mercoledì, 25 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

‘Resto al Sud’: in arrivo incentivi per rimanere nel Mezzogiorno
Pubblicato il 03-04-2018


Indennità economica di malattia

NUOVE DISPOSIZIONI INPS SUI RICOVERI IN PRONTO SOCCORSO

Nell’ambito delle evoluzioni del Sistema sanitario nazionale, è sempre più diffusa la casistica di permanenza di pazienti presso le unità operative di pronto soccorso di durata anche prolungata.

In molte strutture ospedaliere per affrontare queste situazioni sono state istituite le c.d. Strutture semplici OBI (Osservazione Breve Intensiva) e DB (Degenza Breve – struttura nata in base a specifiche delibere regionali), spesso annesse alle unità operative di pronto soccorso; ovviamente, ulteriori denominazioni potrebbero essere utilizzate dalle varie autonomie locali per individuare strutture con medesimo ruolo funzionale delle OBI e DB. Vi sono strutture ospedaliere che – non avendo deliberato la costituzione delle nominate strutture OBI e DB (o altre con medesima finalità funzionale) come entità esplicitamente autonome – espletano tale funzione direttamente in regime di pronto soccorso.

La permanenza di pazienti in tali strutture può variare sensibilmente e durare anche alcuni giorni, qualora le condizioni del malato richiedano un chiarimento o nel caso in cui l’appropriato reparto di ricovero non sia immediatamente accessibile.

In tali casi la permanenza di un paziente presso il pronto soccorso presenta le medesime caratteristiche del ricovero ospedaliero e tale deve quindi essere considerata ai fini della tutela previdenziale, ove prevista, e della correlata certificazione medica da produrre.

Quindi, nei casi in cui i trattamenti o l’osservazione presso le unità operative di pronto soccorso richiedano ospitalità notturna, deve applicarsi, nell’ambito della tutela previdenziale della malattia, la medesima disciplina prevista per gli eventi di ricovero ospedaliero.

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile ha tardato ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che sono caduti nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps è slittato a martedì 3 aprile. E questo ha riguardato sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Colf

BADANTE IN NERO COSA SI RISCHIA dell’irregolarità della colf con lo Stato

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente compete al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi attende è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In questo caso si formano due tipi di inadempienze, la prima dovuta alla mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda all’omessa iscrizione all’Inps. Queste più nel dettaglio le sanzioni conseguentemente prefigurate nella fattispecie:

la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps, va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna corrispondere al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

la seconda penalità scatta per il lavoro nero in sé ossia per l’inosservanza dell’obbligo della denuncia all’Inps; per tale comportamento, che è complementare al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione pecuniaria che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è inoltre responsabile per l’evasione dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi omessi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, a prescindere dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la penalità minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative sopra indicate per la mancata comunicazione dell’assunzione e l’omessa iscrizione all’Inps.

Se il versamento degli oneri contributivi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

Se, invece, la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno, in tale ipotesi il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

Ma i problemi non si esauriscono qui. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se si è remunerato la badante in nero è verosimile che non si è conservato alcuna dimostrazione tracciabile del pagamento del compenso stabilito. Generalmente i soldi, in queste situazioni, si danno per contanti di volta in volta. Ebbene, se non si è fatto firmare nulla la lavoratrice potrà citare il datore di lavoro fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche si riuscisse a dimostrare il contrario, ossia che è stata compensata, è lecito supporre che l’importo corrisposto sia stato inferiore in confronto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che si dovrebbe integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò si è comunque tenuti a versare i contributi previdenziali.

L’incentivo per i giovani imprenditori

RESTO AL SUD

Fuga dal Sud. Alla ricerca di un lavoro e di un futuro, sono migliaia i giovani che abbandonano il Mezzogiorno e, con il loro bagaglio di anni di studi, affrontano veri e propri viaggi della speranza, di notte, in autobus, per arrivare al mattino nelle località del Centro e Nord Italia e tentare la carta del concorso pubblico.

“Ho mandato curriculum in giro – ha affermato a Labitalia Carla, nome di fantasia – e nessuno mi ha risposto. Ho avuto qualche chiamata, però o in nero, oppure avrei dovuto aprire partita Iva e lavorare sotto cooperativa. Questo tipo di offerte sinceramente non era proprio il caso di accettarle”. E c’è chi, come Manuela, da anni fa su e giù per lo Stivale. “Ne ho fatti tanti di concorsi – ha raccontato – e questi viaggi sono molto stancanti e sacrificati sia per noi che per le nostre famiglie”. “Non c’è niente qui, provo a fare tutti i concorsi – ha detto Antonella- e prima o poi si spera di passarne qualcuno. Eventualmente, se si vincerà un concorso, mancherà la famiglia, ma per il lavoro si fa questo e altro”.

Ma per chi ha ancora la forza di restare nella propria terra, e di valorizzarla, adesso c’è ‘Resto al Sud’: l’incentivo gestito da Invitalia con una dotazione di 1.250 milioni di euro, che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).

Le agevolazioni sono rivolte agli under 36. Ciascun imprenditore può ottenere 50mila euro, fino a un massimo di 200mila nel caso di più imprenditori. Le agevolazioni coprono il 100% delle spese e prevedono: un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e un finanziamento bancario pari al 65%, garantito dal Fondo di Garanzia per le pmi.

Gli interessi del finanziamento sono interamente coperti da un contributo in conto interessi. Chi vuole presentare la domanda può rivolgersi ai numerosi enti convenzionati con Invitalia (comuni, università, associazioni) per ricevere supporto gratuito per la predisposizione del progetto d’impresa.

Antonio, tra coloro che hanno presentato la domanda su www.invitalia.it, ha sottolineato: “Sono estremamente soddisfatto. Ho saputo di questo incentivo tramite il web. Aspettavo da alcuni anni che uscisse un’agevolazione che mi permettesse di restare al Sud e investire nella mia terra. Il nostro progetto si basa sulla produzione di cosmetici che vengono creati ‘su misura’, sulle esigenze delle persone che hanno caratteristiche diverse, dalla pelle al ph. Vogliamo aprire un laboratorio in Campania, appunto grazie ai fondi di ‘Resto al Sud'”.

Il nuovo incentivo ha rappresentato un’opportunità anche per Giuseppe, che vuole avviare ad Avellino un’attività di prototipazione, stampa 3D e produzione artigianale di arredi e complementi d’arredo con l’utilizzo di materiali quali il legno, il ferro battuto e la plastica. “Dopo la laurea in architettura – ha spiegato il ragazzo – ho cercato lavoro e contemporaneamente ho seguito la mia passione per la falegnameria e da lì è nata l’idea di restare nella mia terra sfruttando gli incentivi pubblici. Altrimenti sarei stato costretto a salire al Nord o addirittura all’estero come tanti altri miei colleghi”.

“Mi ha colpito molto – ha sottolineato – la rapidità della risposta di Invitalia, visto che l’esito positivo è arrivato a meno di un mese dalla presentazione della domanda. La velocità è quindi uno dei punti di forza di questo strumento”.

Dunque, il viaggio della speranza verso altre regioni o all’estero si può trasformare, grazie agli incentivi di ‘Resto al Sud’, in un percorso imprenditoriale da compiere nella propria terra d’origine.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto

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