mercoledì, 12 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

La grande occasione per Renzi da leader di una stagione a statista
Pubblicato il 27-04-2018


Il succo di questo mio articolo potrebbe rifarsi alla lezione di Dante:”Ma i vostri non appreser ben quell’arte” di tornare per ben due volte! Alla faccia di chi va discettando della fine delle classiche distinzioni tra destra centro e sinistra e di quelle commistioni all’altezza delle sfide dei tempi, com’è stato il centrosinistra con trattino prima e senza trattino poi, come perfino D’Alema ha auspicato nell’ultima sortita, nelle grandi coalizioni alla tedesca e più recentemente nel funambolismo di un Macron che nel contesto istituzionale italiano sarebbe uscito ridimensionato in un Micron. la nuova dirimente linea di demarcazione è pro e contro L’Europa.

Di un’Europa di cui non si discute ma in cui si discute di come renderla più solidale, di come aprire la sua nuova grande stagione in una accelerata competizione mondiale che solo i ciechi o i pazzi possono tentare di affrontare senza un’Europa unita e sempre più federale. Se questa è la bussola le scelte debbono essere conseguenti: scongiurare al governo del Paese l’euroscettico Salvini, schierato con la Le Pen e i sovranisti dell’est dell’Europa o chi come Putin è onnipresente ovunque si tratta di disarticolare l’Occidente. Dall’altra parte i pentastellati anticasta ma avviati ad una revisione radicale specie in De Maio, aspirante a figurare accanto agli innovatori alla Macron su di una linea di contrappeso ai Paesi del nord e dell’ Est da parte di quelli mediterranei con in mezzo l’anello di congiunzione da rafforzare, quella Merkel scelta dai socialisti francesi nell’ottica di una preminente responsabilità verso l’Europa. Questa è la linea strategica del Presidente Mattarella, uno di quei fortunati lanci che insieme con Gentiloni e la sua squadra di Governo ha saputo fare Renzi come uomo-assist prezioso per il Paese. Il suo premio sarebbe arrivare alle prossime europee riportando dall’Italia un consenso allargato all’Europa con una consapevolezza della solidarietà europea da guadagnarsi sul campo contro sterili contrapposizioni auspicabilmente nel gruppo di testa come seppero fare i padri fondatori. E sempre nel nome dell’Europa dare priorità alle riforme istituzionali laddove sono state interrotte, a partire dal ridimensionamento di quel bicameralismo paritario, unico in Europa, che ci costringe su un percorso sempre più accelerato da formula 1 a concorrere con macchine d’epoca, più da spettatori che da competitori. Per quanto riguarda la riforma elettorale mi limito a ricordare che sia rispettosa di un sistema politico ormai tripolare, per ora, e che i due modelli più rispettosi della volontà popolare appaiono o quello francese che al secondo turno ammette le forze che abbiano superato il 12,50 % dei voti o quello vigente da noi per le regioni, ambedue occorre sottolinearlo non prevedono i nominati dalle oligarchie dei partiti e perciò la sottrazione della scelta agli elettori, secondo il disegno che il compianto Ruffilli aveva esplicitato con l’espressione del “cittadino arbitro”, non solo della rappresentanza ma auspicabilmente anche del Governo.

Un disegno politico lungimirante che partendo dalle istituzioni alla legge elettorale ci vaccini dal virus dei nominati dalle oligarchie dei partiti, altrimenti trascorsa una legislatura, anche con l’assurdità di un limite a due mandati, i più strenui innovatori saranno annoverati nella vituperata casta perché predestinati. Infine al Presidente Fico, per sottolineare la centralità del Parlamento, l’invito a scaglionare il riconoscimento di un adeguato compenso ai parlamentari per fasce di partecipazione ai lavori in aula e nelle commissioni con un minimo di base comune. Fu una mia inutile sollecitazione quando nel periodo 1976-1994, risultato il primo come presenze nelle votazioni in aula, avevo un naturale rigetto verso chi disertava in tutto o in parte il primo dei suoi doveri.

Roca

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Commenti all'articolo
  1. Riguardo all’eventualità di una riforma elettorale, tra i due modelli prefigurati dall’Autore quello francese mi sembra essere il collegio uninominale a doppio turno, e dunque classificabile come maggioritario, un sistema che non riesco a vedere con favore perché potrebbero non avere rappresentanza parlamentare anche forze numericamente importanti, il che mi lascia abbastanza perplesso.

    Diverso è invece il caso del sistema vigente per le Regioni – almeno quello che conosco perché mi risultano non essere tutti eguali – dove la quota maggioritaria si traduce nel “listino”, ossia i nominativi che sono un tutt’uno col candidato Presidente, mentre la più parte è costituita dal proporzionale con preferenze, il che consente ai partiti di presentarsi singolarmente, nonché autonomamente o in coalizione.

    Nel secondo caso mi pare che le dimissioni del Presidente, in corso di mandato, comportino l’automatico scioglimento dell’Assemblea, sicché si tratta di un sistema presidenziale il quale, nel nostro caso, per essere applicato a livello di Governo nazionale richiederebbe verosimilmente una Riforma costituzionale, ma d’altronde anche quello francese è, se non erro, di tipo semi presidenziale.

    La figura del Presidente eletto direttamente rafforza senza dubbio la governabilità, e nel contempo i membri delle Assemblee eletti a loro volta con le preferenze funzionano da contrappeso, così che il meccanismo mette insieme, in maniera sostanzialmente equilibrata, governabilità e rappresentanza, e per queste ragioni meriterebbe di esser preso in considerazione (a mio vedere almeno).

    Paolo B. 27.04.2018

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