martedì, 17 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Sebastiano Cammareri Scurti, fautore del rinnovamento agricolo in Sicilia
Pubblicato il 14-03-2018


Sebastiano Cammareri Scurti“Tenace nel suo rapporto col PSI” scrisse di lui lo storico Giuseppe Carlo Marino, autore nel 1972 di un bel saggio (“Socialismo nel latifondo”) nel quale vengono acutamente rilevati l’importanza dell’opera svolta per lunghi anni dal Cammareri Scurti nel movimento contadino della Sicilia occidentale e il valore del suo meridionalismo, sotto ogni aspetto ancor oggi valido; “socialista senza aggettivi” lo disse all’indomani della sua morte “La Cooperazione siciliana”. Nei due giudizi veniva colto il carattere di quest’uomo, che rimase sempre fedele al Partito socialista e seppe indicare ai lavoratori e alle forze politiche l’intervento necessario ai fini del riscatto del Sud.

Sebastiano Cammareri Scurti nacque a Marsala il 27 marzo 1852. La cittadina faceva parte di un’area che nella viticoltura individuava la propria vocazione, ma che era circondata e soffocata dai latifondi.

Il giovane Sebastiano studiò agronomia, e conseguito il titolo specifico si dedicò con estrema serietà e passione all’esercizio della professione. La sua preparazione venne presto apprezzata: l’on. Abele Damiani, incaricato di guidare i commissari preposti all’inchiesta sulle condizioni della economia agricola che veniva condotta in Sicilia nel quadro della Inchiesta parlamentare diretta a livello nazionale da Stefano Iacini, lo volle quale segretario della Commissione. Cammareri Scurti fu attivissimo nella redazione delle relazioni poi confluite nel volume riguardante l’isola, e attraverso questo lavoro potè conoscere in modo approfondito le condizioni socio-economiche della Sicilia. Sulla base delle conoscenze acquisite osservando la realtà in cui operava, studiando le relazioni, entrando in rapporto con i rappresentanti del mondo economico e politico maturò una concezione che vedeva nel socialismo gradualista e nel cooperativismo gli strumenti per la liberazione e la crescita dell’isola.

Guardò con interesse e speranza al Movimento dei Fasci dei Lavoratori, anche se non svolse al loro interno una particolare attività. Nel ’96 per conto di “Critica sociale”, la rivista del socialismo gradualista che Turati pubblicava a Milano, diede alle stampe la prima parte di un ampio saggio sul problema agrario siciliano. Il saggio segnò la sua adesione al Partito socialista, che divenne ufficiale l’anno dopo con la fondazione della sezione marsalese del partito e la direzione dell’organo di stampa “Il Diritto alla vita”. A questi atti fece seguire la collaborazione a “Critica Sociale”, alla “Rivista Popolare” del Colaianni, e a vari fogli isolani, tra cui “La Battaglia”, che a Palermo era diretta da Alessandro Tasca di Cutò. Di estremo interesse furono i saggi “Socializziamo la terra!” apparso sulla rivista milanese, e “Il socialismo in Sicilia e la nazionalizzazione della terra” e “Il suffragio universale e la colonizzazione interna” pubblicati invece sulla rivista del Colaianni.

Approfondì lo studio della mafia, evidenziando la sua azione in favore dei gruppi di potere nel controllo degli strati popolari e nella manipolazione dell’elettorato, e insistette sulla necessità di espropriare i latifondi. Quale direttore della Società Cooperativa San Marco di Monte San Giuliano diede prova di grande capacità, facendo sì che divenisse modello per quanti intendevano combattere la grande proprietà e offrire ai siciliani un sicuro strumento di sviluppo e di modernizzazione delle terre coltivabili. Nel 1905 promosse “Monte”, poi divenuto “Terra Libera”, organo della Lega e della Cooperativa “San Marco”. Quattro anni dopo pubblicò la seconda parte del saggio sul problema agrario siciliano.

Divenuto figura prestigiosa nel mondo progressista, venne chiamato a far parte della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza delle organizzazioni politiche ed economiche socialiste presenti nell’isola. Dopo l’uccisione di Lorenzo Panepinto, nel maggio del 1911, accettò di subentrargli nella direzione della Cooperativa di Santo Stefano Quisquina, e si sforzò di farla vivere sulla linea seguita dal cooperatore defunto. Convinto anticolonialista, avversò l’occupazione della Libia, che in quel periodo veniva esaltata dalla destra economica e politica perché permetteva di indebolire la pressione sociale in Italia, e ancora una volta indicò nello sviluppo delle cooperative la strada per sconfiggere il latifondo e dare lavoro al proletariato agricolo isolano. L’anno dopo non condivise le motivazioni di quanti, al seguito di Tasca di Cutò, De Felice, Macchi, Lo Piano, Toscano, ecc., tendevano al distacco dal partito, e diedero poi vita al PSRI, polemico nei confronti del settentrionalismo della Direzione del PSI, e rimase fedele al partito. Morì a Santo Stefano Quisquina il 13 agosto 1912.

Giuseppe Miccichè

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