domenica, 18 novembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Galli della Loggia, visione italo-centrica del Caso Moro
Pubblicato il 03-04-2018


21-con-moro-de-martino-e-lombardiIl «Corriere della Sera» del 31 marzo ritorna sul libro Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia (Feltrinelli, Milano 2018) di Marco Damilano con un articolo di Ernesto Galli della Loggia. Esso segue quello già scritto da Aldo Cazzullo e pubblicato il 16 marzo sullo stesso quotidiano, che mai è ritornato per la seconda volta sul medesimo libro. Così, dopo la scialba presentazione di Cazzullo, segue quella e «italo-centrica» e agiografica di Galli della Loggia, il quale si lancia in una lode sperticata del libro «letterariamente molto bello», scritto «con una finezza culturale e una cautela intellettuale che ne fanno, nel genere, un testo esemplare», così «profondo e a tratti commovente nel suo carattere singolare che combina la rievocazione storica con una sorta di pellegrinaggio politico-sentimentale attraverso luoghi e memorie della Repubblica».
Al di là di questa mole eccessiva di elogi, non sempre rispondenti alla materia analizzata e presentata nel libro, sembra strano che un giornale come il «Corriere» pubblichi un articolo così superficiale, pieno di stravaganze storiche, di elogi non sempre meritati e di giudizi di valori così espliciti che offendono «l’uso pubblico della storia» a scapito di una seria analisi posta al servizio della verità storica. Il collaboratore del giornale milanese, come storico, dovrebbe conoscere l’aspetto peculiare della ricerca storica: un testo per essere definito «esemplare» deve contenere precise indicazioni sul piano bibliografico, documentale e archivistico. Specialmente su una vicenda intricata e così complessa, come quella relativa al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro, l’uno avvenuto il 16 marzo e l’altro il 9 maggio 1978.
L’interrogativo iniziale: «Che cosa sarebbe successo se il presidente della Dc non fosse stato rapito? », non ha alcun significato sul piano politico, perché la funzione principale di uno storico è quella di volgere lo sguardo al passato e non proporre riflessioni sul futuro. Il titolo dell’articolo «Inutile rimpiangere il disegno di Moro Non aveva un futuro. Si affidava ai partiti che erano in declino» non rispecchia la realtà del tempo, perché al momento del sequestro Moro il quadro politico era ancora fluttuante e non prevedeva particolari novità. Dice Galli della Loggia: «Moro cioè sarebbe stato vittima dell’ostilità suscitata in chi, specie a livello internazionale, considerava inaccettabile la sua repentina svolta a sinistra dopo la débâcle elettorale subita nel 1968 dal governo che egli aveva presieduto nei cinque anni precedenti».
La tesi di una «repentina svolta a sinistra», che Galli della Loggia attribuisce a Moro, è erronea, perché essa «si svolge per gradi, attraverso accelerazioni e pause», come viene enunciato da Pietro Scoppola nel suo libro La repubblica dei partiti (1991, p. 336). Il disegno di Moro fu dettato da un calcolo politico di «lunga durata» che venne formulato prima nei confronti dei socialisti e poi dei comunisti. La sua efficacia fu quella di riuscire a portare il partito della Dc alla scelta del centro-sinistra e di spostare l’episcopato italiano da posizioni conservatrici a quelle progressiste: sul superamento delle resistenze episcopali esiste un accurato studio di Augusto D’Angelo che, nel suo libro Moro, i vescovi e l’apertura a sinistra (Roma 2005), analizza il suo controverso rapporto con l’episcopato, giungendo – sulla base di un questionario preparato da Moro e diffuso tra gli ecclesiastici – alla conclusione che essi espressero un’opinione favorevole alla sua scelta di un incontro con i socialisti.
Un’attenta lettura del libro di Scoppola, citato nell’articolo da Galli della Loggia in un passaggio nebuloso, avrebbe convinto il giornalista romano a riflessioni più pacate anche sul libro di Damilano, il cui genere non si pone in un àmbito storico attendibile per l’assenza di note e di riferimenti bibliografici. Il libro può essere annoverato tra i romanzi di ispirazione storica, seppure caratterizzato da un uso disordinato delle fonti. Scoppola da vero storico cita e giustifica le sue asserzioni, mediante un excursus storico lineare e documentato. Nell’esporre i rapporti tra Moro e Nenni, egli – ad esempio – segue l’evoluzione del Psi, commenta il distacco dai comunisti e dimostra di conoscere il dibattito svoltosi nel congresso socialista del marzo 1961: cita il volume delle Edizioni Avanti! intitolato Partito socialista Italiano, 34° Congresso Nazionale, Milano, 12 – 20 marzo 1961. E, in modo preciso, ricorda la posizione di Nenni, laddove questi precisa il legame necessario tra spinte propulsive ai principi democratici e valori del socialismo, prendendo le distanze dai comunisti: «una politica democratica diversa anche da quella comunista, perché non strumentale; valida quando i socialisti sono all’opposizione e quando saranno alla direzione della società e dello Stato; non gravata da ipoteche di egemonie e dittature di partito; fondata sui diritti di libertà che noi consideriamo una acquisizione permanente della civiltà» (p. 41).
Sul piano della politica interna, Nenni realizzò il passaggio del Psi dall’opposizione alla compagine governativa, riconoscendo al leader democristiano la lealtà del suo disegno politico e favorendo l’incontro dei socialisti con i cattolici. Nel suo diario annota il suo pensiero su Moro, definito un «uomo onesto», che «tiene e terrà il suo impegno di farsi autorizzare a una soluzione di centrosinistra» (cfr. P. Nenni, Gli anni del Centro sinistra. Diari 1957-1966, SugarCo, Milano 1982, p. 204). Perché Galli della Loggia imposta la presentazione del libro del direttore dell’«Espresso» solo sui rapporti tra Moro e i comunisti, unico sodalizio politico in grado di «assicurare al Paese la crescita economica, lo sviluppo sociale e la necessaria maturazione democratica che di per sé il partito cattolico non era più in grado di assicurare».
Ancora una volta Galli della Loggia dimostra di ignorare la letteratura storica sul Caso Moro e di conoscere poco il pensiero politico dello statista pugliese, le cui riflessioni devono essere valutate alla luce della sua attività politica e della svolta a destra dei primi anni Settanta fino al referendum sul divorzio. Le questioni della storia politica di Moro non si esauriscono nelle «enigmatiche e tragiche correlazioni» presenti nella Prima Repubblica, ma affondano le loro radici nell’impalcatura ideologizzante alimentata dal Pci, nel fenomeno della destra eversiva legata alla P2, negli intrecci malavitosi delle Brigate rosse e nell’intervento di poteri esterni.
Il tentativo di colpire al cuore lo Stato da parte delle Brigate rosse fu dettato dall’inefficienza con cui venne gestita la scorta di Moro che, pur essendo lo statista più lungimirante della Dc, era il più vulnerabile dei membri della classe dirigente: la sua auto non era neppure blindata. Prima di quel tragico 16 marzo 1978, giorno del sequestro dello statista pugliese, non si può parlare della «inanità del disegno Moro», perché esso non può essere ridotto all’avvicinamento della Dc al Pci e alla «crescente ondata avversa» verso il sistema della «partitocrazia», come sembra ritenere Galli della Loggia. Questi ripete tesi ormai superate dalla letteratura storico su Moro, fautore sì del rinnovamento politico dell’Italia, la cui minaccia alla «struttura» del Paese (che cosa vuol dire?) imputabile alla «fragilità» e «passionalità» più volte ricordata spiega solo un aspetto del percorso politico di Moro, invischiato in altre mille questioni utili ad essere analizzate.
Le questioni sono più complesse e vanno da quelle espresse a suo tempo nel libro anonimo I giorni del diluvio (Rusconi, Milano 1985, poi con nome, Aragno, Torino 2007) da Franco Mazzola fino agli studi più recenti di Giovanni Fasanella e di Simona Zecchi. Mazzola, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, inquadrò il Caso Moro in un perverso «intreccio tra brigatisti, servizi segreti stranieri, logge massoniche, interessi petroliferi». Fasanella, autore di altri saggi sui segreti di Stato, lo analizza nella sua complessità in un recente volume intitolato Il puzzle Moro (chiarelettere, Milano 2018, pp. 359) con nuove testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, mentre Zecchi lo inquadra nell’àmbito dell’intreccio tra criminalità organizzata e brigatismo rosso in un interessante volume intitolato La criminalità servente nel Caso Moro (La nave di Teseo, Milano 2018, pp. 294).

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Commenti all'articolo
  1. Tutti vivono nel tempo e nello spazio che viene loro assegnato. E questo vale anche per Moro, il quale aveva già 62 anni nel 1978 e le cui idee e pensieri erano quelli dell’epoca in cui visse, senza quelle visioni che gli sono state attribuite semplicemente per effetto della mitizzazione che è seguita alla sua uccisione. Brigate Rosse o no, il futuro non apparteneva a Moro. Del resto anche il progetto di Moro e Berlinguer, quel “compromesso storico” che ciascuno dei due intendeva alla propria maniera, a differenza della assai più lungimirante prospettiva di alternativa di sinistra e della socialdemocrazia propugnate da Craxi. era un progetto fuori dai tempi e da ogni logica e sarebbe naufragato in ogni caso in conseguenza di quel crollo del Comunismo che di certo Moro non immaginava neanche lontanamente. Senza Via Fani, di Moro oggi si ricorderebbero esclusivamente le indubbie qualità di tessitore di trame democristiane, di navigatore fra correnti, e di parlatore e circonlocutore del Nulla. Uomo di partito lo fu egregiamente, soprattutto uomo di conservazione del potere al suo partito, ma essere uomo di Stato è un’altra cosa. Quanto al “Centro-Sinistra” del ‘64, esso più che un vero progetto politico fu una necessità alla quale il duttile Moro, che di sinistra non aveva niente, si dispose.

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