lunedì, 23 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Il pericolo di uno scontro tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese
Pubblicato il 17-04-2018


cinagiapponeLo storico di strategia giapponese Tömatsu Haruo, in un’intervista concessa a Dario Fabbri, pubblicata su “Limes, n. 2/ 2018”, col titolo “Il Giappone sta per vivere una nuova fase della sua storia”, afferma che il Paese del sol levante sta adeguandosi alla dinamica degli eventi che caratterizzano l’area del Pacifico. Ciò perché – afferma lo storico giapponese di strategia – la “Cina è una potenza tanto in ascesa quanto fragile, dunque particolarmente pericolosa. La Russia è in grande difficoltà, quindi destinata ad essere aggressiva. La penisola coreana, che nella sua interezza palesa un crescente sentimento anti-giapponese, rischia di tradursi nella più grande minaccia alla stabilità planetaria. Gli Stati Uniti, ancorché attivamente impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare, vivono notevoli convulsioni interne e chiedono agli alleati di fare maggiormente la loro parte”.
Conseguentemente, il Giappone, principale alleato della superpotenza americana, non può fare a meno di “modificare il suo approccio al mondo, ad abbandonare la condizione di mero soggetto economico per tornare ad occuparsi direttamente della sua difesa”. A tal fine, a parere di Haruo, gli effetti di questa necessità sono riscontrabili nella febbrile attività politica della società nipponica, volta ad elaborare la strategia più conveniente per il Paese; strategia che non potrà che essere quella, sia pure adeguata al tempo attuale, inaugurata nel 1868, dopo il rinnovamento Meiji (il radicale cambiamento della struttura istituzionale con cui il Giappone, abolendo il sistema feudale, si è aperto alla modernizzazione e all’industrializzazione della propria economia).
Prima del rinnovamento vivevano in Giappone circa 30 milioni di abitanti, con un’economia esclusivamente agricola; a seguito dell’industrializzazione – afferma Haruo – la popolazione è ammontata nel 1940 a 70 milioni, imponendo la necessita per il Paese di “reperire all’estero le risorse necessarie”, sia per soddisfare le esigenze esistenziali dell’aumentato numero di abitanti, che per reperire le materie prime necessarie per supportare il processo di industrializzazione. Dopo la drammatica sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale, il Giappone ha continuato a perseguire lo stesso obiettivo pre-bellico, sotto l’”ombrello protettivo” americano, tendendo a controllare le rotte marittime e ad estendere la propria influenza sui Paesi asiatici ricchi di materie prime. Il Giappone abbandonerebbe tale strategia, soltanto se una potenza ostile si sostituisse agli Usa col proposito di “dominare i mari”; in questo caso, per il Paese, sarebbe gioco forza reagire.
Per sventare il pericolo di una reazione militare, considerate le propensioni degli Stati Uniti ad interessarsi, più di quanto hanno fatto sinora, dei loro problemi interni, al Giappone non resta che affidarsi a un maggior margine di manovra autonoma, per valutare con lucidità le vicende internazionali e le proprie condizioni attuali, le quali concernono principalmente, sia l’affidabilità delle protezione americana, sia la dinamica al ribasso della propria demografia.
Riguardo al problema della protezione a “stelle e strisce”, il Giappone è afflitto dalla sindrome della percezione che il confronto degli USA con la Cina sia destinato a consumarsi in una guerra, in quanto le due potenze a confronto sono considerate in competizione apparentemente inconciliabile. E’ questo il motivo principale che spinge oggi il Giappone a riscattarsi dalla posizione di “ancella geostrategica” degli Stati Uniti, per rientrare a pieno titolo nel governo delle relazioni che si svolgono a livello planetario. Ma a preoccupare Tokyo non è soltanto la Cina, in quanto sono percepite come gravi anche le minacce che provengono dalla Corea del Nord e dalla possibile evoluzione delle relazioni con la Russia. Comunque, la percezione delle minacce cinesi è in testa alle preoccupazioni dei governanti giapponesi, anche per via del calo demografico del Paese.
Il problema demografico riveste per il Giappone una particolare importanza, soprattutto per il suo impatto sull’economia e, ciò che più conta, sulla sicurezza nazionale. Secondo l’Ufficio statistico nazionale, la popolazione nipponica ammontava nel gennaio 2018 a circa 127 milioni di persone; nel 2040, è previsto che scenda a circa 111 milioni, a circa 100 nel 2053, a 88 entro il 2065; a rendere più grave la diminuzione della popolazione è l’aumento della percentuale della popolazione degli ultrasessantacinquenni; oggi sono il 28% circa, ma si prevede che arriveranno al 35% circa nel 2040, al 38% nel 2053 e al 38,4% nel 2065. Oggi, i decisori politici giapponesi tendono ad accettare la realtà del declino demografico, ponendosi l’obiettivo di conservare una popolazione di 100 milioni di persone, con l’intento di compensare gli effetti negativi del calo demografico sulla sicurezza mediante il miglioramento qualitativo del loro sistema di difesa e un maggiore impegno geopolitico e geostrategico del Paese.
Le preoccupazioni che il Giappone nutre nei confronti della Cina sono alimentate dal modo “aggressivo” con cui la Repubblica Popolare, dopo la sua rapida ascesa economica, sino a diventare uno dei principali protagonisti dell’economia globale e della politica internazionale, tende ad espandere il controllo sui mari che circondano l’arcipelago giapponese e a potenziare la propria espansione economica attraverso la realizzazione del progetto delle “vie della seta”, percepito da Tokyo anche come strumento infrastrutturale di espansione militare.
Dei pericoli intrinseci all’espansionismo economico, politico e militare della Cina è convinto sostenitore Sakaguchi Daisaku, Docente di Studi strategici presso l’accademia nazionale di difesa di Yokosuka; in “La prossima guerra tra Cina e Giappone” (“Limes”, n. 2/2018), egli afferma che, da anni, il governo della Repubblica Popolare si legittima presso la popolazione attraverso lo sviluppo economico, ma, assieme alla crescita economica, sta sviluppando la propria potenza militare, con la quale sta rendendo insicuri i Paesi limitrofi, alimentando “nella regione il dilemma della sicurezza”; tramite l’utilizzo di missili antinave e missili Cruise a lunga gittata, “la Cina – secondo Daidaku – si sta preparando ad affrontare una campagna militare di notevoli dimensioni”. A rendere la Repubblica Popolare ulteriormente insidiosa, sarebbe “la sua avanzata nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Pacifico”, cui va aggiunta le “questione delle isole Senkaku”, appartenenti al Giappone per ragioni storiche e in base al diritto internazionale.
La questione delle isole Senkaku, emersa soprattutto negli ultimi anni, deve la sua origine alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale; il Trattato di S. Francisco del 1951 ha obbligato il Giappone – ricorda Daisaku – “a rinunciare all’isola di Taiwan e alle Pescadores, senza specificare quale Cina dovesse prenderne il controllo. Pechino e Taipei sostengono entrambe che anche le Diaoyu (come sono chiamate in Cina le isole Senkaku) devono essere restituite poiché affiliate all’isola di Formosa. Secondo Tokio, queste facevano parte delle isole Nanes, che furono poste sotto l’amministrazione degli USA e restituite ai giapponesi nel 1971”. Per i cinesi, la pretesa del Giappone di considerare le Senkaku come parte integrante del proprio territorio nazionale è indice del mai sopito espansionismo nipponico. Il Giappone considera l’atteggiamento cinese riguardo alle isole motivo di preoccupazione, in quanto è consapevole che Pechino non sarà mai disposta a transigere sull’aspirazione a realizzare “una sola Cina”, anche con l’uso della forza, se necessario.
Per tutti i motivi indicati, le priorità strategiche di Tokyo stanno perciò cambiando; se durante la guerra fredda la principale preoccupazione era quella di difendere l’intero arcipelago giapponese dall’Unione Sovietica, ora – a parere di Daisaku – è la regione insulare posta a Sud-Ovest del Paese ad essere esposta alle minacce cinesi. Non a caso, la strategia giapponese, elaborata per la difesa dell’area, prevede la costituzione di un contingente di marines destinato a presidiare le zone giapponesi più esposte; ciò perché, se Tokyo rinunciasse alla sovranità su qualcuna delle isole disseminate tra il Mar Cinese orientale e il Mar Cinese Meridionale, secondo Haruo “cesserebbe di essere, assieme agli Stati Uniti, il principale contrappeso all’Impero del Centro. Una diminutio che inficerebbe anche il tentativo di negoziare con la Russia il possesso delle Curili meridionali, tutt’ora considerate il punto più a Nord del territorio nazionale”.
Oltre alla minaccia militare espressa dalla Cina, aggiunge Daisaku, il Giappone ne teme la propensione a fare uso di “insidiose armi alternative”, quali lo “sharp power” (potere aspro e sottile), utilizzato principalmente per influenzare l’opinione che il mondo ha della Cina, con l’impiego “di mezzi opachi come l’intimidazione e la manipolazione delle informazioni”. Ma non è tutto; ai pericoli originati dalle minacce espresse dai comportamenti della Cina, devono essere aggiunti anche quelli provenienti indirettamente da situazioni di crisi proprie di altri Paesi vicini al Giappone, come, ad esempio, la Corea del Nord, un Paese divenuto ormai un soggetto nucleare, caratterizzato da un approccio aggressivo alle questioni internazionali.
Dal punto di vista giapponese, distando la Corea del Nord dal Giappone più di mille chilometri, non è la minaccia delle armi convenzionali ad essere fonte di preoccupazione, ma quella proveniente dal probabile impiego di missili nucleari; pericolo, questo che, secondo Kurata Hideya, docente di Studi coreani presso l’Accademia Nazionale di difesa di Yokosuka, (“La Corea è affare anche di Tokyo”, in “Limes”, n. 2/2018), è un’eredità della Guerra di Corea, combattuta a sostegno della Corea del Sud, difesa dagli Stati Uniti, utilizzando basi aeree dislocate nell’isola di Guam e in territorio nazionale giapponese.
Alle prese con una penisola coreana divisa, parte della quale nuclearizzata, a parere di Haruo, per il momento il Giappone, non si doterà di un arsenale atomico, considerando sufficiente la copertura garantita dall’ombrello protettivo statunitense, anche perché l’opinione pubblica è fortemente contraria a una svolta di tale genere, per cui solo “un drammatico evento potrebbe stravolgere tanta ritrosia, peraltro corroborata da ovvie e dolorose reminiscenze storiche”. Sicuramente, afferma Haruo, si tratta di una condizione paradossale “per una nazione che dispone degli strumenti tecnologici per realizzare la Bomba (in meno di sei mesi) e che per ora preferisce rimanere sprovvista”. Almeno finché un rivale non vorrà testare la nostra risolutezza o costringersi a mosse autolesioniste”. Specie se l’antagonista in questione fosse la Cina. Se, per caso, ciò accadesse, il Giappone sarà chiamato ad evitare una guerra di logoramento “impossibile da vincere”; se la Cina, conclude Haruo, annettesse le isole Senkaku, il Giappone dovrà “fingere di accettare il fatto compiuto”, salvo poi organizzare, assieme agli Stati Uniti, “una risposta militare adeguata”.
Venti di guerra, dunque, in Estremo Oriente; gli strateghi e gli studiosi giapponesi di relazioni internazionali stanno preparando il Paese ad affrontare lo scontro con la Cina; scontro, destinato a diventare tanto più probabile, quanto più l’America di Trump continuerà a perseguire il crescente disimpegno riguardo al “governo” dei problemi dell’Estremo Oriente. Ciò che preoccupa della situazione di crisi che serpeggia in quest’area del mondo è il totale disinteresse dell’Europa per il crescente clima di guerra che sta caratterizzando le relazioni tra i Paesi che ne fanno parte. C’è solo da chiedersi se non sia il caso, per i Paesi europei, di preoccuparsi meno degli effetti della guerra dei dazi avviata dall’amministrazione americana e più del suo progressivo disinteresse per l’accresciuta intensità dei pericoli di guerra che questo disinteresse sta determinando.

Gianfranco Sabattini

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