sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

De Amicis. Alla ricerca delle fonti di un romanzo
Pubblicato il 01-04-2018


de amicis

Conferenziere, giornalista e consigliere comunale di Torino per alcuni anni (1891-94), Edmondo De Amicis rimane uno scrittore controverso quanto prolifico nello scenario letterario dell’Italia “umbertina”. Sebbene sia nato ad Oneglia il 21 ottobre 1846, egli visse a Cuneo e poi a Torino, dove frequentò il collegio Candellero per essere avviato alla scuola militare di Modena. Ammesso nell’Accademia modenese e uscito con il grado di sottotenente di fanteria, partecipò alla Terza guerra di indipendenza e all’assistenza dei malati di colera in Sicilia. Quelle esperienze permisero al giovane De Amicis di pubblicare alcuni bozzetti di Vita militare, editi in un omonimo volume (1869), ora commentato con acribia linguistico-editoriale da Michela Dota (Milano 2017, pp. 351).

L’opera, che fu il preludio di un’intensa attività pubblicistica svolta sulle colonne della Gazzetta d’Italia e della Nuova Antologia, aprì a De Amicis le porte di “inviato speciale” dell’Illustrazione italiana: soggiornò così in diversi Paesi europei (Spagna, Olanda, Francia, Inghilterra) e scrisse lunghi reportages, poi ampliati e pubblicati in volume tra il 1873 e il 1878. Abbandonata la carriera militare, egli si stabilì a Torino dove acquisì larga notorietà negli ambienti letterari della città subalpina, senza assurgere a fama nazionale. Solo con Cuore, uscito il 17 ottobre 1886, ottenne un grande successo grazie alla distribuzione oculata dell’editore Treves. Il 4 dicembre dello stesso anno confidò al letterato francese Clair-Edmond Cottinet, suo corrispondente dal 1879 al 1893, che il libro gli dette “una rara gioia” per la vendita strepitosa e per il successo letterario che “questa volta, è anche un successo finanziario”. In pochi mesi il romanzo divenne un bestseller mondiale con quaranta edizioni e decine di traduzioni in diverse lingue straniere.

La Torino dei primi anni Ottanta, come è raffigurata nel romanzo, è diversa da quella che emerge dalle cronache cittadine dell’epoca. La città conta 250 mila abitanti, dei quali 30 mila vivono in soffitte fatiscenti, molte adibite anche a laboratorio per le loro attività artigianali. Il racconto di Enrico, l’io narrante del romanzo, non trova una corrispondenza nella vita quotidiana della città, che presenta situazioni molto diffuse di indigenza con fanciulle dedite alla prostituzione, bordelli clandestini, elevato numero di suicidi e di giovani ragazze rinchiuse nei sifilocomi: una realtà dolorosa che non poteva trovare ospitalità in un libro scritto per i ragazzi.

Nei centotrentadue anni che ci separano dalla prima edizione, poco rilievo è stato dato al debito culturale che De Amicis contrasse verso il libro Enrichetto ossia il galateo del fanciullo “proposto dal professore Costantino Rodella” e pubblicato nel 1871 e nel 1874 dall’editore Paravia. Grazie a quest’operetta l’autore vinse un pubblico concorso promosso dal Municipio di Torino, che lo premiò con una medaglia d’oro per la passione pedagogica con cui “sparse ne’ cuori della gioventù semi di urbanità e di rettitudine”. Il protagonista di nome Enrichetto esordì quindici anni prima di Enrico Bottini, il personaggio centrale del romanzo Cuore, che rivelò una eguale “torinesità” e una diversità di carattere, forse per differenziarsi nei tratti fisionomici.

In altre parti del romanzo De Amicis riprese scene e temi, già espressi da Rodella in Enrichetto con “l’andata a scuola” (p. 21) che è all’origine del brano “I parenti dei ragazzi” (6 marzo) oppure con il capitolo intitolato “La Scuola” (pp. 25-26) che anticipa le sue notazioni sul primo giorno scolastico (17 ottobre). Nel medesimo capitolo Rodella offre ragguardevoli spunti per la stesura dei brani “Il carbonaio e il signore” (7 novembre), “Superbia” (11 febbraio) o “Gli amici operai” (20 aprile). L’episodio su “Il ragazzo calabrese” (22 ottobre) sembra tratto invece dal saggio che Roberto Sacchetti pubblicò nell’opera collettanea su Torino (1880, pp. 189-190), laddove racconta dell’arrivo di uno scolaro nella IV elementare da lui frequentata nelle vicinanze di via Po: “aveva poi de’ modi curiosi, d’una umiltà ruvida e una pronunzia calabrese tanto schietta che non potevamo sentirlo senza ridere” (p. 190). Se Sacchetti considerò i suoi compagni di classe affetti da “una logica superficiale, piccina e malignuzza”, De Amicis colse invece negli alunni torinesi una gioia nell’accogliere il loro compagno calabrese, a cui regalarono “penne, una stampa e un francobollo di Svezia”.

Come ha notato più volte Giorgio De Rienzo in diversi saggi ed ha confermato Luciano Tamburini nell’introduzione all’edizione einaudiana di Cuore (2001), il debito culturale verso Rodella o Sacchetti è palese, ma non si si tratta di plagio o di “ricalco”, ma di semplice fonte di ispirazione, a cui De Amicis si rivolse per trasformare una “materia grezza” in un classico della letteratura per l’infanzia.

Nunzio Dell’Erba

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Commenti all'articolo
  1. Solo da adulto, qualche mese or sono, ho avuto la fortuna di rileggere tutto il romanzo (lo avevo letto nella mia seconda infanzia molti lustri fa).Lo ho ri-trovato appassionante ,avvincente, pregno di sentimenti di solidarietà, giustizia ed amor patrio. Ancora di più mi sono sentito orgoglioso di essere e definirmi -ora più che mai-un uomo di sinistra.

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