mercoledì, 18 luglio 2018
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Opinioni e commenti
 

L’Associazione Khorakhané chiude il progetto “I’M LAB”
Pubblicato il 03-04-2018


i'm labChiude il progetto Laboratorio Culturale I’M, nonostante le migliaia di soci che hanno partecipato alle attività proposte, nonostante la passione e l’entusiasmo di decine di giovani volontari che in questi anni hanno riversato su questo progetto e su questo spazio energie ed entusiasmo.

Termina il progetto I’M Lab, nonostante i risultati raggiunti, tra i quali:

centinaia di proposte musicali e artistiche volte alla sperimentazione e alla promozione culturale culturale;
decine di laboratori di autoproduzione e upcycling;
svariate opportunità formative per i giovani (4 volontari in Servizio Civile, 2 SVE 7 volontari internazionali, 16 stage di alternanza scuola-lavoro, 7 tirocini universitari);
molteplici iniziative di inclusione sociale con migranti, persone con disabilità, famiglie e realtà della società civile;
riconoscimenti come caso studio di innovazione culturale in ambito europeo in due progetti internazionali.

È impossibile condensare in poche righe così tante idee, azioni, incontri e progetti; citare gli impatti economici e sociali delle nostre azioni sul territorio, tra i quali l’acquisizione di competenze formali e trasversali dei giovani volontari e lavoratori che hanno ideato e gestito lo spazio e le attività di partecipazione ed inclusione sociale.

E allora, perché si chiude?

Perché mantenere ferme le premesse di luogo aperto alle differenze e spazio di sperimentazione che offra possibilità di accrescimento e di empowerment delle competenze dei giovani negli ambiti della cultura e del sociale, in Italia, nella provincia veneta, nel 2018, significa vivere sul filo costante della precarietà e della sopravvivenza dell’organizzazione, senza riuscire a garantire stabilità e sviluppo, ma anche salari, tecnologie e strutture adeguate.

Come continuare quando a più di 30 anni (l’età media dei lavoratori dell’Associazione) non si riesce a coniugare la soddisfazione personale nel portare avanti questo progetto, con l’indipendenza economica e l’autonomia necessaria per costruirsi un futuro?

E come pensare in alternativa, che sia possibile allora portare avanti una progettualità così complessa e ricca di sfaccettature, basandosi esclusivamente sullo spontaneismo e sul volontariato che per definizione si basa sulle disponibilità (es)temporanee ed economiche del singolo?

Come continuare quando gli interlocutori pubblici, il più delle volte, interpretano la nostra azione come un vezzo e un gioco da adolescenti cresciuti, senza vedere come in altri contesti, progetti come questi siano il motore che genera risposte a bisogni “pubblici”, di interesse generale quali la formazione e l’occupazione giovanile, il coinvolgimento di chi è ai margini della società, la promozione culturale come attrattiva per il territorio?

Come continuare quando le prospettive di fundraising sono legate a bandi che generano una guerra tra poveri (tra le organizzazioni) e le trasformano in progettifici?

Prendiamo a prestito le parole di Carola Carazzone “Il terzo settore in Italia, per affrontare in modo coraggioso, innovativo ed efficace le grandi sfide sociali ha disperato bisogno di supporto generale operativo e cioè di finanziamenti per gli obiettivi strategici dell’organizzazione – per la missione – anziché solo su progetti specifici.” (Due miti da sfatare per evitare l’agonia per progetti del terzo settore, Il Giornale delle Fondazioni, 22/03/2018).

E noi di questa verità ce ne siamo accorti da tempo…da quando il progetto “Employability and Knowledge” finanziato nell’ambito del programma Erasmus Plus dell’Unione Europea, ci ha portato a confrontarci con centri culturali simili a noi in Europa.

Abbiamo osservato come il settore pubblico si preoccupi di sostenere centri culturali, perché ne riconosce il ruolo importante nel creare un tessuto sociale inclusivo, proattivo, e che diventa in questo modo capace di formulare da sé le risposte ai propri bisogni. E in ambito di politiche pubbliche questo si riflette sul superamento del modello assistenziale (in ambito sociale) e di fruizione passiva (in ambito culturale).

Esempi ce ne sono davvero tanti, uno tra questi è il Centro culturale Godsbanen (Aahrus, Danimarca), oggi una realtà importante a livello europeo che coniuga la produzione culturale, l’inclusione sociale e la formazione attraverso workshop permanenti che vanno dalla lavorazione del legno, della ceramica, fino alla tipografia e all’informatica. Un luogo aperto a tutti: a giovani che vogliono organizzare una mostra o avere una postazione in un coworking per lanciare una propria attività; ma anche ai pensionati, che insegnano all’interno dei workshop e tramandano le proprie esperienze professionali e di vita; finanche alle fasce dei più deboli a livello economico che trovano in questo luogo delle possibilità per rimettersi in gioco ed acquisire nuove competenze.

In questa realtà, il pubblico si occupa di sostenere le spese legate allo spazio, alla sua manutenzione e gestione, “dell’hardware” insomma; mentre il privato sociale ha in carico il “software”, cioè la programmazione delle attività a partire dal rilevamento dei bisogni della comunità e al suo coinvolgimento attivo.

Nel nostro piccolo, non ambiamo certo a tanto, ma abbiamo comunque provato a confrontarci con il settore pubblico per capire come nel nostro territorio un progetto di questo tipo potesse essere riconosciuto e fare un salto di qualità per diventare un motore in grado di generare risposte ancora più efficaci ai molteplici bisogni che il nostro territorio manifesta:

la povertà di offerte e stimoli per i giovani;
la tensione sociale crescente collegata alla situazione economica e lavorativa;
la scarsa promozione di forme di cittadinanza attiva;
la mancanza di occasioni e i luoghi aperti a progetti di inclusione sociale per persone con disabilità;
la difficoltosa creazione di iniziative di conoscenza interculturale di fronte al crescente sentimento razzista.

Abbiamo però capito che da soli non riusciremo far proseguire questo progetto nei modi e con le finalità che ci eravamo prefissati, nè tantomeno possiamo sostituirci possiamo sostituirci al pubblico, mettendo da parte quelle che sono le sacrosante necessità per chiunque di crearsi una vita autonoma.

A suo tempo avevamo deciso di non andarcene all’Estero, come vedevamo fare tanti nostri coetanei, scegliendo di investire il nostro tempo e le nostre capacità qui in Italia e più precisamente nella nostra città. Oggi abbiamo capito che la scelta giusta è quella di ripensare in altri termini il futuro dell’Associazione Khorakhanè.
È una decisione sofferta e che sicuramente lascerà un vuoto, non solo dentro di noi ma anche in questo territorio. Vuoto che ci auguriamo fortemente possa essere colmato da altri soggetti del privato sociale, interessati a continuare l’opera di promozione della produzione culturale e artistica in questo spazio-laboratorio.

Quel che è certo, ad oggi, è la volontà dell’Associazione Khorakhané di continuare la propria azione di promozione sociale nei modi e nelle forme che tutti noi e voi decideremo insieme.
Vi invitiamo allora a ricordare i momenti passati, per stringerci in un abbraccio che profuma di forza ed energia e per progettare insieme un nuovo futuro.

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