PUNTO E A CAPO

di maioSe il M5S piange, il Pd non ride. Matteo Renzi chiude ogni possibilità di intesa con Di Maio, anticipando una decisione che spettava alla Direzione Nazionale prevista per giovedì e portando di conseguenza tensione all’interno del Pd. “Il governo lo faccia chi ha vinto, altrimenti vorrebbe dire che i giochetti dei caminetti romani contano più del voto degli italiani”, taglia corto Renzi. A prendere la parola contro le dichiarazioni di Matteo Renzi durante la trasmissione Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’ è il segretario reggente, Maurizio Martina.
“Ritengo – dice – ciò che è accaduto in queste ore grave, nel metodo e nel merito. Così un partito rischia solo l’estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società”. “Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”, aggiunge. “In queste ore – afferma Martina – stiamo vivendo una situazione politica generale di estrema delicatezza. Per il rispetto che ho della comunità del Partito Democratico porterò il mio punto di vista alla Direzione Nazionale di giovedì che evidentemente ha già un altro ordine del giorno rispetto alle ragioni della sua convocazione. Servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”. “Ritengo ciò che è accaduto in queste ore grave – aggiunge – nel metodo e nel merito. Così un Partito rischia solo l’estinzione e un distacco sempre più marcato con i cittadini e la società; si smarrisce l’impegno per il cambiamento e non si aiuta il Paese. Per questo continuo a pensare che il Pd abbia innanzitutto bisogno di una vera ripartenza su basi nuove”, conclude Martina.
A intervenire anche Gianni Cuperlo, leader della minoranza dem e ospite di Circo Massimo a Radio capital: “A questo punto la direzione del Pd” – che si riunirà giovedì 3 maggio – “dovrebbe cambiare l’ordine del giorno, ovvero la preparazione di una nuova campagna elettorale, cioè una cosa da far tremare i polsi”.
“Ancora una volta, dopo il risultato catastrofico del 4 marzo, noi non abbiamo discusso, abbiamo operato una sostanziale rimozione di quanto è successo”, spiega Cuperlo.
“Un partito non decide la sua linea politica negli studi televisivi, convoca gli organi dirigenti. Ieri sera vedendo l’intervista dell’ex segretario ho provato un senso di dispiacere perché quella discussione avrei volto farla con lui nel luogo giusto, cioè la direzione del partito. E invece – osserva Cuperlo – stiamo qui a commentare un’intervista attesa per ore come una finale di calcio. Così la politica si spegne, si spegne la vitalità di un partito”.
Per il Segretario del Psi, Riccardo Nencini “Va allargato lo spazio per un governo ‘costituente’: riformare la natura dello Stato e poi, solo poi, costruire un’adeguata legge elettorale. Inutile girarci intorno. Senza una ‘grande riforma’ l’Italia a tre poli non funziona”.
Mentre i dem sono alle prese con l’ennesimo conflitto interno che rischia di bruciare il Centrosinistra, i pentastellati provano a marcare di nuovo la Lega. Di Maio, dopo la stoccata di Renzi, propone, a questo punto, a Salvini di chiedere al Colle di tornare al voto a giugno, quello, evidenzia, sarà il “ballottaggio” che in diversi vorrebbero come modifica del sistema di voto. “A questo punto – dice Di Maio su Facebook – non c’è altra soluzione, bisogna tornare al voto il prima possibile, poi ovviamente deciderà il presidente Mattarella. Tutti parlano di inserire un ballottaggio nel sistema elettorale ma il ballottaggio sono le prossime elezioni quindi io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di andare a votare e facciamo questo secondo turno a giugno. Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione”.
“Questa è una legge elettorale assurda (voluta dal Pd e dal centrodestra) che permette anche a forze che perdono le elezioni come Forza Italia e Fdi di rivendicare una pseudo-vittoria in nome di una coalizione di comodo. In ogni caso, come avevo detto e ripetuto più volte in campagna elettorale, visto che abbiamo ottenuto un risultato straordinario ma non abbiamo ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, ci siamo rivolti alle forze politiche per far partire un governo di cambiamento sulla base di un contratto che comprendesse i temi prioritari per gli italiani”, spiega Di Maio.
Ma la Lega non sembra aver digerito le aperture dei pentastellati ai dem e nel frattempo incassa un altro successo con la regione del Friuli Venezia Giulia. “Dopo i Molisani, anche donne e uomini del Friuli Venezia Giulia ringraziano il PD per l’egregio lavoro svolto, e salutano Di Maio & Compagni. GRAZIE!!!!! #andiamoagovernare io sono pronto!”. Così su twitter il leader della Lega Matteo Salvini, che pubblica la foto di una carta del 2 di picche dentro la sabbia su una spiaggia.

Ai festeggiamenti per Fedriga si unisce anche Silvio Berlusconi: “Il centro-destra unito si conferma vincente e accresce ancora i suoi consensi. Questo conferma una volta in più che siamo non soltanto la prima coalizione del Paese, ma anche quella più in sintonia con gli umori e le esigenze degli elettori. Sul piano politico complessivo questa è una ragione in più per affidare al centro-destra la guida del governo nazionale”. Gli italiani stanno “rapidamente abbandonando” i 5S e questo “conferma ancora una volta che i grillini sono considerati del tutto inadatti a governare, sia una regione, sia a maggior ragione l’intero Paese”.
Il M5S assiste a una vera e propria debacle nella Regione del FVG, il candidato 5s Alessandro Fraleoni Morgera arriva appena a 11,6%, un crollo rispetto alle politiche del 4 marzo quando nella Regione avevano preso il 24,6%. La Lega risulta prima per preferenze dei votanti col 34,94%, seguita da Forza Italia al 12,07% e Fratelli d’Italia al 5,47%. Il Centrosinistra nonostante tutto si attesta al 26,8%

“Wajib”: delicato film palestinese. Il senso della vita e la dura realtà

locandinaÈ finalmente uscito anche nelle sale italiane “Wajib- Invito al matrimonio”: film del 2017 opera di Anne Marie Jacir, regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica palestinese, nativa di Betlemme; coprodotto da più Paesi (tra cui Francia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti).

Interpretato dal celebre Mohammed Bakri, star del cinema mediorientale che ha lavorato anche coi fratelli Taviani e con Saverio Costanzo, e dal figlio Saleh, “Wajib” è, in sostanza, un “On the road”, che, però, rispetta rigorosamente la celebre unità aristotelica di tempo, luogo e azione. Perché i due protagonisti, padre (il vecchio insegnante Abu Shadi) e figlio (Shadi, che vive a Roma), pur muovendosi tutto il giorno in macchina, non escono da Nazareth: devono adempiere, infatti, il dovere del “Wajib”, cioè di consegnare personalmente, a tutti gli invitati, gli inviti al matrimonio della figlia – e sorella – Amal (Maria Zreik).

Sbrigare quest’incombenza – tipica d’una società, come quella palestinese, nonostante tutto ancora abbastanza contadina e patriarcale – permetterà loro di passare un’ intera giornata insieme, con una vera propria “abbuffata” di parenti e amici (in un clima che ricorda anche certe atmosfere del nostro Sud), e incontrando anche varie disavventure. Al termine della giornata (che ricorda, “mutatis mutandis”, quella di Leopold Bloom nell’Ulisse” joyciano), compiendo il “nostos”, il viaggio di ritorno, avran modo di ritrovare sè stessi, riscoprendo – dopo anni – il proprio rapporto.

Durante le peregrinazioni, infatti, è venuto inevitabilmente a galla il confronto, e quasi lo scontro, tra le due diverse mentalità. Quella di Abu Shadi, un moderato che per tanti anni ha accettato di piegarsi a tanti compromessi con gli occupanti israeliani per poter assicurare una vita dignitosa alla sua famiglia (è separato dalla moglie, che negli USA s’è rifatta una vita coniugale), e quella del giovane Shadi. Architetto che, a suo tempo, ha preferito lasciare la Palestina (dietro consiglio sempre del padre) e, a Roma, vive con una ragazza palestinese figlia d’un dirigente dell’OLP, e non vuole accettare gli equilibrismi del padre. Sullo sfondo, la dura realtà quotidiana della Cisgiordania occupata da Israele nella Guerra dei Sei giorni: coi mille escamotages cui devono ricorrere, per vivere, gli arabi palestinesi, stretti tra l’occupante e una leadership nazionale non sempre all’ altezza del proprio ruolo. Alla fine, però, padre e figlio sapranno comprendere ognuno le ragioni dell’altro.

Un film delicato, diremmo un “Monsoon wedding” più serio e drammatico: già insignito di vari premi in festival come quelli di Londra, Locarno e Mar della Plata), e candidato, per la Palestina, all’Oscar per il miglior film straniero. Senz’altro da vedere.

Fabrizio Federici

Criptovalute nel mirino dell’antiriciclaggio

bit coin

Gli articoli pubblicati dall’Avanti! sulle cripto-valute non sono stati vani. Le  Norme antiriciclaggio sono state estese a chi fa operazioni con le cripto-valute. I prestatori di servizi delle valute virtuali sono stati equiparati alle  Banche  ed a tutti gli altri  Operatori finanziari. Essi  dovranno applicare i controlli di ‘Due diligence’  oltre che i  metodi di Adeguata verifica per la Clientela, allo scopo di porre fine al sistema di anonimato che contraddistingue le Valute virtuali.

Tutto questo è stato inserito nella V Direttiva Europea, approvata dal  Parlamento Europeo, ed è la prima  regolamentazione sistematizzata sul tema delle cripto-valute. Il Provvedimento  entrerà in vigore tre giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale  dell’Unione Europea, poi gli Stati aderenti avranno tempo 18 mesi per recepire le nuove Norme nelle singole Legislazioni nazionali.

Per il nostro Paese il compito appare più semplice, in quanto molte delle nuove Regole sono già state inserite con l’approvazione della IV Direttiva Europea, entrata in vigore con il Dlgs. 90/17, che regola la nuova disciplina in tema di Antiriciclaggio.

Nella  V Direttiva, in particolare, vengono introdotte le regole per l’identificazione dei Beneficiati effettivi  delle  Società  che agiscono all’interno  dell’Unione Europea  contro le Società fantasma (misura già esistente in Italia con il Registro dei Trust presso le Camere di Commercio e che è in fase di ultimazione).

Agli Stati toccherà la scelta finale sull’accesso da parte anche di terzi alle informazioni del Registro.

La Direttiva, inoltre, riduce la soglia per l’identificazione dei Titolari di Carte prepagate dagli attuali 250 a 150 euro e stabilisce criteri più severi per valutare se i Paesi terzi sono esposti maggiormente al rischio riciclaggio, inserendo la possibilità di sanzioni ed esami più approfonditi per quanto riguarda le transazioni riguardanti Cittadini di Paesi a rischio.

Infine, l’ambito di applicazione della Direttiva è stato allargato a qualsiasi forma di Servizi di consulenza fiscale, alle Agenzie di locazione, ai Commercianti d’arte, ai Prestatori di Servizi di portafogli elettronici ed a quelli di cambio di Valuta virtuale (estensione già coperta dal nostro Paese).

In sintesi, con la V Direttiva Europea, non potendo combattere direttamente le società fantasma che gestiscono le cripto-valute, sono state adottate misure restrittive e penalizzanti per scoraggiare l’utilizzo delle cripto-valute.

Vedremo successivamente se la V direttiva europea ha anche previsto provvedimenti e sanzioni rispetto a chi sta utilizzando le valute virtuali.

Salvatore Rondello

Reddito di cittadinanza in Finlandia già archiviato

luigi-di-maio

Il cavallo di battaglia elettorale del M5S, in Italia è ancora sul tavolo della politica per gli sviluppi futuri. Altrove, l’introduzione di una forma di reddito di cittadinanza è un’idea che sta per essere archiviata da chi ha già provato a metterla in pratica. Aveva destato molta curiosità a livello internazionale il progetto pilota lanciato dalla Finlandia nel 2017. Un piano biennale che alla sua scadenza a fine 2018 non sarà rinnovato. Ancora non sono chiari i motivi tecnici. Un rapporto ufficiale sul progetto verrebbe pubblicato non prima dell’anno prossimo, ma, intanto, il governo finlandese vuole esplorare altre forme di welfare in sostituzione del reddito di cittadinanza.

Il ministro finlandese delle finanze, Petteri Orpo, sui media locali, ha parlato in particolare di introdurre un ‘universal credit’ analogo a quello impiegato in Gran Bretagna: un meccanismo che unifica, semplificandoli, tutta una serie di sostegni e bonus fiscali. Nel progetto pilota di reddito di cittadinanza  sono coinvolti 2.000 finlandesi senza lavoro che ricevono circa 690 dollari al mese in sostituzione dei sussidi di disoccupazione, senza alcun vincolo. Anche se trovassero un impiego, manterrebbero comunque l’assegno. I partecipanti, di età compresa tra 25 e 58 anni, sono stati selezionati dalla Kela (l’istituto di  previdenza sociale finlandese).

Il piano iniziale prevedeva di espandere l’esperimento, a inizio 2018, e coinvolgere anche chi già ha un lavoro. Questo però non è successo. Per la delusione dei ricercatori della Kela, che avrebbero voluto studiare l’impatto sociale di un reddito di cittadinanza universale, sistema in cui una somma di denaro è destinata a tutti, per il semplice fatto di essere vivi.

Un’idea che negli ultimi tempi ha visto un sostegno crescente da figure di spicco della Silicon Valley, come il patron di Tesla e SpaceX Elon Musk o il cofondatore di Facebook Chris Hughes. Imprenditori preoccupati dagli sconvolgimenti per lavoratori e consumatori derivanti dall’avvento della robotica, che peraltro loro stessi stanno in buona parte favorendo. Molti partecipanti al progetto finlandese hanno riferito di un calo nei livelli di stress dopo l’inizio dei pagamenti ma i ricercatori denunciano che la durata troppo breve del programma impedirà loro di trarre conclusioni definitive sui suoi effetti.

L’idea del reddito di cittadinanza era sostenuta dal 70% dei finlandesi, secondo un sondaggio pubblicato da Fortune. La percentuale, però, è crollata al 35% quando agli intervistati è stato spiegato che le tasse già altissime del Paese sarebbero aumentare per coprire il costo del programma.

In Italia esistono già il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito e la riforma dei centri per l’impiego, ma non il reddito di cittadinanza. Ci sono la semplificazione fiscale e la riforma del processo tributario, ma non la flat tax. Ci sono assunzioni nelle forze dell’ordine, ma nessun giro di vite sull’immigrazione.

La relazione consegnata dal professor Giacinto della Cananea a Luigi Di Maio, frutto del lavoro del comitato di esperti incaricato dal M5S per l’analisi scientifica dei programmi, contiene uno schema in dieci punti che il Movimento potrebbe siglare con la Lega o con il Pd per formare il cosiddetto ‘esecutivo del cambiamento’, sterilizzando le reciproche divergenze. L’obiettivo: “Tutelare un insieme di interessi collettivi, al servizio del nostro Paese”.

Il documento contiene un avvertimento: “Le divergenze, che si sono ampiamente manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’estero, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”. Su Europa, pensioni e giustizia penale le posizioni dei tre partiti sono molto lontane. È, dunque, soltanto pagando il prezzo dell’addio ai rispettivi cavalli di battaglia che si può immaginare una piattaforma comune. L’operazione tentata dal documento, che alle divergenze dedica due pagine scarse su 28, offre invece una sinossi molto pragmatica delle convergenze possibili. Le priorità del Paese sono state sintetizzate in dieci punti: giovani e famiglie, lotta a povertà e disoccupazione, contrasto agli squilibri territoriali, sicurezza e giustizia, difesa del Servizio sanitario nazionale, imprese e innovazione, fisco, infrastrutture, amministrazione efficiente e trasparente.

La data ultima fissata per consegnare la relazione era il 30 aprile, ma il M5S ha preferito accelerare e scoprire la carta del confronto sui temi proprio all’inizio della scorsa settimana, dopo che il Presidente della Repubblica ha conferito il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico. Così i pentastellati cercano di giocare d’anticipo, anche per rivendicare il ruolo propositivo che hanno cercato di ritagliarsi sin dal 5 marzo e soprattutto per convincere i due fronti, quello ben avviato ma fermo della Lega e quello tutto da aprire del Pd, a dialogare sui programmi, concentrandosi sulle sintonie.

Della Cananea, docente di diritto amministrativo a Tor Vergata, ha chiamato a comporre il comitato altri cinque “esperti indipendenti”: Elena Granaglia e Fabio Giulio Grandis (Roma Tre), Leonardo Morlino (Luiss), Gustavo Piga (Tor Vergata) e Andrea Riggio (Università di Cassino). Angela Ferrari Zumbini, dell’ateneo Federico II di Napoli, ha fornito al comitato un supplemento d’indagine sull’accordo di coalizione recentemente siglato in Germania.

La proposta del contratto per il programma di governo del M5S parte da una garanzia: il rispetto degli impegni assunti in sede europea e internazionale. Ma viene chiarito: “l’esecutivo sarà fermo nel pretendere il rispetto dell’eguaglianza tra gli Stati che fanno parte dell’Unione e nell’esigere, per tutti e in ogni caso, l’assolvimento degli obblighi di solidarietà. Si farà promotore di iniziative innovative, per esempio per quanto concerne il regolamento di Dublino. Terrà fede agli impegni assunti in sede atlantica, nel quadro di una piena condivisione dei fini e dei mezzi”. Sulla riforma dell’Unione, la bozza di intesa ritiene indifferibile la razionalizzazione delle sedi dell’Europarlamento, la revisione del bilancio dell’Unione e soprattutto un contributo attivo dell’Ue sugli investimenti: “Non vi sono ragioni per cui le istituzioni dell’Unione non assecondino l’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, di cui l’Italia ha bisogno per partecipare appieno all’integrazione più stretta in Europa”.

In materia di aiuti alle famiglie, lo schema di accordo insiste sull’espansione della rete dei servizi per la prima infanzia e del sostegno monetario al costo dei figli, sulle politiche di conciliazione, sulla promozione dei valori della convivenza civile a scuola. La ricetta per ridare fiato all’occupazione e contrastare la povertà passa per il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito (ma non si specifica quali) e la riforma dei centri per l’impiego. Altrettanto prioritario è combattere gli squilibri territoriali, agendo su più fronti: sicurezza e legalità da un lato, infrastrutture dall’altro. Qui lo schema di contratto cita “il recupero dell’originaria vocazione delle istituzioni pubbliche, come la Cassa depositi e prestiti, chiamate a sostenere le opere di interesse collettivo e una più efficace gestione dei fondi europei attraverso meccanismi di incentivi e disincentivi”.

Per le Pmi è previsto un disegno di legge annuale da presentare alle Camere entro il 30 giugno di ogni anno. Sarebbe questa la proposta principe per le imprese, che dovrebbe servire a ridurre gli oneri amministrativi, fiscali e parafiscali che gravano sulle attività economiche e che tutte e tre le forze politiche prese in esame segnalano come target da centrare. Le azioni concrete da promuovere sarebbero la digitalizzazione, l’abolizione delle imposte sui negozi sfitti e sui fabbricati destinati alla produzione di beni e servizi di commercianti, artigiani e piccole e medie imprese, varo di un piano per la formazione e l’istruzione universitaria necessario a far nascere nuove figure professionali adeguate alla quarta rivoluzione industriale. Sul fronte creditizio, si propone un diverso trattamento fiscale tra banche d’affari e banche commerciali per favorire queste ultime. Sull’agricoltura, infine, si guarda al modello “multifunzionale”, con la tutela del paesaggio, una strenua difesa del made in Italy, interventi sulle filiere per tutelare il reddito degli agricoltori.

Il capitolo sulle infrastrutture è accompagnato dallo slogan: “Un Paese da ricostruire”. Investimenti pubblici mirati “non sono più differibili”: impiego tempestivo di 5,7 miliardi già disponibili per le comunicazioni elettroniche e mobilitare altre risorse, “una volta scorporate dalla spesa pubblica rilevante ai fini dei criteri stabiliti dall’Unione europea”. Interventi condivisi dalle parti riguardano l’edilizia carceraria, scolastica e universitaria, le infrastrutture relative al gas, la transizione energetica, il potenziamento di accessibilità degli scali e delle banchine nei porti. Lo schema di contratto prevede inoltre la creazione di un’unica cabina responsabile per la strategia relativa al digitale che sostenga lo sviluppo della banda ultralarga, ampliando la gamma delle applicazioni verticali del 5G con aree di eccellenza nazionale, dal cibo al vino. Sull’ambiente la scommessa è su mobilità sostenibile, green economy, transizione energetica e decarbonizzazione, punti presenti nei programmi di tutti e tre i partiti, come l’impegno su rifiuti e contro il consumo di suolo e dissesto idrogeologico.

In materia di “fisco” l’accordo proposto dal comitato di esperti si sviluppa lungo due direttrici: da un lato ripensare l’impostazione complessiva dell’amministrazione fiscale, digitalizzando i processi di liquidazione e di pagamento delle imposte; dall’altro lato riformare il processo tributario, rigettando norme e prassi che implicano un’inversione della prova a carico del contribuente e garantendo al giudice terziarietà, professionalità e autonomia. L’esigenza di ricalibrare la pressione fiscale è accennata, ma non si fa alcun riferimento agli strumenti. La ragione è semplice da intuire: sono un rebus che divide i partiti. La flat tax indicata di nuovo ieri da Matteo Salvini come “il principio giusto per far ripartire economia, produzione e consumi” resta distante dalla riforma Irpef elaborata dai Cinque Stelle. Uniformi, invece, le vedute sulla Pa: rivedere la formazione del personale, investire sul capitale umano, semplificare, digitalizzare.

Insomma, sono ancora ampie le divergenze tra le tre principali forze politiche presenti in Parlamento. Bisognerà attendere il summit del Pd per comprendere la fattibilità della mediazione di Fico per la formazione di un nuovo governo.

Roma, 29 aprile 2018

Salvatore Rondello

25 anni di monetine e insulti

“No, non ho avuto paura di nulla, di questa scena barbara e selvaggia, incivile. Naturalmente, ripensandoci dopo, ho avuto vergogna per loro”
Bettino Craxi

Il 30 aprile 1993 una folla invase Largo Febo e attese Craxi all’uscita dell’hotel Raphael, l’albergo che da anni era la sua dimora romana. Quando Craxi uscì dalla porta principale dell’albergo i manifestanti lo bersagliarono con insulti e soprattutto con il lancio delle famose ‘monetine’ e cantilene irridenti. Con l’aiuto della polizia, Craxi riuscì a salire sull’auto e poi lasciò l’hotel.
Quell’episodio venne ripreso da tutti i telegiornali, la presa diretta di un’Italia livorosa e con ‘la bava alla bocca’, pronta a schernire il capro espiatorio di turno.
Da allora su Bettino Craxi, sui socialisti e sul Partito socialista si protrasse un’onta che dura 25 anni. Nella memoria italiana venne spazzata via ogni battaglia e conquista del Psi per il bene del Paese.

Da allora l’Italia non fu più la stessa… non certo migliore.

Barbagallo: “Senza lavoro, una società non esiste”

barbagallo carmelo psi

“Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Da “La Rivendicazione”, Forlì, 26 aprile 1890.
La Festa del lavoro, o Giornata internazionale dei lavoratori di tutti i Paesi, viene celebrata in molte nazioni dal primo maggio 1890. La decisione di organizzare a livello internazionale e in contemporanea una giornata non solo di festa ma occasione per rivendicare i diritti sindacali della classe operaia, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, è stata presa dal congresso di Parigi della Seconda internazionale (organizzazione politica di sinistra fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) il 20 luglio 1889.

La data del primo maggio è stata scelta anche per celebrare i cosiddetti “martiri di Chicago”. Il primo maggio 1886, infatti, si svolge a Chicago una grande manifestazione per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro. Uno sciopero al quale partecipano 80mila persone. I giorni successivi gli scioperi continuano e le proteste sfociano in violenze e morti. I gravi incidenti scoppiati il 3 e il 4 maggio 1886 passeranno alla storia come rivolta di Haymarket. Incidenti e tumulti con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Otto anarchici saranno processati e condannati a morte senza prove precise. La sentenza capitale sarà eseguita per quattro di loro, che finiranno impiccati in carcere.

Sui temi legati alla Festa del lavoro abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil dal 2014. Carmelo Barbagallo ha iniziato a lavorare a otto anni e dopo tanto apprendistato e lavori saltuari, viene assunto, prima, in un pastificio e, poi, come operaio specializzato dalla Fiat di Termini Imerese. Contemporaneamente inizia la sua militanza nel Partito Socialista Italiano.

Ha ancora senso celebrare il Primo Maggio come la Festa dei lavoratori? O tutto si riduce al Concertone di Roma?
Certo che ha senso! Soprattutto in Italia la cui Costituzione, proprio al suo primo articolo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Concertone di Piazza San Giovanni è ormai una bellissima e consolidata tradizione dedicata soprattutto ai nostri giovani, ma in moltissime piazze italiane si continuano a svolgere, in mattinata, decine e decine di cortei e comizi, oltre al comizio nazionale dei tre Segretari generali che, quest’anno, avrà come scenario la città di Prato e come tema quello della salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Primo Maggio continua ad avere un valore perché, nonostante tutto, il lavoro continua a essere uno dei valori più importanti per la persona e per la società.

Come viene festeggiato nel resto del mondo?
Anche in altre nazioni, ci sono cortei, manifestazioni e comizi. La festa del Primo Maggio è internazionale: accomuna tanti popoli e tanti lavoratori.

Lei è reduce da un tour in diverse regioni d’Italia per i congressi Uil. Che aria tira? Quali i problemi e le difficoltà che la gente affronta nella vita di tutti i giorni?
Intanto, devo dire che la Uil gode di ottima salute: noi aumentiamo in iscritti, voti e delegati. C’è persino un recente studio del Censis che ha certificato che noi siamo l’unico Sindacato che cresce. L’esito entusiasmante delle ultime elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego ne è l’ennesima prova: abbiamo ottenuto un successo strepitoso. Purtroppo, il Paese non sta altrettanto bene. Stanno aumentando le situazioni di disagio economico, la disoccupazione giovanile resta un problema serio, cresce il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La gente chiede interventi strutturali per invertire davvero la rotta e puntare allo sviluppo.

Mi sembra che oggi il sindacato abbia poca presa con i giovani. Certo, abbiamo i lavoratori avanti negli anni e i pensionati. Ma i giovani? Sarà sempre più un sindacato coi capelli grigi e a rischio di estinzione?
Partiamo da un dato. La Uil è il Sindacato che ha il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati più alto di tutti gli altri Sindacati e, inoltre, ribadisco, continua a crescere ovunque. Il rischio di estinzione non sappiamo proprio che cosa sia: è un problema inesistente, è una fake news diffusa dai nostri detrattori. Noi abbiamo fatto tantissime iniziative che hanno coinvolto migliaia e migliaia di giovani i quali hanno partecipato con grande entusiasmo contribuendo alla riuscita di queste manifestazioni. Abbiamo, poi, anche una categoria, la UILTemp, che si occupa prevalentemente di quei giovani che hanno contratti precari o temporanei. Infine, io sono nettamente contrario a questo tentativo di contrapposizione tra generazioni. Un vecchio proverbio Masai, che cito spesso in occasione delle nostre riunione dice: “I giovani corrono veloce, i vecchi conoscono la strada”. Io aggiungo: “Insieme possiamo raggiungere i traguardi che ci prefiggiamo”.

Come sarà la Uil del futuro? Quali temi, quali diritti, quali valori?
Valori e diritti saranno quelli di sempre, quelli che ci hanno fatto sempre guardare al futuro ed essere il Sindacato della modernizzazione. Già sei anni fa, in occasione della Conferenza di Organizzazione di Bellaria, abbiamo avviato una riforma del nostro Sindacato, trasformandolo in un Sindacato a rete, sempre più vicini alla gente e ai luoghi di lavoro. Inoltre, abbiamo inserito nel nostro Consiglio confederale oltre quaranta Rsu, eletti di recente soprattutto tra i giovani. Anche negli altri organismi è notevolmente cresciuta la presenza di giovani e donne. Insomma, noi il cambiamento non lo annunciamo, ma lo pratichiamo e lo viviamo. E i risultati si vedono e sono sotto gli occhi di tutti.

Sarà che un’organizzazione che ha le sue radici nell’Ottocento, così come i partiti tradizionali, non è più capace di comunicare?
Lei continua a pormi domande dando per scontato che il Sindacato e la Uil siano in crisi! Lo ripeto: non è così. I numeri dicono un’altra cosa, raccontano un’altra realtà. Le faccio solo un esempio a proposito dei sistemi di comunicazione. Dieci anni fa abbiamo fondato una web Tv, la prima web Tv sindacale. Ebbene, di recente, proprio per festeggiare il decennale, abbiamo organizzato un video contest, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni chiedendo loro di realizzare dei corti per esprimere la loro idea di lavoro, le loro ansie, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Non solo hanno partecipato in tantissimi, ma gli accessi al nostro sito sono aumentati, in quel periodo, del 1.400 per cento. Tutto documentato.

Il mondo del lavoro sta cambiando, già si parla di industria 4.0. Ma il lavoro in sé è ancora uno dei valori fondamenti della nostra società? E quali nuove strategie si devono mettere in campo per difendere questo valore?
Senza lavoro, una società non esiste. E quando non si capisce che è uno dei valori fondamentali della nostra società e se ne calpestano i diritti, quello è il momento in cui regrediamo. Il punto è un altro: il lavoro è cambiato e, soprattutto, rischia di soccombere rispetto al profitto e agli interessi delle multinazionali o di imprenditori poco illuminati. Bisogna gestire la trasformazione verso l’impresa 4.0 e bisogna evitare che ciò accada in spregio ai diritti conquistati in questi anni.

Il sindacato deve restare dentro i confini nazionali oppure è importante che presti attenzione anche a quello che succede altrove? E perché?
I confini nazionali non esistono più: li ha abbattuti, da tempo ormai, la globalizzazione. È impensabile, dunque, governare le dinamiche sociali, occupazionali e produttive restando ripiegati su stessi e su realtà locali, senza confrontarsi con ciò che accade in Europa e nel mondo e senza quantomeno provare a influenzare le scelte e i processi decisionali delle multinazionali, da un lato, e dell’Europa o di altri Paesi, dall’altro. A questo scopo dovrebbero intervenire la Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati, e la Csi, la Confederazione internazionale. Peraltro, il Segretario generale della Ces è un sindacalista della Uil, il nostro Luca Visentini, che siamo riusciti a far eleggere qualche anno fa al vertice di quella Organizzazione grazie a una strategia di alleanze determinata unitariamente. C’è ancora molto lavoro da fare per dare effettiva forza contrattuale a queste due realtà sovranazionali: è esattamente ciò su cui si sta impegnando da qualche anno a questa parte la Uil. Se non vogliamo correre il rischio della marginalità dobbiamo proseguire lungo questa strada.

Una delle battaglie del sindacato, anche di questi giorni, riguarda le aperture nei giorni festivi dei grossi centri commerciali. Ma la realtà presenta aspetti nuovi, tipo l’e-commerce, e citiamo solo Amazon, che sta togliendo grandi fette di guadagno al commercio tradizionale, mettendo in crisi giganti che scopriamo avere piedi d’argilla e bilanci traballanti. Non rischia di essere una battaglia di retroguardia?
Ci sono alcuni lavori, relativi ai servizi pubblici essenziali, rispetto ai quali il Sindacato non ha mai posto alcun problema poiché si tratta di funzione che devono essere svolte nell’interesse della collettività: garantirne dunque la continuità, sempre sulla base di criteri condivisi, anche nei giorni di festa è un dovere. Ci sono altri lavori, invece, ed è il caso del commercio, per i quali la continuità risponde a logiche di profitto e, dunque, non è necessaria. Queste situazioni devono essere gestite sulla base della contrattazione e della volontarietà, nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Pensa che siano tramontati quei valori, quelle necessità che nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato prima alla costituzione delle Società di mutuo soccorso, poi dei sindacati e dei partiti? E quale deve essere il ruolo del sindacato, parlando di oggi ma guardando al domani?
Noi dobbiamo recuperare proprio lo spirito delle Società di mutuo soccorso e questo dobbiamo farlo, soprattutto, per i nuovi lavori. Il nostro futuro deve avere solide radici nel passato.

Mezzogiorno, donne e giovani sembrano scomparsi dall’agenda politica. Come farli ritornare centrali? Soprattutto con quali proposte?
Lo sviluppo del nostro Paese dipende, in gran parte, dalla capacità di far crescere il Pil delle nostre regioni meridionali. Solo così si genererebbe più lavoro anche per i giovani e le donne. Tutto questo non può avvenire per decreto: servono, invece, investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali soprattutto nel Sud del Paese. Questa è l’unica ricetta concreta, pratica ed efficace per determinare condizioni di crescita strutturale.

Quali sono i problemi più importanti, più urgenti che la Uil porterà all’attenzione del prossimo governo?
La prima rivendicazione è quella a cui abbiamo appena accennato, e la ripeto perché è fondamentale: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. La seconda riguarda il fisco. Noi metteremo in atto una grande vertenza fiscale per ridurre il peso delle tasse su lavoratori e pensionati, così da ottenere un incremento dei salari e delle pensioni. Vorremo, poi, proseguire nella terza fase della previdenza per ottenere condizioni previdenziali migliori proprio per i giovani e le donne. Infine, bisogna che il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro diventi prioritario e perciò noi chiederemo una Strategia nazionale che, a differenza degli altri Paesi europei, in Italia è ancora assente. Non è un caso che abbiamo deciso di dedicare il Primo Maggio proprio a questo argomento.

Antonio Salvatore Sassu

Un governo per il Paese

E’ tutto vero. Quello stesso “Movimento 5 stelle” che oggi, dopo il clamoroso fallimento (almeno a quanto risulta al momento), del tentativo di formare il governo con la coalizione di “Centrodestra”, si rivolge al Partito Democratico con l’offerta di un “contratto” su pochi ed essenziali punti programmatici, è lo stesso che ha sistematicamente riversato su Renzi e il suo partito le peggiori invettive, con l’unico scopo di guadagnare voti e mai con intento costruttivo. Tutto questo, però, solo apparentemente può giustificare, da parte degli iscritti e dei dirigenti del PD, un’eventuale rifiuto del dialogo. Non è, infatti, necessario invecchiare per raggiungere quel minimo di saggezza che ci permette di affrontare a “mente fredda” i problemi della vita in generale e quelli della politica nel caso particolare.

Fino a ieri il dittatore nord coreano Kim Yong-un minacciava il lancio di missili a testata nucleare sul suolo degli Stati Uniti d’America. Oggi, con intenti di pacificazione (sembra lecito pensarlo) ha varcato il confine tra le due Coree e ha stretto la mano al presidente della Corea del sud. Non so se il richiamo alla vicenda delle due Coree è più o meno pertinente, rispetto a quanto succede in casa nostra, ma sono certo che, a risultato elettorale acquisito ed immodificabile, l’unica strada da percorrere, con il coraggio e la lungimiranza che dovrebbe contraddistinguere i veri leader politici nei momenti cruciali della vita di un paese, è quella del confronto. La trattativa potrà essere complessa o semplice. Complessa se le parti rimarranno condizionate dal ricordo di fatti” e “misfatti” del passato recente. Semplice se tutti si libereranno, almeno per un momento, di quel fardello e si renderanno conto di avere davanti una pagina bianca su cui hanno il dovere di tracciare la mappa di un percorso finalizzato unicamente al buon governo del nostro Paese.

Giancarlo Volpari

Scrive Luigi Mainolfi:
I valori vanno coltivati

Da alcuni anni, le date, che rievocano fatti carichi di nobili significati, non mi emozionano più. Ho cercato di capire le cause di questo essiccamento, che, però, ha lasciato il campo a una volontà di lottare contro le negatività, di qualsiasi colore, dell’attuale società. Mercoledì, 25 aprile 2018, sono andato verso via Matteotti di Avellino, per osservare la manifestazione. Lo scarsa presenza dei cittadini, mi ha confermato che non sono il solo a considerarla solo un rito. In un istante, sono tornate alla mente le varie tappe del processo di essiccamento, del significato delle varie ricorrenze civili. Da giovane, figlio di un attivista del Fronte Popolare, che mi faceva portare il secchio con la colla per affiggere i manifesti, appresi i delitti, le angherie e i confinamenti del fascismo, partendo dall’olio di ricino, fatto bere a mio padre. Assorbii anche i valori umani e sociali, che avevano dato la forza per sopportare i soprusi ed affrontare la morte. Quando lessi che i fratelli Cervi erano socialisti, fui investito dall’entusiasmo per il mio essere giovane socialista. Appresi, poi, che Nenni aveva rinunciato a chiedere l’intervento del suo ex amico Mussolini per salvare sua figlia; che Pertini aveva reagito nei confronti della madre, perché aveva tentato di chiedere la grazia per il figlio, condannato a morte; che tanti altri italiani avevano sofferto per amore della libertà e della Giustizia. Tutto ciò, provocò un’altra trasfusione di fede politica. Tanto, che , quando i miei amici evidenziavano il mio notevole impegno, dicevo:- Quello che faccio è niente rispetto a quello che hanno fatto i nostri padri politici. Agli inizi della mia militanza politica e per molti anni, constatavo, nei militanti dei partiti democratici (DC, PCI e PSI), una coerenza con i valori nobili dell’antifascismo e della democrazia. Verso la fine degli anni ’80, purtroppo, incominciai a notare che molti “predicatori politici” tradivano questi valori . Il detto “Predicare bene e razzolare male” era diventato il nuovo credo, per politici, sindacalisti e dirigenti di associazioni “non profit”. Incominciai a confrontare ciò che vedevo in occasione delle sfilate, per festeggiare le varie ricorrenze, con i comportamenti, di tutti i giorni, delle stesse persone. L’ entusiasmo era lo stesso, ma serviva fare i propri interessi. I disvalori, sostituivano i valori. Dalla società, incominciarono ad arrivare esempi di conformismo, trasformismo, nepotismo, distruzione del territorio, sudditanza alla camorra, corruzione, intrallazzi, ecc. Con l’inizio della seconda Repubblica, avvertii l’aggravarsi delle negatività. Non più politica per il bene comune, ma arrivismo e sistemazione personale. Parlamentari, che, per soldi, giravano le sette Chiese; partiti, che buttavano a mare ideali o ideologie; l’orgia di indennità e vitalizi vedeva sempre più partecipanti; giudici, che entravano ed uscivano dagli incarichi politici; Università diventate centrali di cattivi esempi; la cattiva politica, invece di trovare oppositori, come i nostri padri politici, partoriva populismo ridicolo e ignorante. Purtroppo, anche il sindacalismo da europeo incominciò a viaggiare verso lo stile americano. I lavoratori, da “figli adottivi” dei sindacati, incominciarono a diventare clienti delle varie sigle e dei Patronati. A me, che, per amore verso la classe lavoratrice, avevo scelto la Tesi sul sindacalismo, ciò provocò una delusione immensa. Le cose assorbite mi fecero dire, alla presenza della vedova di Brodolini, :- Gli antifascisti vedevano e indicavano i loro nemici, mentre noi, oggi, non vediamo i “fascisti per le menti” e i ladri delle democrazia. Le parole di Wei Wei, “ Non c’è dittatura più pericolosa di quella che non ha bisogno delle divise”, mi hanno ulteriormente illuminato e le sensazioni di vivere sotto una dittatura si sono trasformate in certezza. In un articolo di Domenico De Masi, ho letto che nella graduatoria della felicità, il nostro Paese occupa il posto n. 49. Al primo posto c’è la Finlandia, seguita dagli altri Paesi del Nord Europa. Mica è un caso, se questi Paesi hanno una certa cultura politica. La Germania occupa il 34° posto. In Italia, quale cultura politica ha prodotto ciò, che siamo costretti a sopportare? Intanto, ogni anno, che passa, negli anniversari di nobili avvenimenti, vediamo più forma, che sostanza. Potrei dire:- Fatta la manifestazione, si torna, più agguerriti, alle negatività quotidiane. Ho notato che non si fa più riferimento al credo politico dei martiri, occultando, così, le fonti della loro forza morale e riducendo l’efficacia dei loro esempi. E’ una dimenticanza o un calcolo? Mi auguro, che la politica riscopra gli ideali nobili, che sono intramontabili, al fine di ridurre le diseguaglianze, in una logica di sviluppo. Consiglio di leggere la prefazione al libro del Papa, “Potere e denaro”, dalla quale ho dedotto che il binomio valori cristiani e valori riformisti rappresentano il migliore binomio ( da utilizzare laicamente).

Luigi Mainolfi

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Scrive Manfredi Villani:
Governo di Minoranza

Per dare speranza di bene comune agli italiani avanzo un approfondimento derivante dallo stallo pernicioso di alleanze parlamentari,programmatiche e politiche avviate dopo il 4 marzo 2018. Poiché la coalizione di centrodestra è risultata depositaria del 37% dei consensi elettorali può ambire alla formazione di un governo di minoranza. La coalizione suddetta ha vinto e può proporre, il prossimo 3 maggio, al Presidente della Repubblica l’incarico pieno per la formazione di un governo che si regge sul voto di fiducia di meno della metà dei parlamentari. La Costituzione italiana stabilisce che il governo deve avere la fiducia di entrambe le Camere. Se alcuni parlamentari si astengono o abbandonano l’Aula può bastare anche una maggioranza relativa.Si può fare un tentativo di cercare il consenso dei parlamentari depositari della speranza di bene comune. È stata pubblicata dal Corriere della Sera l’intervista in cui Silvio Berlusconi ha lanciato l’ipotesi di un esecutivo di minoranza con Matteo Salvini Premier. In ogni caso è indispensabile ricordare che il centrodestra,guidato da Matteo Salvini con il consenso del Presidente di Forza Italia,deve rispettare la volontà popolare.Anche l’azzurro Antonio Tajani insiste sulla proposta d’incarico per il centrodestra per un governo di minoranza che cerca voti in Parlamento”sul modello spagnolo”, senza lasciare spazio ai populismi che “spaventano l’Europa”. Negli studi di Rai 1, Matteo Renzi, ospite di Fabio Fazio, ha chiuso ai Cinque Stelle e ha lanciato “il governo per le regole”.