mercoledì, 12 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

I difficili sonni dell’ineccepibile Mattarella
Pubblicato il 26-04-2018


Nel giorno in cui il presidente emerito Giorgio Napolitano viene ricoverato per un malore in ospedale (a proposito, auguri di pronta guarigione), le palesi differenze con l’attuale presidente Mattarella emergono in modo chiaro. Il profilo basso del capo dello stato potrebbe essere una chiave di volta per uscire da una fase di stallo molto complessa, in cui pare che i protagonisti non abbiano ancora capito alcuni punti fermi emersi dalle elezioni ma che il presidente sta cercando di ricordare con sobrietà.

Mattarella ha identificato nel Movimento Cinque Stelle il perno per una qualsiasi maggioranza di governo, e d’altronde come dargli torto. I grillini hanno gruppi parlamentari molto folti, un leader che parla per tutti, e sono risultati il partito più votato. Situazione diversa nel centrodestra, dove la coalizione che ha preso il 37% è divisa in tre pattuglie, con leader che a volte sembrano coesi e a volte no. Il capo dello stato ha affidato un primo mandato esplorativo alla Casellati, con il preciso scopo di testare una disponibilità a un governo tra Cinque Stelle e il Centrodestra e poi abortito. Resto convinto che Salvini, preso dalla smania di comando, avrebbe rotto il fronte con Berlusconi e che anche la Meloni sarebbe stata della partita, ma il problema è Forza Italia. Inutili i richiami di Di Maio alla responsabilità dei forzisti; pare impossibile non abbia capito che Forza Italia è Silvio Berlusconi e non c’è modo di scalzarlo o di metterlo all’angolo dal suo giocattolino. Di fronte all’esplorazione andata male, Mattarella ci riprova con Fico, il presidente della camera, cui propone un tentativo di sondare la possibilità di un accordo tra i Cinque Stelle e un Pd che pare finalmente essere in uscita dal congelatore.

L’involuzione dei democratici, che ormai dal 2016 ne azzeccano poche, li ha portati su una posizione di chiusura totale che vede Renzi pensare a una fase di opposizione. Ma si alzano anche voci dissonanti, e bene ha fatto Martina a convocare una direzione per affrontare questo nodo importante: solo gli organismi dirigenti possono valutare e decidere se fare un passo verso Di Maio o chiudere. Le sensazioni che ho, da dentro, è che anche la base del Pd sia spaccata sulla possibile partecipazione a una maggioranza. In parte potrà dipendere dalla qualità della nostra partecipazione (in chiave programmatica e di spazi di governo). Ma i contrari non hanno ancora digerito i tanti insulti e le tante critiche ricevute e nemmeno il fatto che la lunga azione di governo a trazione democratica sia stata demolita, denigrata, in taluni casi offesa deliberatamente.

Quello che questi militanti pensano è che un accordo con i Cinque Stelle sarebbe un abdicare a una politica di fatto rinunciando al ruolo di un partito. A quel punto ci sarebbe una diaspora verso altri movimenti, o addirittura il rischio di essere inglobati dai grillini, coi loro metodi e i loro capi. In fin dei conti, è anche vero che l’elettorato grillino duro e puro non ama il Pd e che forse le offese e le insolenze riservate a Renzi e ai dirigenti democratici sono stati un collante, un grido di battaglia. Insomma, le strade sono strette e i sonni di Mattarella, sicuramente, molto leggeri. Il presidente si sta muovendo in modo ineccepibile secondo i dettami costituzionali. Ma per non rispedire gli italiani al voto, qualora fallisse la carta che ha messo sul tavolo, non resterebbero molte opzioni. È vero che la politica è l’arte del possibile. Ma forse, per rendere possibile l’impossibile, servirebbe qualche dirigente vero in più e qualche chiacchiera o twitter in meno.

Leonardo Raito

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