mercoledì, 15 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Lula e Craxi
Pubblicato il 10-04-2018


L’articolo di Paolo Mieli sul Corriere di oggi riapre un vecchio capitolo che attiene alla cultura del garantismo a senso unico della sinistra italiana. Parlando della condanna dell’ex presidente brasiliano Lula per corruzione e riciclaggio e del successivo appello firmato da Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Susanna Camusso, Pierluigi Bersani, Lia Quartapelle, Vasco Errani e Guglielmo Epifani, Mieli sottolinea la perdurante tendenza della sinistra a difendere “i diritti degli amici” e mai quelli degli avversari. Non saremo certo noi a considerare inappuntabile la doppia sentenza dei magistrati brasiliani che hanno condannato l’ex presidente a dodici anni di carcere a seguito dell’inchiesta Lava Jato (una sorta di Mani pulite sudamericana). Il reato consisterebbe in una sorta di tangente pagata dalla compagnia petrolifera Petrobras attraverso un lussuoso superattico su tre piani con piscina e vista sul mare girato all’ex presidente tramite la moglie.

Esisterebbe un contratto firmato dalla moglie di Lula recentemente scomparsa, rivenuto nella loro casa e una testimonianza del portiere dello stabile che confermerebbe che i due, moglie e marito, hanno seguito da vicino i lavori di ristrutturazione del palazzo. I sostenitori di Lula parlano di estrema velocità con la quale si è arrivati alla seconda e definitiva sentenza (ricorda da vicino, questa velocità, la condanna in terzo grado di Craxi nel giro di un attimo) e il sopravanzare della fase elettorale, di fronte alla quale lo stesso Lula avrebbe potuto, con notevoli possibilità di vittoria, presentare la sua candidatura. Aggiungiamo che Lula, contrariamente a Craxi, si è consegnato, ma non prima di essersi rifugiato per giorni nella sede del suo sindacato, dando vita a una grande manifestazione di popolo a suo sostegno, e dopo avere ottenuto per sé un trattamento di favore in carcere che non si applica ad altri detenuti.

Immaginiamo quale sarebbe stata la reazione dei Travaglio di casa nostra, se queste comodità fossero state concesse ad altri. Da ricordare che Lula, il presidente operaio, ha guidato con successo il Brasile dal 2003 al 2011 e che la sua popolarità nei ceti più poveri è tutt’ora molto alta. Certo il suo essere strutturalmente di sinistra lo esime da quelle prevenzioni e ostracismi che la sinistra italiana ha manifestato per molti suoi avversari. Mi chiedo però se questo atteggiamento sia accettabile. Quando il documento italiano pro Lula arriva ad esprimere “grande preoccupazione e un vero e proprio allarme per il rischio che la competizione elettorale in un grande paese come il Brasile venga distorta e avvelenata da azioni giudiziarie”, torna alla mente il periodo di Mani pulite, la cosiddetta rivoluzione giudiziaria che ha colpito in modo strabico e unilaterale personalità politiche e interi partiti, ma viene alla mente anche il modo con cui il Senato, applicando retroattivamente la legge Severino, ha sancito la decadenza del capo dell’opposizione.

Si dirà che Lula non ha oggi la popolarità che nel 1993 aveva Bettino Craxi, né che possa essere equiparato per livello di vita e anche per reati contestati a Silvio Berlusconi. Resta il fatto che la giustizia non dovrebbe conoscere differenze né di consenso né di ceto sociale. I reati o ci sono o non ci sono e le sentenze o si rispettano sempre o si possono sempre contestare. Mettiamoci d’accordo. Magari Lula è innocente e noi lo speriamo. Ma che per una volta la sinistra italiana si mobiliti per difendere i diritti degli avversari, no. Questo continua a non succedere mai. Vantarsi di una sorta di superiorità morale è stato il leit motiv del berlinguerismo, ritenere inattaccabile chi continua a raccogliere il consenso delle masse forse è anche peggio. Vengono alla mente i favori concessi a leader e capi di stato comunisti o di organizzazioni di liberazione nazionale sui quali la sinistra ha generalmente glissato. Il reato è solo di destra, come il terrorismo? La realtà non era così.

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