martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Ungheria 1956. Averardi
e le verità nascoste
Pubblicato il 06-03-2018


ungheria

«Coloro che a ridosso della vicenda ungherese accettarono di passare per disertori, soffrendo ingiustamente per questo, meritano il tributo della memoria: disertori non furono; furono al contrario i soli, in un’epoca di dura contrapposizione ideologica, a rifiutare le censure e le autocensure della cultura marxista italiana.».
Così scrive Luigi Fenizi, consigliere parlamentare, già collaboratore dell’ “Avanti!” e di “Mondoperaio”, nella prefazione al documentato saggio di Giuseppe Averardi “Ungheria 1956-Le verità rivelate” (Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che è, anzitutto, il bilancio d’un secolo, quel Novecento passato purtroppo alla storia come il secolo delle ideologie disumane e dei conseguenti genocidi. E, insieme, il bilancio esistenziale d’ un gruppo di amici, compagni, sodali, che l’ha attraversato: giornalisti, politici e intellettuali che aderirono in gioventù al comunismo, vedendo nell’Unione Sovietica «il centro della speranza mondiale, la società cui milioni di esclusi guardavano come un modello e una possibilità di salvezza»; salvo poi ritrarsene, disillusi e disgustati, dopo la durissima repressione sovietica della rivolta di Budapest (ottobre-novembre 1956), solo pochi mesi dopo quel XX Congresso del PCUS che , segnato dalla “destalinizzazione” di Kruscev, aveva acceso in tutto il mondo grandi speranze sulla possibilità d’ una vera democratizzazione del colosso sovietico.

Giuseppe Averardi (classe 1928), per più legislature deputato e senatore di area socialista, sottosegretario, membro del Consiglio d’Europa, giornalista, direttore della rivista “Ragionamenti”; Michele Pellicani(1915- 1991), giornalista e politico, già direttore della rivista del PCI “Vie Nuove” e poi del quotidiano del PSDI “La Giustizia”; Eugenio Reale (1905- 1986), antifascista, diplomatico nei primi Governi del dopo Liberazione; Tomaso Smith (1886-1966), commediografo, giornalista, fondatore, nel ’49, di “Paese Sera”. Questi i “quattro cavalieri” di cui parla il libro: che, partiti in gioventu’ da un’ iniiziale militanza comunista, dopo la tragedia dell’ Ungheria escono dal PCI ( sulle stesse orme, in sostanza, già di Angelo Tasca, Ignazio Silone, Altiero Spinelli) , parte anche loro di quel fiume di miltanti ( centinaia di migliaia, riconoscerà poi, in un suo libro del ’76, Giorgio Amendola) che, nel ” ’56 e dintorni”, esce dal “mare magnum” comunista. E approdano alla socialdemocrazia, raccogliendosi intorno al periodico “Corrispondenza socialista”, che Reale e Averardi (entrato fortunosamente in possesso dell’ indirizzario di “Rinascita”!) fondano nella primavera del ’57.

Un settimanale (poi, dal 1960, mensile) che a lungo catalizzerà le energie di quanti, militanti del PSDI e d’ un PSI non ancora liberatosi dell’ ipoteca frontista, socialisti indipendenti, democratici radicali e repubblicani, lavoreranno per creare anche in Italia un’ area autenticamente laburista, democratica, laica, terzaforzista, federalista europea.
«C’era voluto il delirio della gioventù e della classe operaia ungherese e l’onnipotenza dei carri armati sovietici. per dirci “di che lacrime e sangue” gronda la storia del comunismo leninista, stalinista, togliattiano», scrive Giuseppe Averardi. Che, nella seconda parte del libro, ci propone una selezione di articoli di “Corrispondenza socialista” degli anni ’50- ’60: in cui autori italiani, europei e americani (da Robert Conquest a Francois Fejto, da Hovard Fast a Giorgio Galli e Antonio Ghirelli) raccontano la fine della loro innocenza davanti all’ emergere dell’ essenza repressiva del gigante sovietico, e si soffermano su pagine indelebili della storia della sinistra mondiale. Come le lotte di potere al vertice dell’ URSS sin dalla morte di Lenin, l’avventuristica insurrezione comunista cinese di Canton (1927), l’ l’ssassinio di Trockij (agosto 1940), le tribolazioni del comunista eretico Milovan Gilas nella Jugoslavia titoista, il XX Congresso, il ’56 ungherese e polacco.

Fabrizio Federici

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Commenti all'articolo
  1. Io il PCI l’avevo già lasciato. Le rivolte di Varsavia e Budapest mi fecero incontrare Averardi e gli altri, coi quali confluimmo nel PSDI nel ’59.
    Mi fa piacere l’uscita del libro che ricorda le ragioni profonde di quelle decisioni.
    Oggi mi dolgo, però, della svolta autoritaria di Polonia e Ungheria. L’Ungheria” che voleva libertà e democrazia e che ho ancora nel cuore.

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