sabato, 18 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

La crisi siriana e la revisione delle alleanze
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 18-04-2018


di Ugo Intini

Gli eserciti di Assad padre e di Saddam Hussein erano inquadrati e armati da Mosca. Già questo indica che la storia aiuta a capire quanto sta accadendo in Siria. Filippo Turati, a Gramsci e ai comunisti che se ne andavano dal partito socialista nel 1921, diceva. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo. Noi non possiamo seguirlo perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale”.

Già allora, chi aveva “vision” capiva l’essenziale. Che Mosca guidava (chiunque la governasse) un impero. Che quello unificato dalla falce martello era la continuazione dell’impero zarista con l’aquila “bicipite”. Che si trattava di un impero strutturalmente non democratico. Perché sin dal tempo degli zar una testa dell’aquila guardava a Ovest (verso la modernità e la tecnologia) ma l’altra guardava a Est, verso l’imperialismo e quindi il dispotismo “orientale”.

Mosca, conquistato tutto ciò che si poteva a Oriente, sino a Vladivostok, pensava di espandersi a Sud, nel Mediterraneo, per una esigenza imperialista ma anche per difendersi con confini più sicuri. La grande Caterina (imperatrice dal 1762 al 1796) teorizzava la penetrazione nei “mari caldi“ e mandò il suo amante e ammiraglio Potemkin (sì, quello che ha dato il nome alla corazzata) a occupare la Crimea (tornata da poco, con la crisi Ucraina, di scottante attualità). Sconfisse per ottenerla l’impero ottomano, con il quale la Russia si scontrò di nuovo durante la guerra di Crimea (1853 -1856) e durante la prima guerra mondiale.

Lenin e Stalin continuarono a preoccuparsi del pericolo proveniente da Sud, anche perché temevano la destabilizzazione delle repubbliche sovietiche di popolazione musulmana (dall’Uzbekistan al Kazakistan). Sradicarono perciò spietatamente ogni traccia di religione islamica, deportarono milioni di persone. Eppure non bastò. Perché, quando nel 1941 arrivò l’armata nazista, un esercito di volontari di quelle repubbliche andò ad affiancarli. Ce lo ricordiamo anche in Italia dove, con i tedeschi, combatterono contro i partigiani quelli che chiamavamo “mongoli“, ma erano in verità proprio questi volontari passati con la Wermacht per odio verso i comunisti sovietici

Dopo la seconda guerra mondiale, Mosca usò l’ideologia per allargare a Sud la sua sfera di influenza (e il suo cuscinetto di protezione). Contrastando nello stesso tempo il neocolonialismo occidentale e l’islamismo. I militari siriani e iracheni (Assad e Saddam) erano laici, anti occidentali e ispirati dal Baas-Baat (il partito socialista arabo). Erano alleati ideali, come si è ricordato all’inizio, da armare e proteggere. Assad padre era addirittura un alleato naturale, perché apparteneva a una setta minoritaria sciita (gli alauiti) e quindi era il nemico giurato del mondo religioso sunnita (quello che poteva insidiare le repubbliche musulmane sovietiche e poteva creare un vasto fronte coeso ai confini meridionali dell’Urss).

Proprio questo possibile fronte era l’incubo di Mosca e spiega in parte la guerra in Afghanistan. Nel 1989, andai a trovare Vladimir Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito comunista sovietico. Aveva appena gestito la fine della guerra in Afganistan e la ritirata dell’Armata Rossa. Ma ancora difendeva la scelta di invadere Kabul. Mi disegnò un quadro che a quei tempi in Occidente era sconosciuto. Mi spiegò che i generali laici (e appoggiati da Mosca) dell’Afganistan erano minacciati dal fondamentalismo islamico. Che, se il fondamentalismo conquistava Kabul, poteva innestare con un effetto domino la crisi nelle repubbliche sovietiche di tradizione islamica. Che anche noi occidentali avremmo dovuto preoccuparci per il resto del Medio Oriente e quindi per la sicurezza nel Mediterraneo.

Nel 2001, pochi mesi prima che fosse assassinato da Bin Laden, ho incontrato al confini tra Afganistan e Tagikistan il generale Massud (che certo filo sovietico non era, perché aveva guidato la vittoriosa guerra di liberazione contro i russi). Mi ricordava con rimpianto che, quando a Kabul dominava Mosca, lui studiava ingegneria al Politecnico e le sue compagne di corso portavano la minigonna.

In effetti, ancora oggi, se si guardano le manifestazioni di sostegno a Assad (vere o inscenate dalla propaganda del regime siriano) si nota che le donne velate non esistono. Perché il cristianesimo ortodosso degli zar prima, l’ateismo comunista poi (e un mix tra i due oggi con Putin) sono ancora il nemico numero uno del fondamentalismo islamico. Il quale d’altronde, con l’Isis, ha ricominciato a sognare qualcosa di simile all’impero ottomano: una mezzaluna sunnita che vada dalla costa atlantica del Marocco all’Afghanistan, tenuta insieme non da un imperatore corrotto a Istanbul, ma dalla purezza del Corano.

Questo è il pericolo mortale per la Russia, che non occupa più le repubbliche ex sovietiche, ma vede pur sempre in esse un’area di influenza vitale, dove quasi 60 milioni di persone che parlano russo sono minacciate dall’estremismo islamico. E in parte lo alimentano. Perché in Siria e in Iraq molti combattenti dell’Isis sono fanatici provenienti dall’Uzbekistan e dalle Repubbliche circostanti.

Questo pericolo è mortale per la Russia e anche per noi. Ci ricorda che abbiamo certo a che fare, a Mosca, con un imperialismo e con un dispotismo orientale (come diceva Turati), ma dovremmo ciò non di meno tener presente il nostro interesse. Cercando (almeno come Unione Europea) di avere una strategia coerente e priorità precise. Così come (giuste o sbagliate che siano) le ha la Russia.

Nella guerra di Crimea, insieme ai francesi e agli inglesi, i bersaglieri combatterono contro i russi a fianco degli ottomani. Per questo hanno ancor oggi il berretto rosso con il fiocco blue: era un fez prestato dagli alleati ottomani (i sunniti del tempo) al quale avevano tolto l’imbottitura. Oggi, forse, nello scontro tra i sunniti e Putin, le nostre alleanze dovrebbero cambiare.

Ugo Intini

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