mercoledì, 15 agosto 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

I due forni di Di Maio
Pubblicato il 11-04-2018


Fu Andreotti a inventare anche questa battuta. E cioè quella del pane che la Dc avrebbe potuto comprare in due forni, quello socialista e quello post comunista nel 1991. Sembrava un sacrilegio, ma in fondo socialisti e post comunisti, che nel 1989 avevano chiesto l’adesione all’Internazionale socialista,non erano tanto distanti né dal punto di vista identitario né da quello programmatico. E poi si trattava della balena bianca che per mantenere il potere che “logora chi non ce l’ha” era disponibile ad ampliare il suo perimetro di alleanze come già fece, proprio con Andreotti, dal 1976 al 1979 con l’unità nazionale.

Oggi i Cinque stelle hanno aperto il doppio forno, provenendo da un origine di contestazione della vecchia politica. Invece si comportano assai peggio della vecchia Dc che almeno subordinava il giro dei suoi alleati a ragionamenti politici. Per Di Maio, che ha aperto una trattativa di destra e una di sinistra, Lega e Pd pari sono. Non importa che verso gli uni e gli altri, soprattutto verso gli altri, i Cinque stelle abbiano condotto una feroce campagna elettorale. Adesso vanno bene entrambi. Pur di svolgere il ruolo di prim’attori. Pur di ottenere con Di Maio la guida dell’esecutivo.

Il Pd che si divide su tutto non poteva che dividersi anche su questo. Mentre Renzi e i suoi restano fermi in una posizione di indisponibilità, Orlando e Franceschini pare vogliano aprire qualche spiraglio. A me pare più giusta e corretta la posizione dell’ex segretario e anche più rispettosa del rapporto con l’elettorato. Un governo Pd- Cinque stelle sarebbe non solo la fine del Pd che é già finito, ma di qualsiasi prospettiva di rilancio in Italia di una forza riformista europea. E un danno per l’Italia con litigi e incompatibilità evidenti al solo apparir dell’alba. Gia perché di programmi nessuno parla. Pare che d’improvviso per i Cinque stelle siano diventati più importanti i posti, vedasi spartizioni, dopo quella degli uffici di presidenza di Camera e Senato, anche delle due presidenze delle commissioni. Cinque stelle sempre peggio di Andreotti..

Angela Merkel bce Berlusconi bersani CGIL crisi Donald Trump elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale Luigi di Maio M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Scrive il Direttore che “di programmi nessuno parla”, e può aver visto giusto, ma io penso comunque che gli stessi tornino ad aver valore ed importanza, anche in tempi di diffuso e consolidato leaderismo, tanto che in altro commento di questi giorni mi è venuto di usare parole come “rivincita del programma”.

    In un sistema divenuto sostanzialmente tripolare – a meno di non credere che dopo questa fase ci si avvii ciononostante al bipolarismo – a me pare che la formazione di un Governo passi giocoforza, o quasi, attraverso una mediazione, ossia un compromesso, tra il rispettivo programma dell’una o altra forza politica.

    C’è chi non è molto tenero verso una siffatta eventualità, tanto da definirla “inciucio” o qualcosa di simile, e vorrebbe evitarla introducendo il maggioritario, semmai con ballottaggio o premio di maggioranza, ma tale “formula”, specie in una situazione tripolare, rischierebbe di non dar voce a una buona quota di elettorato (il che non mi sembrerebbe l’ideale).

    Per quel che può valere il parere di un singolo, non mi entusiasma personalmente il maggioritario, perché potrebbe portare ad una situazione di partito o coalizione “pigliatutto”, col rischio che prevalga la logica dei numeri, al punto da far passare in secondo piano il relativo programma (ammesso che questo non si limitasse ad astratti e generici enunciati).

    Paolo B. 11.04.2018

Lascia un commento