domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Aldo Cazzullo e l’oblio sul Risorgimento nel Sud
Pubblicato il 09-04-2018


bersaglieri-1-e1477292209333Aldo Cazzullo è un giornalista con la passione storica, a cui non sempre unisce giudizi personali ed equilibrati nel racconto dei fatti narrati. Sul «Corriere della Sera» del 7 aprile pubblica un commento ad una lettera del lettore Carlo Saffioti che lamenta il tentativo di «delegittimare lo stato nazionale unitario». Così il giornalista interviene sul contributo che i Calabresi diedero al Risorgimento e all’Unità d’Italia con un titolo erroneo ed estraneo al suo abituale discorso («Il Risorgimento del Sud condannato all’oblio») nonché con riflessioni tratte dagli articoli di Anna Foti e da Vito Teti. La questione sollevata dal lettore riguardava invece «la falsa interpretazione del Risorgimento» e la «violenta occupazione piemontese che comportò un genocidio del popolo meridionale».
Al di là della mancata risposta a Saffioti, il titolo dell’articolo dimostra una vaga conoscenza delle argomentazioni addotte, già oggetto del ponderoso volume I democratici e l’iniziativa meridionale nel Risorgimento (Feltrinelli, Milano 1962, pp. 809) di Giuseppe Berti. Ma sull’episodio dei cinque martiri calabresi, ricordato da Cazzullo, esistono il libro di Antonio Bonafede (Sugli avvenimenti dei fratelli Bandiera e di Michele Bello negli anni 1846 e 1847, Napoli 1848) ristampato nel 1894 e nel 1986 con l’introduzione di Antonio Iofrida; l’altro intitolato I moti rivoluzionari in Calabria nel 1847 (Locri 1947) di Antonio Oppedisano, ristampato nel 2008, oltre agli articoli ricordati e utilizzati con molta superficialità dal giornalista albese.
Dall’articolo di Anna Foti (I cinque martiri di Gerace ed il Risorgimento scritto in Calabria, in «strill.it, 16 ottobre 2013»), l’autore trae l’età dei cinque patrioti e la loro esecuzione con la notizia attinta pari pari sui «loro corpi (che) furono gettati nella fossa comune denominata “la lupa”». L’episodio, che non riceve una collocazione storica precisa nell’articolo di Cazzullo, avvenne il 2 ottobre 1847 con la fucilazione di Michele Bello (Siderno, 5 dicembre 1822), di Pietro Mazzoni (Roccella Jonica, 21 febbraio 1819), di Gaetano Ruffo (Ardore, 15 novembre 1822), di Domenico Salvadori (Bianco 24 dicembre 1822) e di Rocco Verduci (Caraffa del Bianco, 1° agosto 1824).
Dall’articolo (Il Risorgimento meridionale e tutti quelli che lo tradirono, “Corriere della Sera”, 5 ottobre 2010) di Vito Teti, l’articolista riprende la notizia relativa alla composizione sociale dei sostenitori dell’Italia unita, laddove scrive che «Giovani ufficiali, medici, avvocati, uomini di Chiesa, appartenenti a quella borghesia in ascesa sconfitta dai Borboni, entrano in contatto con le idee mazziniane e con quanti parlano di un’Italia unita, e diventano protagonisti di moti (1829, 1837, 1844) che anticipano quelli che si sarebbero verificati nel resto d’Italia soltanto più tardi». La ricostruzione «campanilistica» dell’antropologo calabrese e la ripresa delle sue considerazioni storiche fanno credere al giornalista albese che in Calabria vi fu un’anticipazione del moto risorgimentale, senza tenere presente che il pensiero unitario è diffuso in molte parti d’Italia con più ampiezza e che i promotori della repressa insurrezione calabrese acquisirono il loro pensiero d’indipendenza nazionale a Napoli grazie all’ambiente culturale più maturo della città partenopea. Persino il titolo è ripreso dall’articolo di Teti, che parla dell’oblio dei martiri calabresi «come conseguenza del “tradimento” del Risorgimento meridionale». Una visione storica che ha storpiato i valori del Risorgimento ed ha alimentato le polemiche sterili sull’Unità d’Italia.

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