martedì, 18 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Sieferle. I pericoli di un’immigrazione senza fine
Pubblicato il 27-03-2018


sieferleRolf Peter Sieferle è stato uno studioso discusso di Storia, Scienze politiche e Sociologia; nel libro “Migrazioni. La fine dell’Europa”, pubblicato dopo la sua morte, l’autore traccia “fuori dal coro” alcune ipotesi sulle cause del fenomeno migratorio, ricche di suggerimenti circa la prospettiva di lungo periodo per la soluzione del problema degli immigrati, che sta colpendo, quasi in modo esclusivo, i Paesi dell’Unione Europea.
”Un’ondata di migrazione – afferma Sieferle – di dimensioni che non hanno precedenti sta attualmente sommergendo l’Europa. Milioni di persone si mettono in viaggio dalle periferie del mondo per raggiungere la terra promessa”. I migranti provengono da Stati che circondano l’Europa e che sono al collasso, offrendo poche speranze alle loro giovani generazioni. A queste si aggiungono i migranti che provengono dai Paesi del “Vicino Oriente in cui infuria la guerra civile come da altre aree del Sud e dell’Asia Occidentale, fino al Bangladesh”.
I flussi migratori sono facilitati dal fatto che le barriere tradizionali, che nel passato trattenevano i migranti nei loro Paesi d’origine, sono venute meno, ma anche perché le popolazioni di questi ultimi sono caratterizzate da alti tassi di incremento. Secondo le Nazioni Unite, il XXI secolo sarà caratterizzato da una dinamica demografica che porterà l’Europa, nell’anno 2100, ad avere una popolazione pari solo al 5,7% di quella mondiale, mentre l’Africa, il continente più prossimo all’Europa, vedrà l’espansione dell’incidenza della propria popolazione su quella mondiale, sino a raggiungere il 40%. Inoltre, un quarto della popolazione europea ha oggi più di 60 anni, mentre quella africana si attesta intorno al 5%.
Ci si trova, afferma Sieferle, davanti ad una dinamica demografica epocale: “le popolazioni dei Paesi industrialmente sviluppati invecchiano e diminuiscono, mentre nei Paesi arretrati si assiste ad una drastica crescita demografica”. Tra le due opposte tendenze non esiste un “nesso causale”, nel senso che la popolazione dei Paesi arretrati non cresce perché quella dei Paesi economicamente avanzati diminuisce; si tratta di tendenze piuttosto legate imperscrutabilmente al fenomeno della trasformazione industriale dell’economia mondiale.
Qual è il “motore” reale che alimenta oggi la consistenza dei flussi migratori dai Paesi in via di sviluppo, ad alto tasso di incremento demografico, verso quelli sviluppati, con popolazione tendente ad invecchiare, oltre che a diminuire? Secondo Sieferle, alla domanda si può rispondere considerando lo “sviluppo del benessere relativo nel contesto globale”; in particolare, tenendo conto del fatto che la differenza di reddito tra i diversi Paesi è cresciuta profondamente dall’inizio del diciannovesimo secolo, raggiungendo la sua cuspide intorno al 1990. Si è trattato di un periodo in cui la disuguaglianza tra tutti i Paesi del mondo è cresciuta, approfondendosi progressivamente; mentre, a partire dal 1990, la differenza, con il sopraggiungere della globalizzazione, si è attenuata.
Perciò, della migrazione, la vera causa, secondo Sieferle, non è (a parte i Paesi afflitti da guerre e da altri disordini interni) “la povertà nelle aree di provenienza, ma l’esatto contrario”; ciò perché, con la diminuzione delle differenze negli standard di vita tra le regioni del mondo, avvenuta dopo il 1990 grazie alla maggiore informazione, buona parte della popolazione giovane dei Paesi in via di sviluppo è stata motivata, anche in virtù dei bassi costi di mobilità, a trovare conveniente l’emigrazione, per migliorare il proprio “benessere relativo”. La propensione ad emigrare è stata anche supportata dalla “differenza nel comportamento riproduttivo”, proprio delle popolazioni, rispettivamente dei Paesi economicamente avanzati e di quelli in via di sviluppo.
Nei primi, a causa della diminuzione del tasso di natalità, la struttura demografica ha teso ad avvicinarsi alla stazionarietà, mentre, nei secondi, l’alto tasso di natalità si è coniugato con uno sviluppo economico che non è stato sufficiente a soddisfare le aspettative delle giovani generazioni. Fino a quando le popolazioni versavano nell’arretratezza, esse tendevano naturalmente ad accettare il regime di sussistenza, essendo pressoché nulle le aspettative di poter migliorare in loco la qualità della loro vita, in quanto la povertà “faceva parte dello stato del loro mondo”; questa situazione di “equilibrio di povertà” nel senso di John Kenneth Galbraith, è venuta meno con la globalizzazione e con l’”effetto di dimostrazione” delle migliori condizioni di vita offerte dai Paesi nei quali maggiori erano i ritmi di crescita e di sviluppo. Lo scontento delle giovani generazioni nelle aree meno sviluppate, quindi, è salito quando nel loro “campo visivo”, attraverso i mezzi di comunicazione, sono entrate persone o Paesi il cui benessere risultava superiore a quello che poteva essere loro garantito nei luoghi di residenza.
La tensione tra aspettative ed esperienza – afferma Sieferle – è causa di malcontento che può manifestarsi in modi diversi; questa tensione, se interpretata sulla base del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Lealtà, defezione, protesta”, può dare luogo a risposte alternative all’interrogativo riguardante le modalità con cui un soggetto può reagire al verificarsi di una situazione insoddisfacente all’interno del suo contesto sociale.
Quando le aspettative individuali salgono, ma il livello di soddisfazione “non sta al passo”, un soggetto insoddisfatto può infatti reagire secondo le opzioni alternative di “exit” e “voice”; nel senso che egli può decidere di emigrare, per cercare un contesto migliore; oppure, può scegliere di “alzare la voce”, ovvero di protestare e trasformare l’insoddisfazione in conflitto politico. Il che genera flussi di migranti che si sentono “oppressi politicamente” per cui chiedono “asilo politico”, oppure chiedono di essere accolti in quanto “profughi di guerre civili.
Ne consegue che non esiste una differenza di principio, di solito evocata dai Paesi dell’Unione Europea, tra “migranti economici” e “migranti perché vittime di oppressioni politiche e di guerre civili”. I primi sono quelli che hanno optato per la “fuga” dal loro Paese d’origine per migrare verso Paesi nei quali sperano di poter fruire di condizioni economiche migliori, mentre coloro che scelgono di restare nel loro Paese, tentando di migliorare la loro condizione attraverso la protesta politica, finiscono coll’essere vittime dell’oppressione, o delle guerre civili; guerre in cui normalmente sfociano le proteste sociali all’interno dei contesti arretrati, dove vigono prevalenti le leggi ferree dell’equilibrio di povertà, che le condizioni dell’arretratezza comportano la sua rigida conservazione. L’insieme di tutte queste conseguenze finisce, in ultima analisi, col motivare anche gli “sconfitti in patria”, che originariamente avevano scelto di rimanere nel Paese natio, a trasformarsi in migranti, in qualità di “richiedenti asilo politico” o di “profughi di guerre civili”.
Tutto ciò rende chiaro quanto sia difficile – afferma Sieferle – ogni tentativo di distinguere le “cause di fuga” che spingono all’emigrazione; fino a quando permarrà un divario nella qualità della vita, tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati o in via di sviluppo, l’aspettativa di chi ha scelto l’opzione di rimanere in patria, nella prospettiva di poter migliorare il proprio livello di benessere attraverso la protesta sociale, non servirà ad allentare la pressione migratoria; anzi, al contrario, concorrerà ad aumentarla.
L’aumento della pressione migratoria, in assenza di un’azione internazionale volta ad affievolire, se non a rimuovere, le cause di fuga dei migranti dai loro Paesi, non ha solo implicazioni negative immediate sul piano economico, ma ne ha anche, nel lungo periodo, sul piano sociale; implicazioni, queste ultime, che comportano il pericolo che i Paesi maggiormente esposti alla pressione migratoria possano collassate. Le argomentazioni di Sieferle su questo punto meritano un’attenta riflessione.
Nel breve periodo, le ragioni dei migranti sono ovvie; essi tendono a trasferirsi in aree del mondo che, rispetto alla loro patria, offrono maggiori possibilità di riscatto; dal punto di vista economico – afferma Sieferle – “si comportano in modo assolutamente razionale, tentando di spuntare il prezzo più alto possibile per la merce che offrono, ovvero il loro lavoro, oppure, quando questo non è soddisfacente, cercando un sussidio offerto loro dallo Stato sociale nei Paesi d’arrivo”. Su questa base, però, i governi dei Paesi che “accolgono” i migranti devono chiedersi cosa essi realmente vogliono, ovvero se migliorare solo la loro condizione materiale, oppure anche la loro condizione sociale.
In genere, i migranti aspirano a migliorare entrambe queste condizioni, ma i governi, come solitamente avviene, possono soddisfare nel breve periodo solo le aspirazioni sul piano economico; poiché la condizione sociale può essere migliorata dopo un percorso lungo e difficoltoso, che non può essere portato a termine nel tempo di una generazione, è inevitabile che la crescente presenza della pressione migratoria causi il sorgere di problemi la cui soluzione, per i governo dei Paesi ospitanti, diventa problematica.
I migranti, prendendo coscienza delle difficoltà che impediscono loro di migliorare la condizione sociale, saranno vittime di un livello di insoddisfazione tale da spingerli a trovare “conforto” nell’integrazione in gruppi etnicamente e culturalmente omogenei, approfondendo questo tipo di integrazione attraverso una radicalizzazione ideologica del fallimento delle aspettative; la reazione a ciò – conclude Sieferle – sarà “la protesta in diverse varianti”, che non escludono il ricorso al terrorismo.
Inoltre, non è detto che anche la soluzione di breve periodo sia esente da pericoli per lo Stato che accoglie i migranti; il pericolo principale è costituito dal fatto che la gran massa degli immigrati è priva di qualifiche lavorative idonee a garantirle un salario, per cui è inevitabile che essi vadano alla ricerca di un sussidio sociale, nell’ambito del welafare esistente. Quest’ultimo, però, afferma Sieferle, “si basa, sostanzialmente, su solidarietà e fiducia all’interno di uno spazio determinato politicamente e individuato con precisione, cioè lo Stato nazionale”; una struttura politico-istituzionale messa in crisi, oltre che dalla globalizzazione, anche dalla richiesta crescente di prestazioni economiche da parte di un numero crescente di “nuovi venuti”, che trovano difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro.
La conseguenza sarà la rottura dell’”equilibrio del sistema sociale”, che gli establishment dominanti cercheranno di “tamponare”, per “guadagnare tempo”, non per risolvere il problema, ma, come sinora è accaduto, per conservare la loro posizione dominante. In conclusione, se la politica nei confronti del problema della migrazione non cambierà radicalmente, il rischio potrebbe essere la crisi dello Stato nazionale, non solo come Stato sociale, ma anche come Stato di Diritto.
Quale potrebbe essere una possibile soluzione del problema dei migranti, alternativa a quelle sinora sperimentate dai Paesi economicamente avanzati, maggiormente esposti agli effetti negativi di una crescente pressione migratoria, alimentata dai Paesi arretrati o in via di sviluppo? L’alternativa esiste, ma la sua attuazione richiede un impegno dei Paesi economicamente avanzati a cambiare radicalmente la loro posizione tradizionale nei confronti dei migranti.
Dovrà trattarsi di un impegno solidale, volto ad affievolire la propensione delle giovani generazioni dei Paesi arretrati o in via di sviluppo ad abbandonare la loro patria, attraverso una politica di sostegno economico, che offra la possibilità di realizzare all’interno dei Paesi d’origine le condizioni perché vengano soddisfatte le aspirazioni a migliorare la qualità della vita da un punto di vista economico ed anche da quello sociale.
Una politica di sostegno per il superamento dell’arretratezza, come quella indicata, richiede però che i Paesi che forniranno i mezzi necessari, non si limitino a finanziare i trasferimenti internazionali, ma concorrano anche a pacificare al loro interno e a “bene ordinare”, nel senso di John Rawls, i Paesi che ricevono i trasferimenti, disponendoli ad accettare alcune regole idonee ad aprirli alla tolleranza ed alla democrazia.
Un simile impegno da parte dei Paesi avanzati va forse al di là dei loro “interessi” attuali, ma il ritardo col quale decideranno di assumerlo potrebbe condurli a dovere affrontare minacce ben più gravi di quelle derivanti dalla politica poco razionale sinora privilegiata.

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