domenica, 22 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

Il “trio” interessato alla politica siriana
Pubblicato il 04-04-2018


rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

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Commenti all'articolo
  1. Nelle prime ore di lunedì è stata bombardata una base aerea dell’esercito siriano nella provincia di Homs. Ad affermarlo, la televisione di stato siriana, sostenendo che dietro l’attacco “molto probabilmente” ci sono gli Stati Uniti ma l’esercito statunitense ha negato. Da parte della Casa Bianca è comunque attesa una reazione dopo quanto accaduto negli scorsi giorni e di cui parlano approfonditamente i quotidiani di oggi: l’attacco con il gas deciso dal regime di Assad contro Ghouta, con la morte di decine di persone, tra cui molti bambini. “I tentativi di soccorrerle sono stati inutili. – racconta La Stampa – I Caschi bianchi, volontari vicini ai ribelli, si sono trovati di fronte a ‘scene strazianti’ e hanno diffuso fotografie di bambini con gli occhi sbarrati e la bava alla bocca, immagini che hanno suscitato un’ondata di indignazione in tutto l’Occidente. Trump ha definito Assad ‘un animale’ e lasciato intendere che un altro raid contro il regime è nell’aria”. “Uno dei nostri volontari – la drammatica testimonianza dei caschi bianchi al Corriere della Sera – ha trovato un’intera famiglia morta in una cantina. Il padre era ancora abbracciato alla figlia. Prima di morire avevano vomitato tutti sangue, non c’è dubbio che si tratti di un attacco chimico”. Franco Venturini sul Corriere si dice stupito del ruolo russo e auspica un coinvolgimento americano. “La Siria diventa sempre di più un trampolino, – scrive Venturini – una base di partenza per l’allargamento e l’aggravamento del disordine mediorientale, in Libano, in Iran, ai confini di Israele”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  2. Cresce la tensione internazionale a causa del conflitto siriano. Dopo l’ennesimo uso di armi chimiche contro la popolazione da parte del regime di Assad, il presidente Usa Donald Trump sembra intenzionato a rispondere con la forza, intervenendo in Siria e sfidando la Russia, alleata di Assad (La Stampa). “L’impressione – scrive il Corriere – è che possa prendere rapidamente forma una minicoalizione pronta a ‘punire’ il regime di Damasco. Ci potrebbe essere anche il Regno Unito (oltre alla Francia): la premier Theresa May ci sta riflettendo. Gli israeliani sono pronti. Anzi, gli iraniani, i russi e i siriani hanno accusato l’aviazione di Benjamin Netanyahu di aver bombardato la base aerea militare T-4 non lontano da Homs, controllata dall’esercito di Bashar al Assad”. Israele non ha né confermato né smentito l’attacco ma per Repubblica l’azione è un messaggio chiarissimo a Mosca: “per mesi Gerusalemme ha chiesto a Vladimir Putin di difendere sì gli interessi della Russia, ma anche di non permettere che l’Iran trasformasse la Siria in una sua succursale. Benjamin Netanyahu ha fatto sette viaggi a Mosca per incontrare Putin, sempre con la stessa richiesta: tenete l’Iran lontano dai nostri confini. Putin evidentemente non è sembrato un arbitro imparziale agli occhi di Gerusalemme, e alla fine è arrivato questo primo atto offensivo. Gli iraniani, e probabilmente i loro alleati della milizia libanese di Hezbollah, sono stati l’obiettivo principale del raid”. “Israele rischia grosso: – l’analisi del Giornale – la Russia, che non aveva mai reagito, stavolta lo ha fatto, e Lavrov, il ministro degli Esteri, ha classificato il gesto come ‘un’azione pericolosa’. Attenzione, dice Mosca, il nostro delicato rapporto per cui Netanyahu ha libero accesso a Putin può saltare: volete confrontarvi con noi? Non violate le regole del gioco. Gli aerei russi potrebbero rispondere al fuoco”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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