sabato, 21 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

“L’affare Watergate”: gli Usa da Nixon a Trump
Pubblicato il 10-04-2018


nixonUn giudizio più obbiettivo (rispetto alle solite demonizzazioni) sugli anni della presidenza Nixon (1969-1974), considerati in tutte le loro implicazioni, per gli USA e il mondo intero. E al tempo stesso, una panoramica sulla storia degli Stati Uniti da Nixon a Trump: considerando che molte delle scelte fatte allora, nei primi anni ’70, e ancor più quelle non fatte (spesso non per errori dei protagonisti, ma per gli ostacoli che li bloccarono), son state determinanti per la storia successiva.

Questo il senso del saggio di Ernesto Simini, funzionario emerito della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, già autore di studi sulla Grande guerra e su altri momenti della storia del ‘900, “L’affare Watergate- L’orchestra rossa contro Richard Nixon” (Roma, Sovera, 2018, pp. 78, €. 10,00).
Già Oliver Stone, col celebre film del 1995 “Gli intrighi del potere-Nixon” aveva tracciato un ritratto più equilibrato del presidente repubblicano, di umili origini, divenuto poi avvocato, a soli 39 anni vicepresidente con Eisenhower e, infine, salito nel 1968 alla Casa Bianca. Senza in alcun modo sorvolare sul Watergate, ma evidenziando l’energia dimostrata da Nixon nel cercar di porre fine alla carneficina in Vietnam: senza, al tempo stesso, arrendevoli cedimenti alla Cina e, soprattutto, a un’URSS allora al massimo della sua aggressività (gli anni dal 1968 al 1982 sono quelli delle repressioni neostaliniste a Praga, in Afghanistan e in Polonia, e dell’indiretto espansionismo dell’ URSS, tramite i suoi satelliti, in Africa meridionale e nordorientale).

Questo saggio di Simini, sulla base anche di documenti del Congresso USA (ora consultabili dopo il Freedom of Information Act di metà anni ’70 e il loro parziale inserimento anche in Rete), e di articoli specialistici suggeriti a suo tempo, all’Autore, da Indro Montanelli, sviluppa ulteriormente questi temi. Negli USA, del resto, già a giugno del ’78, Richard Nixon veniva sostanzialmente riabilitato dall’opinione pubblica; e nell’81, durante la presidenza Reagan, si prendeva una rivincita pubblicando il suo saggio “La vera guerra”, fortemente critico dell’ espansionismo sovietico.

L’Autore, sia chiaro, non giustifica minimamente il gravissimo autogol commesso da Nixon ordinando (o, quantomeno, facendo poi finta di non vedere) l'”operazione Watergate”. Però evidenzia la singolare coincidenza tra gli sviluppi del Watergate e la crescita dell’opposizione interna (tra gli stessi repubblicani) alla politica presidenziale per chiudere la guerra del Vietnam. Politica che, dopo un anno impiegato nella distensione con la Cina (con la storica visita di Nixon a Pechino) e nella conclusione degli accordi Salt I per la riduzione degli armamenti nucleari strategici con l’URSS, a gennaio 1973 (grazie anche alla sanguinosa “strigliata” data ai nordvietnamiti con una ripresa dei bombardamenti aerei, giunti a colpire anche il vitale porto di Haiphong, che nessun presidente USA aveva mai osato toccare) porta alla conclusione degli accordi di pace di Parigi. Proprio poche settimane dopo Parigi, rileva Simini, il caso Watergate comincia a montare, mettendo sempre più in difficoltà un Nixon rieletto, pochi mesi prima, con una maggioranza schiacciante (48 Stati su 50): e che proprio nel ’73, con la pace in vista e il ritorno in patria di centinaia di prigionieri di guerra, giunge al massimo della popolarità. Non è azzardato ipotizzare – prosegue l’Autore – segrete intese tra i sovietici, grandi sponsor dei nordvietnamiti, e la sinistra “liberal” USA: che sin dai tempi di Eisenhower aveva avuto esponenti, nei quotidiani e nella stessa amministrazione federale, “tardorooseveltiani”, simpatizzanti per l’URSS ancora nello spirito di Yalta (basti pensare alle frequenti denunce, sulla stampa, dei crimini obbiettivamente commessi dagli americani in Vietnam, unite però al silenzio sui massacri iniziati a compiere, nel nord del Paese, dai comunisti del Laodong addirittura sin dagli ultimi tempi del dominio francese).

E’ molto difficile ipotizzare chi sarebbe poi andato alla Casa Bianca se Nixon, a gennaio ’77, avesse potuto concludere regolarmente il suo secondo mandato, anche magari dopo aver contrastato a lungo lo spettro del Watergate (inevitabile, qui, il parallelo con Trump alle prese, oggi, col Russiagate). Forse, sull’ onda d’un uscita accettabile dall’incubo vietnamita, lo stesso Ronald Reagan in anticipo (Reagan, infatti, nel ’76 già concorre, inutilmente, alla nomination repubblicana).

Forse, prosegue Simini, con questo diverso andamento della storia, con un’ URSS non più trionfante, si sarebbero potuti anticipare di vari anni il cambio della guardia al vertice russo, l’obbligatorio “nuovo corso” di Gorbaciov e il crollo finale dell’ Impero sovietico. Mentre sul piano economico, la società americana non avrebbe subìto i guasti profondi causati, in seguito, dalla “deregulation” reaganiana: un Reagan giunto in anticipo alla Casabianca, infatti, mentre in diplomazia sarebbe proseguito sulla strada di Nixon, nell’opinione pubblica americana (ed europea) non avrebbe trovato, qualche anno prima del thatcherismo, un contesto così favorevole alle sue scelte.

Fabrizio Federici

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