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Opinioni e commenti
 

Guerra fredda, cosa accadeva in Italia nella seconda Repubblica
Ugo Intini 
Il Mattino
Pubblicato il 05-04-2018


di Ugo Intini

Negli Stati Uniti, gli inquirenti sul Russiagate puntano direttamente contro Trump e accusano di reati gravissimi alcuni suoi collaboratori: falso, cospirazione e tradimento per aver tenuto rapporti con Mosca allo scopo di avvantaggiarsi nella campagna elettorale. In Europa e nel mondo si moltiplicano gli scandali per veri o presunti rapporti di partiti e leader politici con il Cremlino. Una guerra di spie ha portato alla cacciata dei diplomatici russi dalle capitali occidentali e viceversa.

Siamo a una nuova guerra fredda? Si potrebbe temere quasi di sì, ma è stupefacente come sembra venuta meno la memoria storica su cosa faceva Mosca durante la guerra fredda vera. Sarebbe interessante ricordarlo soprattutto per quanto riguarda l’Italia: perché siamo italiani ma anche perché le ingerenze della Russia (e le complicità con la Russia stessa) hanno avuto da noi manifestazioni più gravi e clamorose che in qualunque altro Paese del mondo non comunista. La sostanza è sempre stata conosciuta, ma adesso emergono dagli archivi di Mosca documenti che nella loro precisione e inconfutabilità fanno una certa impressione.

Da sempre, addirittura dalla fondazione stessa del partito comunista, i russi lo hanno finanziato regolarmente con denaro contante (e pertanto non tracciabile). Il buon Cossiga (grande esperto della materia) mi raccontava ridacchiando che i servizi segreti italiani lo sapevano benissimo ma si preoccupavano soltanto che i dollari (questa era la moneta per i pagamenti) non fossero falsi.

Da un certo momento in poi, i rapporti tra PCI e URSS si sono fatti però più sofisticati e i comunisti italiani più ricchi, grazie all’ingresso sulla scena di un terzo attore: l’industria italiana, a sua volta assolutamente partecipe nella spartizione. Nel 1967, da tempo il meccanismo “trilaterale” funzionava evidentemente molto bene con Mosca. I comunisti italiani lo volevano pertanto introdurre anche negli altri Paesi dell’Est e in particolare in Cecoslovacchia. Ecco dunque come viene descritta la triangolazione, che segna un salto di qualità (e quantità). Informativa dell’ambasciata dell’URSS in Cecoslovacchia al CC del PCUS. 28 febbraio 1967. Segreto. “Il PCI ritiene che una delle fonti di ricerca dei fondi sia la sua attiva partecipazione agli scambi commerciali tra l’Italia e la Repubblica di Cecoslovacchia. Se la Repubblica cecoslovacca decidesse di firmare un accordo con ditte italiane, sarebbe preferibile che l’intenzione fosse comunicata prima al PCI il quale, preservando la massima segretezza, riceverebbe un compenso materiale per l’attività di mediazione a favore della positiva conclusione delle trattative”.

Vogliamo parlare dell’ENI? Ecco come i russi descrivevano un esempio virtuoso da imitare. “L’ENI si era accordata con l’URSS per la costruzione del gasdotto URSS-Italia ma non era stato risolto il problema del prezzo di vendita del gas. L’ENI si è rivolta al PCI chiedendo al partito di mediare e, durante la permanenza di Cossutta a Mosca, la questione è andata in porto: come ricompensa il PCI, per i prossimi dieci anni, riceverà grosse commissioni“.

Vogliamo parlare della FIAT e della sua fabbrica di Togliattigrad? Ecco un altro caso virtuoso. “Per esempio, durante la conclusione del noto accordo con l’URSS, la FIAT ha discusso con la controparte sovietica di alcune questioni concrete attraverso il PCI, ritenendo che esso avesse un accesso diretto alla dirigenza del PCUS“.

A proposito di Cecoslovacchia, cui si riferisce il documento segreto appena citato, emerge anche una ennesima dimostrazione di come il denaro influenzi sempre la politica (e viceversa). Il PCI com’è noto irritò i sovietici sostenendo la “primavera di Praga” e condannando persino a metà (ovvero con molta prudenza) l’intervento repressivo dei carri armati sovietici nell’agosto 1968. La condanna a metà provocò una riduzione (pertanto altrettanto a metà) del denaro diretto dal Cremlino a via delle Botteghe Oscure. Il Politburo decise di dimezzare nel 1969 il contributo del 1968 al PCI: da 6,7 milioni di dollari a 3,7 milioni, ai quali si aggiunsero i 700.000 dollari per il PSIUP. Non poco. Perché un milione di dollari dell’epoca equivaleva a oltre 40 milioni di euro oggi.

La penuria fu comunque di breve durata. Le “fraterne relazioni” (così si chiamavano nel linguaggio di rito) tra PCI e PCUS ritornarono infatti normali già un anno dopo, così come i finanziamenti: soprattutto quelli (ormai i più importanti) legati agli affari delle nostre aziende a Mosca. Come continuamente si legge nei documenti, i dirigenti comunisti italiani piangevano per i costi dell’Unità e delle campagne elettorali (e i russi si commuovevano). Si trattava di bassa cucina riservata agli amministratori, delle quali i vertici politici potevano non sapere? Non esattamente. Enrico Berlinguer nel 1970 era di fatto il segretario del partito (vice segretario di Pietro Longo colpito da un ictus). Era sì impegnato nella elaborazione della “questione morale“, ma ciò non gli impediva di mettere a frutto la ritrovata armonia con Mosca dopo lo strappo per i carri armati a Praga. Lettera dell’Incaricato di Affari provvisorio dell’URSS in Italia S. Kuznecov al segretario del CC del PCUS B.N. Ponomarev. 20 agosto 1970. Rigorosamente segreto. “Egregio Boris Nikolaevic, inviamo una lettera del compagno Enrico Berlinguer indirizzata al CC del PCUS. Nella missiva Berlinguer comunica che la dirigenza del PCI ha di recente analizzato la questione delle relazioni commerciali tra le ditte legate al partito e le organizzazioni del commercio estero sovietico. Gli amici valutano positivamente i risultati raggiunti in questo settore e ritengono che ora ci siano le condizioni favorevoli per allargare ulteriormente gli affari con varie ditte che producono strumenti agricoli, prodotti chimici, macchine automatiche ed elettroniche, macchinari e pezzi di ricambio, beni di consumo di massa e domestico. Nell’allegato alla lettera di Berlinguer vi è una lista di queste ditte e alcuni consigli pratici degli amici su tale questione”.

Non vorrei annoiare con conti pignoli. Ma certo, sulla base di quanto emerge dagli archivi sovietici, il fiume di denaro proveniente dal Cremlino è stato, nell’arco della prima Repubblica, tra cash e tangenti sugli affari, di molti miliardi di euro attuali. Senza contare gli aspetti trasparenti: le migliaia di giornate di vacanza e cure mediche gratuite per i dirigenti comunisti. E senza contare gli aspetti oscuri. A proposito dei quali sarebbe interessante riflettere su questa frase lasciata cadere recentemente da Eugenio Scalfari in uno dei suoi fondi domenicali sulla Repubblica. “I brigatisti rossi naturalmente erano sostenuti e in parte anche finanziati dai servizi di sicurezza sovietici”.

Gli inquirenti che a Washington stanno attaccando lo staff di Trump certo condannerebbero a decine di anni di galera, se fossero americani, tutti i protagonisti (politici e imprenditori) citati nei documenti appena emersi. E la guerra diplomatica con Mosca diverrebbe esplosiva. Per la verità le condanne arriverebbero forse anche dagli inquirenti italiani di oggi. Stanno accusando infatti l’amministratore delegato dell’ENI per i presunti fondi neri ai politici nigeriani, ma i fondi neri, sempre dell’ENI, ai politici italiani degli anni ‘70 non erano diversi. Come si deduce dal documento segreto prima citato sulle “grosse commissioni per dieci anni” quali “ricompensa” al PCI.

Ma (e qui si arriva all’oggi) l’esperienza italiana della prima Repubblica dovrebbe far riflettere. La minaccia del Cremlino era allora immensamente più grave. Era sistemica, perché l’impero sovietico voleva estendersi a tutti i Paesi del mondo portandovi al potere i partiti comunisti. Oggi non ci sono più né l’impero, né il comunismo: la minaccia è episodica e le ingerenze di Putin sono inezie rispetto a quelle dei suoi predecessori. Di fronte una montagna, i partiti democratici italiani hanno evitato reazioni traumatiche per prudenza, realismo e ragion di Stato. Hanno scongiurato una guerra civile, hanno assicurato decenni di libertà e progresso, hanno sviluppato la democrazia. E alla fine la guerra fredda tre Est e Ovest è stata vinta comunque. Di fronte a un topolino, Washington e i governi occidentali di oggi, probabilmente, dovrebbero seguire la stessa prudenza.

Certo, resta una considerazione politica e morale. I dirigenti del PCI nella prima Repubblica, mentre incassavano miliardi di euro, hanno goduto della tolleranza manifestata dai partiti democratici. I loro successori, caduto il muro di Berlino e esplosa Tangentopoli, non hanno usato la stessa tolleranza nei confronti di quegli stessi partiti democratici. Ma questa è storia della seconda Repubblica (e forse della terza che si affaccia).

Ugo Intini

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