lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Salvini e Di Maio auto-candidati premier, senza averne i titoli
Pubblicato il 01-03-2018


La campagna elettorale, che si avvia alla conclusione, passerà alla storia per la mancanza del dibattito politico. Con l’accantonamento della politica vera, che partiva dal basso, dalle sezioni dei partiti, e dai movimenti dei lavoratori, i discorsi hanno riguardato per lo più gli scandali delle candidature. Il tempo a disposizione è stato impiegato per parlare delle espulsioni dei 5 Stelle e dei pettegolezzi che scaturiscono dalle accuse reciproche. Tutto tempo perso; si è discusso sul nulla, al di là dalle promesse di grandi provvedimenti di legge, privi di copertura di spesa. Per non parlare di Salvini, Di Maio e della loro presuntuosa auto candidatura a presidente del Consiglio, senza averne i titoli.

E che dire di Berlusconi che ha dato del pluri pregiudicato a Beppe Grillo, lui che è stato condannato in via definitiva per frode fiscale ed è stato dichiarato decaduto da senatore. E cosa pensare di Matteo Renzi che continua ad attaccare i grillini per i rimborsi e per i candidati impresentabili. Noi diciamo che non si edificano le proprie fortune sulle disgrazie altrui; Renzi farebbe bene a pensare a tutti gli indagati che ha nel Pd.

Alla vigilia della campagna elettorale, tutti si dimenticano che l’Italia ha il terzo debito pubblico più grande del mondo.

Ugo La Malfa, il leader storico del Partito repubblicano, ministro del Tesoro e vice presidente del Consiglio con il governo Moro (1974-76), era solito dire: prima parliamo dei contenuti, poi degli schieramenti. Tradotto: prima discutiamo del programma delle cose da farsi e poi parliamo della composizione del Governo. Ben quarant’anni fa La Malfa parlava della politica dei redditi; le regole politiche ed economiche per migliorare il nostro sistema produttivo, nella direzione della creazione di nuova occupazione. Era uno dei grandi temi di discussione. In sintesi, la politica dei redditi è la verifica della compatibilità fra le giuste aspettative dei dipendenti e la redditività dell’azienda.

In questo momento il concetto potrebbe apparire secondario, ma negli anni ‘70 i sindacati pretendevano aumenti salariali dalle imprese, anche quando l’azienda aveva un cattivo andamento commerciale.

Di fronte al deserto dell’attuale panorama politico, ci piace pensare ai grandi riformatori: al socialista Giacomo Brodolini (padre dello statuto dei lavoratori mutilato da Renzi in materia di tutela dei dipendenti) della battaglia per il divorzio di Marco Pannella e Loris Fortuna, quest’ultimo estensore di una legge sul fine vita nel 1984; solo recentemente il nostro Paese ha legiferato in materia adeguandosi al resto d’Europa. Ed ancora il varo della legge Basaglia del 1978 (universalmente giudicata all’avanguardia) che ha abolito i manicomi e regolato in chiave moderna la materia delle malattie mentali. Fra le conquiste civili va ricordato anche il divorzio.

In ‘70 anni, l’Italia ha subìto una profonda trasformazione. Da Paese arretrato, distrutto dalla guerra, con forte tasso di analfabetismo è diventata negli anni ‘80 una delle prime economie mondiali. La seconda nazione manifatturiera d’Europa.

Siamo eredi di grande passato iniziato con la Costituente, ma recentemente siamo stati contagiati dal ‘’nanismo’’ che ha caratterizzato la politica italiana, a far data dalla caduta dei partiti tradizionali (1992-94).

Dopo le elezioni del 4 marzo, ci auguriamo che le cose cambino; che ritorni il dibattito politico e che si ripensi allo stato sociale, gradualmente demolito negli ultimi lustri. Quest’Italia, dove i cittadini non riescono più a pagare i cosiddetti ticket, è un Paese vergognoso. Questo è il punto di ripartenza per gli eletti in Parlamento il 4 marzo: la ricostruzione dello stato sociale.

Roberto Fronzuti

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