mercoledì, 12 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Le “post-verità” e il “tradimento” del sistema dei media
Pubblicato il 24-04-2018


post verità

Oggi si parla di “post-verità” in riferimento a una notizia completamente falsa che, accreditata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico. Chi ha interesse alla diffusione delle post-verità, tende a strumentalizzare le emozioni del pubblico, il quale, sollecitato nei suoi pregiudizi, tende ad estrapolare solo gli elementi che confermano le proprie convinzioni, sviluppando così interpretazioni alterate della realtà e, quel che più conta sul piano sociale, della politica.

Il termine ha conosciuto, infatti, un forte aumento del suo impiego soprattutto nelle discussioni relative alla comunicazione politica, mettendo in pericolo la salvaguardia della democrazia. Ciò perché, sulla base delle post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati; in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica, rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali. Il termine, impiegato nelle discussioni relative alla comunicazione politica, sta creando molte difficoltà nel funzionamento delle istituzioni democratiche.

La “postificazione” – afferma Marcel Gauchet – filosofo francese, professore emerito all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e direttore della rivista “Le Débat”, in “La guerra delle verità (MicroMega 3/2018), è un male antico e, nonostante il suo continuo riproporsi, non si può certo dire che esso abbia mai contribuito a migliorare il discorso politico in modo da “contribuire ad illuminare le menti sulla novità della nostra condizioni storica”. Perché succede che il rapporto fra politica e menzogna caratterizzi il modo attuale di funzionare della democrazia, tanto da giustificare che i due termini vadano “a braccetto?, si chiede Gauchet. La risposta, secondo il politologo francese, sta nel fatto che nell’opinione pubblica si è radicato il convincimento che la “falsità veicola in essa una sorta di verità”; pertanto “voci assurde”, “leggende metropolitane” e “discorsi demagogici” assumono uno “spessore che ne rende difficile la confutazione, anche quando quest’ultima poggia su dati incontestabili”.

I dati, però, nelle post-verità, non hanno alcun impatto su ciò che viene reso di pubblico dominio senza il minimo fondamento; ciò perché si è convinti che “se il vero può a volte non essere verosimile, è altrettanto possibile a volte che il falso abbia un aspetto verosimile”. La relativizzazione del discordo politico, osserva Gauchet, pone inevitabilmente il problema di conoscere il messaggio che viene trasmesso attraverso le post-verità e che cosa è ciò che assicura alle non-verità la capacità di convincere il pubblico, al punto di garantire la forza per esistere alla confutazione.

Le post-verità possono essere comprese nel loro significato solo se ci si colloca all’interno del contesto sociale nel quale esse “maturano” e non si separano dalle contestazioni e dalle proteste (normalmente qualificate dagli establishment consolidati come populiste) che stanno caratterizzando la vita delle democrazie moderne. Se intese in questo senso, le post-verità devono allora “il loro successo. afferma Gauchet – al fatto di presentarsi come un’alternativa rispetto alla ‘verità’ ufficiale dei grandi media dominanti”; in tal modo, le post-verità devono essere collocate “all’interno di una lotta che si mostra per certi aspetti come un nuovo volto della lotta di classe”, che vale ad attribuire la loro credibilità al convincimento che la verità “rivelata” dai media, o ciò che questi presentano come verità, non sia la verità fattuale.

La denuncia della verità ufficiale diventa così il modo col quale chi intende accreditarsi presso larghi strati insoddisfatti della popolazione, può farlo anche con discorsi privi di ogni fondamento. Tale constatazione evidenzia allora che diventa impossibile rifiutare le post-verità senza affrontare la questione del perché è accaduto che l’evoluzione del discorso mediatico abbia suscitato tanta diffidenza nei suoi confronti, da parte di quei larghi strati della popolazione, sino a trasformarsi, a volte, in aperta ostilità.

Si tratta, secondo Gauchet, di un fatto grave, perché colpisce una delle condizioni che, seppure non sancita da nessuna parte, che sottostanno la salvaguardia della democrazia. La diffidenza nei confronto dei media, infatti, colpisce la “condizione cognitiva” della democrazia, ovvero la possibilità, per un suo corretto funzionamento, “di contare su fatti accertati prima di discutere della loro interpretazione e delle decisioni che possono conseguirne”; è dalla possibilità che le decisioni ufficiali siano fondate su verità realmente accertate che dovrebbe derivare il ruolo cruciale del “quarto potere”, che si esprime attraverso l’apparato mediatico, nel funzionamento del sistema istituzionale della democrazia.

Esso dovrebbe rappresentare la forza indipendente che dovrebbe garantire la veridicità dei fatti, grazie alla quale i cittadini dovrebbero essere messi nella condizione di giudicare, con cognizione di causa, le decisioni politiche che vengono prese. La crescita e il potere acquisiti dai media, nonché il livello di indipendenza raggiunto, associato alla concorrenza che ha motivati il sistema mediatico a presentare nel modo più compiuto la verità dei fatti, avrebbero dovuto costituire il viatico col quale i media avrebbero dovuto garantirsi la continuità della fiducia dei cittadini; invece – afferma Gauchet – è accaduto il contrario, nel senso che i cittadini si sono allontanati dai media, per cui “ci si deve chiedere quale perversione abbia potuto generare un tale allontanamento”.

Le post-verità, secondo il politologo francese, rappresentano, all’interno delle democrazia attuali, “una variante della cultura dell’opposizione”, che si è affermata dopo che i cittadini hanno perso la fiducia nel tipo di informazione sui fatti “somministrata loro dai media. Questo tipo di opposizione si è affermato dopo l’avvento della “principale novità tecnica costituita dai nuovi media, dai social network e dall’underground informativo”; in queste nuove tecniche di comunicazione, secondo Gauchet, le post-verità avrebbero trovato la loro “nicchia ecologica naturale, un sostegno a prova di bomba e una cassa di risonanza formidabile”. Le nuove tecniche di informazione, pur celebrando con il “politicamente corretto”, condiviso dagli establishment, “le meraviglie dell’intelligenza collettiva”, hanno consentito nel contempo di disgelare il “tradimento” dei media tradizionali. In tal modo, si è affermata una modalità di funzionamento anomalo della democrazia, che occorre conoscere, afferma Gauchet, se si vuole, in qualche modo, evitarne le conseguenze negative.

A tal fine, occorre rendersi conto che le post-verità contestative non hanno nulle a che vedere con la natura delle “verità” rivelate dalle ideologie e con la loro pretesa d’essere delle “verità” indiscutibili; esse non poggiano sulla fede fanatica che consentiva alle ideologia di assimilare Le “convinzioni politiche alla credenza religiosa”. Esse, le post-verità, si muovono su un terreno che, per quanto reso incerto dalla indefinitezza dei criteri sui quali sono fondate, sono però rese forti dalla percezione della “povertà costitutiva” del discorso pubblico condotto su “fatti e cifre” dominanti la scena politica; è proprio sulla base di questa percezione che le post-verità possono diventare credibili.

La povertà costitutiva del discorso pubblico è, a parere di Gauchet, all’origine di “qualcosa di cruciale”, che ha avuto un impatto profondo sul funzionamento delle società democratiche; si tratta di “qualcosa” che ha determinato una separazione tra il loro funzionamento manifesto e il loro sottostante ruolo latente. La separazione ha affievolito la percezione pubblica che il “dato primordiale” sul quale risiede “la stabilità ultima delle società” è il sentimento “di un’appartenenza e di un’identità collettiva attraverso il politico”.

Questo sentimento ha dominato la vita sociale nelle democrazie avanzate sino a poco tempo fa, “con la presenza di apparati di Stato” che garantivano quell’appartenenza e quell’identità. Questi due aspetti del vivere insieme – afferma Gauchet – “marciavano di concerto. L’autorità dello Stato e l’incorporazione nella nazione andavano di pari passo”, procedendo inseparabilmente, fino a ché non è intervenuta una mutazione.

La mutazione è stata originata dalla mondializzazione delle economie nazionali che, affievolendo il ruolo inclusivo e identitario dello Stato, ha prodotto il “ribaltamento della posizione del politico, passato dal ruolo di sovrastruttura […] a quello di infrastruttura”. Il ribaltamento ha determinato nelle società democratiche la “preminenza di un ordine venuto dall’alto”, che ha permesso e favorito l’apertura delle società le une con le altre; apertura, questa, che ha favorito l’intensificazione degli scambi, divenuto progressivamente prevalente. In questo modo, l’economia “ha preso il potere, con i suoi correlati, rinviando il resto in posizione secondaria”.

Con il prevalere dell’economia, il discorso politico sul piano organizzativo si è svuotato, nel senso che ha smarrito il suo ruolo latente, inclusivo e identitario, fino a volte ostacolarlo, invalidarlo o negarla. Il risultato è stato che il discorso politico, con l’appoggio del “quarto potere” mediatico, ha cessato di parlare “con una parte importante della popolazione”, apparendole menzognero e non più rispondente ai propri bisogni vitali.

Non per questo, la popolazione, disattesa nelle sue aspettative, ha rinunciato alla propria difesa, utilizzando l’unica risorsa rimastale disponibile: “contraddire il discorso pubblico ufficiale, in modo tale per cui le modalità di conduzione della contestazione popolare avessero l’”effetto solo di renderla credibile”. Nel perseguire tale effetto, le post-verità utilizzate nell’azione contestatrice non hanno lo scopo di dimostrare la falsità del discorso pubblico ufficiale, ma solo quello di dimostrare la sua natura menzognera.

Il persistere di questa situazione costituisce la vera sfida che devono affrontare le democrazie; una sfida che può essere vinta soltanto attraverso il ricupero del senso di appartenenza dei cittadini a un’organizzazione politica democratica della società, nelle quale sia possibile, da parte degli stessi cittadini, esercitare il controllo sulla rispondenza delle decisioni pubbliche alla reale natura dei fatti; per questo scopo, urge un’informazione obiettiva che origini dal dibattito sui fatti, della cui obiettività i media ovrebbero essere i garanti imparziali.

I cittadini, infatti, potranno esercitare il loro controllo appropriato sulle decisioni politiche soltanto trasformando in oggetto del dibattito pubblico gli effettivi stati del mondo; a tal fine, però, solo un’informazione mediatica non al servizio degli establishment consolidati può costituire una delle condizioni essenziali per il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche, affrancate dal pericolo di una loro incontrollabile deriva, causata dall’uso generalizzato delle post-verità.

Gianfranco Sabattini

 

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