domenica, 23 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Violence, nuovo album degli Editors. Apprezzabile ma senza un “fil rouge”
Pubblicato il 15-03-2018


editors-violencecovLa resa dei tre corpi nudi in copertina, ad opera di Rahi Rezvani, è vibrante: avvinghiati tra loro, nella loro plastica nudità, esprimono vitalità fisica e psichica e al contempo un conturbante senso di inquietudine. Se però vi aspettate di trovare questa tensione drammatica e questi chiaroscuri anche nelle canzoni che compongono “Violence” rimarrete delusi.

Sono ormai lontani i tempi in cui gli Editors erano tra i capifila del revival new-wave degli anni 2000 ed erano considerati la risposta albionica agli Interpol. Ma sono lontani anche i tempi in cui sembravano aver trovato la propria personale direzione in un pop barocco e nichilista (“An End As A Start”, 2007), salvo poi sterzare e cambiare coraggiosamente direzione, ma sempre con classe e coerenza, con “In This Light…” (2009), forte di un synth pop d’impianto noir. Qualche passo falso era stato fatto con “The Weight Of Your Love” (2013), ma il gruppo era riuscito a risollevarsi con “IN DREAM”, in grado di recuperare le suggestioni fosche dei primi tempi.

“Violence” riparte dal paradigma di “IN DREAM” ma il mood si fa più gioioso e speranzoso, cosa questa, che li porta a perdere quello che era il segno di riconoscimento più tangibile della loro personalità. In “Violence” tutto scorre senza appiccicarti addosso quell’alone di malinconia, di rabbia uggiosa, presente invece nei lavori precedenti. V’è penuria anche di quella pateticità che tanto gli era stata – ingiustamente – criticata in passato e che ora ha lasciato il posto a una produzione un po’ affettata.

Ma in realtà il vero problema di “Violence” consiste nel fatto che, al di là della maggiore fruibilità e solarità dei brani, un vero e proprio fil rouge stilistico non c’è. Le canzoni sembrano buttate nella scaletta del disco per caso.

Il momento più interessante è indubbiamente costituito dalla title-track, in cui la band di Stafford sperimenta un beat ossessivo, retrò e sfacciatamente dancereccio, pezzo in cui la produzione di Blanck Mass è maggiormente percepibile. Se l’intero album avesse perseguito questa strada, l’ascolto sarebbe stato nel complesso più stimolante e meno straniante.

“Halleluja (So Low)” lancia il suo hook sfacciatamente in stile Muse e, per quanto non si può dire che sia un brutto pezzo, viene spontaneo domandarsi quale sia il suo ruolo all’interno di questo “Violence”. Lo stesso dicasi per “No Sound But The Wind”, pezzo storico del gruppo, qui alla terza interpretazione. Sempre bello, certo, ma ce n’era davvero bisogno? E poi ci sono “Cooking Spooks”, con la coda che rimanda ai Cure, e “Nothingness” che strizza l’occhio alle classifiche e cresce con gli ascolti. E ancora, “Belong”, le cui splendide strofe sono ricamate dal suono di violini rinascimentali. Brani che presi a sé, funzionano pure, magari con qualche “ooooh” “uuuuh” in meno. Ma che nell’architettura del disco, fanno storcere il naso, anche in virtù del fatto che questo “Violence” è composto da sole 9 tracce.

“Violence” è, in definitiva, un cocktail che a un primo ascolto potrebbe lasciare spiazzati per la sua discontinuità e per l’abbandono della carica malinconica da sempre tipica degli Editors. Un disco mediocre e poco personale, con pochissimi guizzi, che riuscirà a conquistare facilmente chi si avvicina per la prima volta a Tom Smith e soci. Ma che farà più fatica a erodere i cuori di coloro che al nome Editors associano titoli come “The Boxer”, “The Racing Rats”, “Munich”, “Bones”, “The Big Exit”.

Giulia Quaranta

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