i malumori si sono propagati tra i big del Pd dopo le accuse del senatore Zanda, tra questi anche il Vice Maurizio Martina, mentre Gianni Cuperlo, espressione della minoranza interna, la delusione è forte: “Dal segretario di un partito pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’affermazione ‘prendo atto e me ne vado’ ma da un’analisi dei limiti dell’azione condotta in questi anni”. E a proposito delle affermazioni del segretario, che accusa il presidente Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli parla di “passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo”.
Lorenzo Guerini prova a rimettere pace: “Lunedì prossimo faremo Direzione nazionale e quello sarà il luogo e il momento per aprire una riflessione seria e responsabile sui risultati e sui prossimi passaggi”. Afferma il coordinatore della segreteria del Partito Democratico.
Nel frattempo si profilano già le candidature, più o meno implicite, di due governatori, Sergio Chiamparino e Nicola Zingaretti, ultimi capisaldi di una sinistra sbaragliata ovunque.
Ma Renzi, dopo la smentita sulla sua settimana bianca, fa ben capire di non lasciare senza aver ‘combattuto’ l’ultima battaglia e continua ad accusare gli altri. “Le elezioni sono finite, il PD ha perso, occorre voltare pagina. Per questo lascio la guida del partito. Non capisco le polemiche interne di queste ore. Ancora litigare? Ancora attaccare me?”. Matteo Renzi replica via social network ai suoi critici, fuori e dentro il Pd. Ai primi, ai media, spiega che “parlare di me, ancora, è inspiegabile. Sono altri, adesso, a guidare il Paese: occupatevi di loro, amici dell’informazione”. Agli altri, all’opposizione interna, lancia la sfida a confrontarsi a carte scoperte in Direzione: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.

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Commenti all'articolo
  1. Un’altro fancazzista, di passaggio, uno che si trova lì per caso alla segreteria di un preteso partito di riformisti, riformato deve essere chi ha disconesso il gruppetto sparso di neuroni, sciolti in acqua distillata conditi di un EGO ottundente la purchè minima lucudità. Ma tutto questo ha una origine logica, il tipo di nomine dentro il PD, le primaria al rovescio. Dal 2008 Veltroni inaugurò il nuovo corso con le sua elezione a Torino, dove venne proclamato segretario nazionale, e successivamente si svolsero i congressi regionali e provinciali, tutto al rovescio e la base a sfanculato i nominati alla Berlusconia moda dell’epoca. Si comprendono così i mancati voti per primo a Roma alle comunali dove le periferie hanno scelto i grillini, e a seguire il resto. Mala tempora currunt..

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