lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Boeri: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni
Pubblicato il 26-04-2018


Inps Ape volontario

MIGLIAIA LE DOMANDE DI CERTIFICAZIONE DEL DIRITTO FINORA ACCOLTE DALL’INPS 

Sono 6.684 domande di certificazione del diritto all’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape) volontario che risultano accolte finora. Di queste, 5.214 si riferiscono a soggetti che hanno maturato i requisiti per l’accesso all’Ape volontario tra il 1° maggio e il 18 ottobre 2017.
Le domande di certificazione del diritto all’Ape volontario possono essere presentate online dal 13 febbraio scorso, data a partire dalla quale l’Inps ha reso anche disponibile sul sito istituzionale un simulatore che consente di calcolare, in via indicativa, l’importo dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica e la rata di rimborso, mediante l’inserimento di dati e informazioni da parte dell’interessato.

Ad oggi risultano effettuate circa duecentomila simulazioni. Le procedure per la certificazione del diritto all’Ape sono state messe a disposizione delle sedi territoriali dell’Inps dal 16 marzo. Dal 30 dello stesso mese, l’Inps sta provvedendo ad inviare ai soggetti interessati le certificazioni del diritto all’Ape volontario.

Delle 6684 domande accolte, 5.000 sono relative a coloro che possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati, e 214 sono coloro che, al fine di integrare il requisito minimo di durata dell’Ape, devono necessariamente richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati.
La disciplina vigente in materia di Ape ha infatti previsto che coloro che hanno maturato i requisiti per l’accesso al beneficio (almeno 63 anni di età e 20 anni di contribuzione) in una data compresa tra il 1° maggio 2017 e il 18 ottobre 2018, possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, la corresponsione di tutti i ratei arretrati maturati a decorrere dalla data di maturazione dei requisiti.
Contestualmente al rilascio della procedura per le certificazioni di cui sopra, è stata predisposta quella per la presentazione online della domanda di Ape volontario, che consente il colloquio telematico fra cittadino, Inps, istituti finanziatori e imprese assicuratrici, e che verrà resa disponibile non appena arriverà l’adesione formale da parte degli istituti bancari interessati.

Inps

BONUS DA 600 EURO PER LE MAMME

Un bonus da 600 euro per le mamme. Si tratta del beneficio economico – ribattezzato ‘Contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting’ – destinato alle madri lavoratrici che non usufruiscono del congedo parentale. Introdotto nel 2012 in via sperimentale, riconfermato dalla Legge di Bilancio 2017, il voucher può essere utilizzato dalle neomamme che lavorano per pagare la baby sitter oppure l’asilo nido, pubblico o privato convenzionato. Le aspiranti beneficiarie, in possesso dei requisiti richiesti, possono accedere al contributo anche per più figli, presentando una domanda per ogni figlio.

Cosa prevede – Il beneficio – spiega l’Inps nel messaggio n.1428 del 30 marzo – consiste nelle seguenti forme di contributo, alternative tra loro: il contributo per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati; il contributo per l’acquisto di servizi di babysitting erogato secondo le modalità del ‘Libretto Famiglia’. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili ed è erogato per un periodo massimo di sei mesi (tre mesi per le lavoratrici autonome), divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Beneficiarie – Possono accedere al beneficio le seguenti categorie di lavoratrici: le lavoratrici dipendenti di amministrazioni pubbliche o di privati datori di lavoro; le lavoratrici iscritte alla Gestione separata Inps che si trovino, al momento della presentazione della domanda, ancora all’interno degli 11 mesi successivi alla conclusione del teorico periodo di indennità di maternità e non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale; le lavoratrici autonome o imprenditrici che abbiano concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità e per le quali non sia decorso 1 anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore e che non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale. Anche le lavoratrici part-time potranno fruire del contributo in misura, però, proporzionata in ragione del ridotto numero di ore lavorate.

Presentazione domanda – La domanda va presentata all’Inps esclusivamente attraverso uno dei seguenti canali: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto; enti di patronato, avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi; Contact Center (numero 803 164 da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile). La presentazione sarà consentita fino al 31 dicembre 2018, o comunque fino a esaurimento dello stanziamento dei fondi. I termini da rispettare variano, inoltre, in base alla categoria delle lavoratrici. Per le lavoratrici dipendenti e per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata la domanda deve essere presentata entro gli 11 mesi dalla fine del congedo di maternità o del periodo teorico di fruizione dell’indennità di maternità mentre, per le lavoratrici autonome, devono sussistere le seguenti condizioni: sia concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità; non sia decorso un anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore.

Pensioni

DAL 2019 L’USCITA A 67 ANNI

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri è inesorabile: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni; mentre per l’anzianità bisognerà incrementare di 0,4 unità i valori attuali. Il nuovo metodo di calcolo è contenuto nella circolare dell’Inps, che rende operativo il decreto direttoriale del Mef e del ministero del Lavoro, pubblicato in Gazzetta ufficiale a dicembre del 2017.

Dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 per accedere alla pensione di vecchiaia sarà quindi necessario aver compiuto 67 anni.

Dal 2019 si andrà in pensione di vecchiaia con almeno 67 anni di età se si hanno almeno 20 anni di contributi o con 71 se si ha il primo accredito contributivo dopo il 1996 e si hanno meno di 20 anni di contributi ma comunque più di cinque.

Lo ribadisce l’Inps con una circolare nella quale ricorda l’aumento previsto di cinque mesi per i requisiti per l’uscita dal lavoro e spiega il nuovo metodo di calcolo per gli aumenti legati all’aspettativa di vita che dal 2021 saranno biennali (e non potranno superare i tre mesi ogni volta).

L’Inps ricorda che dall’anno prossimo si potrà andare in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia solo con 43 anni e tre mesi di contributi (42 anni e tre mesi se donna).

Saranno esentate dall’aumento dei requisiti i lavoratori impegnati in lavori gravosi delle 15 categorie definite dal Governo l’anno scorso. La variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 – spiega l’Inps – è computata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nel 2016.

A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa al biennio di riferimento è calcolata «in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio medesimo e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente». Per il biennio 2023-2024 quindi la variazione della speranza di vita è calcolata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel 2019-2020 e la media dei valori registrati nel 2017-2018.

Dal 2021, gli adeguamenti biennali non possono in ogni caso superare i tre mesi. Nel caso di incremento della speranza di vita superiore a tre mesi, la parte eccedente andrà a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando il limite di tre mesi. Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato e di tale diminuzione si terrà conto nei successivi adeguamenti, fermo restando il predetto limite di tre mesi.

Pensioni

RIFORMA FORNERO POSSIBILE

Appare ormai sempre più abbordabile affrontare il capitolo pensioni e la riforma della legge Fornero.

Una revisione e non una cancellazione del regime attualmente in vigore, che di fatto prevede un’uscita dall’attività a 67 anni, livello ben più alto della Germania, potrebbe riuscire a coniugare le esigenze dei due elettorati di Lega e Cinquestelle e in fondo il bisogno di tutti: sbloccare le porte girevoli dell’accesso al mondo del lavoro e formare per tempo un bacino per pagare le pensioni nei prossimi 40 anni.

In questo senso andrebbe seriamente presa in considerazione l’ipotesi di istituire una quota 100, permettere cioè di accedere all’assegno dell’Inps a chi ha 64 anni e ha versato almeno 36 anni di contributi, oppure direttamente a chi ha già pagato 41 anni di contributi. Con le dovute accortezze e coperture, si tratterebbe di rimettere in moto quel turn over naturale nel settore privato da tempo bloccato che è risultato di fatto impermeabile al Jobs Act e all’Ape.

Un tecnico della materia come Alberto Brambilla ha stimato che un’operazione del genere costerebbe circa 5 miliardi l’anno. Potrebbe essere finanziata dimezzando quei 10 miliardi di incentivi alle imprese che ogni anno lo Stato elargisce senza essere davvero sicuro che servano alle imprese, come dimostrato dal rapporto Giavazzi ai tempi del governo Monti.

Rivedere la Fornero sarebbe quindi una retromarcia razionale, meno costosa di altri programmi e per nulla disonorevole. Se si paga un salario a chi non lavora si crea disoccupazione. Se si abbassa

l’età pensionabile senza aumentare il debito, l’occupazione sale. Forse, magari, varrebbe la pena provarci.

Carlo Pareto

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