venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Allegra Salvini:
Miraggio Europa
Pubblicato il 24-04-2018


Questo 28 marzo sulle coste dell’isola greca di Lesbo sono approdate 8 barche che trasportavano 325 migranti: il numero più alto di arrivi in un giorno dai momenti d’emergenza del 2016 in cui arrivavano quotidianamente migliaia di persone.

Mi chiamo Allegra, ho 22 anni, e mentre tutto questo accade anche io mi trovo sull’isola di Lesbo. Mi sono laureata lo scorso dicembre in Scienze politiche con un curriculum in relazioni internazionali all’Università di Firenze.

Nel marzo del 2017, mentre ero alla ricerca del preciso argomento su cui scrivere la tesi, si compiva, per l’appunto, il primo anniversario del cosiddetto ‘accordo’ tra l’Unione Europea (UE) e la Turchia sui migranti, concluso il 18 marzo 2016.
Occasione migliore non poteva capitare per ispirare il tema della mia tesi triennale: “L’”accordo” UE-Turchia sui migranti ed il diritto internazionale: compatibilità o conflitto?”

Il contenuto di questo accordo, infatti, non soltanto ha segnato un nuovo punto (spero di ritorno) nella gestione europea della materia migratoria, destando numerose polemiche a livello politico, ma è anche stato oggetto di diverse critiche dal punto di vista giuridico.

Ma che cosa prevede nella pratica la Dichiarazione conosciuta come ‘accordo UE-Turchia’?

I diversi capi di Stato e di governo dei 28 paesi dell’Unione Europea si sono ritrovati con il Primo Ministro turco Davutoğlu per cercare una soluzione alla cosiddetta ‘emergenza migranti’ che a partire dal 2015 ha iniziato a turbare gli animi dei cittadini europei. Infatti, in quel periodo, milioni di persone, provenienti prevalentemente dal Medio Oriente, hanno iniziato a percorrere la cosiddetta rotta balcanica che, attraversando la Turchia, consentiva di raggiungere (seppur illegalmente) gli Stati dell’Est Europa, fino ad arrivare alle mete finali della maggior parte dei migranti: i paesi del Centro e Nord Europa.

Con la chiusura delle frontiere da parte di numerosi Stati Est europei, tutti coloro che tentavano questo passaggio si sono ritrovati bloccati in Grecia. A questo punto la “soluzione” trovata dall’UE è stata quella di armare la Turchia con 3 miliardi di euro (promettendogliene altri 3) con i quali questa si è impegnata a bloccare i flussi migratori. Per fare ciò, è stato predisposto che le isole greche più vicine alla Turchia fossero utilizzate come luogo ‘hotspot’, ossia momentaneo, in cui i richiedenti asilo intenzionati a raggiungere l’Europa potessero risiedere per un tempo indefinito nell’attesa che la loro domanda venisse accettata o rifiutata. In questo ultimo caso, l’accordo con la Turchia prevede che i migranti possano essere rimpatriati nello Stato turco sulla base del presupposto che questo sia un paese terzo sicuro. La misura è stata annunciata come temporanea e provvisoria. Di fatto, adesso siamo a due anni dall’”accordo” e niente è cambiato.

Durante la stesura della mia tesi ho iniziato a cercare qualunque tipo di opportunità che mi consentisse di andare sulle isole greche in cui questo accordo è stato messo in pratica a partire dal marzo 2016. Una grande ONG mi ha dato la possibilità di far parte del loro team sull’isola di Lesbo come volontaria per qualche mese.

Due mesi dopo, con una laurea fresca in tasca e tanta voglia di vedere tradotto in pratica tutto quello che per lunghi mesi avevo studiato soltanto in teoria, sono partita alla volta di Lesbo.

Quello che ho trovato sull’isola mi ha sconvolta per le ripercussioni dell’attuazione dell’accordo sulla vita dei richiedenti asilo. Appena avuta occasione di parlare con i richiedenti asilo, entrare nelle loro tende, ascoltare le loro storie, ho scoperto un’Europa che mi ha davvero delusa.

I richiedenti asilo che giungono sull’isola di Lesbo arrivano tutti per canali illegali in mano a trafficanti di esseri umani, partono tutti dalle coste turche su gommoni o imbarcazioni di fortuna con la speranza di rimanere vivi per quei 10 chilometri che separano la città di Izmir dalle coste di Lesbo. Queste persone, prima di giungere in Turchia, hanno storie di lunghi viaggi, sofferenze, torture, sfruttamenti sia nei loro paesi di origine che nei paesi da cui sono transitati per raggiungere il miraggio dell’Europa.
Ebbene, l’Europa delle loro speranze resta ancora un miraggio, anche quando sanno di esserci, quando sono in Grecia, paese membro dell’UE dal 1981.

Il miraggio Europa rimane nei pensieri di tutti coloro che dopo settimane o mesi di viaggio, scappando da situazioni in cui rischiano la vita, arrivano qui dove cercano rifugio, quel rifugio che il diritto internazionale sancisce in maniera indelebile in molteplici strumenti. Succede però che arrivano in Europa e trovano ulteriore instabilità e violazioni continue dei loro diritti fondamentali.

Il miraggio Europa persiste quando chi arriva pensa che gli standard europei di un campo profughi consentano accesso ad acqua calda, elettricità e cibo caldo. Invece no, nel campo di Moria (il più grande campo sull’isola) i minimi standard di dignità non sono assicurati.

Dopo l’accordo tra l’UE e la Turchia, infatti, è stato stabilito che tutti i migranti giunti sulle isole greche dopo tale data non potessero più raggiungere immediatamente la terraferma da cui partire per altri paesi europei (in caso di risposta positiva alla domanda di asilo). Dal 18 marzo 2016 accade che tutti coloro che approdano sulle isole greche (tranne i casi più vulnerabili) restano su queste isole per un tempo indefinito, con una restrizione geografica sui loro nuovi documenti che non consente loro di muoversi dal perimetro isolano.

Tra le isole protagoniste dell’accoglienza di veri e propri esodi, Lesbo è quella che, per grandezza e vicinanza al confine turco, ospita il maggior numero di richiedenti asilo. Qui i migranti arrivano con la speranza di ricevere una qualche forma di protezione internazionale che consenta loro di iniziare una nuova vita in maniera regolare in Europa.

Molti non sanno però che l’Unione Europea a settembre del 2017 ha visto concludersi il piano biennale detto di ‘ricollocazione e reinsediamento’ secondo cui i richiedenti asilo che avessero ricevuto protezione internazionale in Italia o in Grecia sarebbero poi stati redistribuiti, secondo quote proporzionali, in un altro Stato europeo.

Scaduto il termine di questo piano però, tutti coloro che ricevono protezione internazionale a Lesbo o nelle altre isole sono obbligati a restare in Grecia, unico paese che legalmente può accoglierli.

È evidente che un paese ancora in crisi come la Grecia, dove il tasso di disoccupazione resta ancora tra i più alti a livello europeo, non è in grado di integrare tutti coloro a cui viene riconosciuto lo status di rifugiato. Per questo motivo, quello che i miei occhi stanno vedendo e che i miei studi mi aiutano ad interpretare è una velata strategia di deterrenza adottata dall’Unione Europea che mira a disincentivare l’arrivo di ulteriori persone, rendendo le isole greche luoghi talmente angusti e deprimenti da spingere chiunque passi di qui a sconsigliare il passaggio da questa rotta ad amici e parenti.

Esempio eclatante di questa strategia è il campo di Moria, proprio a Lesbo. Qui al momento risiedono più di 6000 richiedenti asilo a fronte di una capienza consentita di neanche tremila.

Seppur la maggior parte di questi risieda in container all’interno del campo, ci sono ancora più di cinquecento persone che vivono in tende che ospitano fino a dodici persone ognuna tra uomini, donne e bambini. D’inverno le tende (spesso estive) lasciano passare il freddo e la pioggia.

Il sovraffollamento delle tende, così come dei container, in cui i richiedenti asilo risiedono non lascia alcun tipo di riservatezza.

L’acqua per lavarsi è fredda e devono loro stessi provvedere a riscaldarla su fuochi arrangiati alimentati da bottiglie di plastica ed indumenti.
Il cibo che viene servito ogni giorno è crudo e deve essere ricotto da loro sugli stessi fuochi fatiscenti quanto pericolosi.
Quasi ogni notte scoppiano risse per i motivi più futili, dati dalla frustrazione e dall’alta tensione: una razione di cibo in più, accuse di furti, turni per le docce…
Casi di stupri e violenze avvengono ogni settimana.

Informazioni riguardo ai servizi disponibili nel campo, riguardo alle procedure legali sono quasi del tutto assenti. La maggioranza di coloro che arrivano non sa neanche di avere diritto ad un avvocato che possa aiutarli con la domanda di asilo.

La noia regna sovrana tra giovani, anziani, genitori o singoli: l’attesa è perpetua e snervante. Come richiedenti asilo non è facile lavorare, ma è consentito fare volontariato con alcune delle ONG presenti sul campo. Pochi sono quelli che decidono di prendersi questo impegno ed il motivo spesso è lo stesso per tutti: le persone vogliono vedere questa situazione come provvisoria ed iniziare un lavoro (sebbene di volontariato) così come prendersi un qualche tipo di impegno sull’isola per molti di loro significherebbe smettere di lottare, equivarrebbe ad accettare l’idea di stanziarsi qui. Ragazzi che incontro per il campo, nonostante i sette, otto mesi di attesa, ancora non si rassegnano all’idea che forse ce ne vorranno altri tre, quattro, magari dieci, e continuano a trascorrere le loro giornate nella noia, nella lacerante attesa e nella depressione. La situazione è ogni giorno peggiore, gli abitanti del campo sono ai limiti della loro sopportazione ed azioni di autolesionismo o tentativi di suicidio stanno aumentando.

Non più di tre settimane fa un ragazzo siriano di 18 anni si è dato fuoco davanti all’ufficio di EASO (European Asylum Support Office) dopo aver ricevuto per la seconda volta un No alla sua domanda di asilo in Grecia, decretando per lui il rimpatrio in Turchia.

Quando la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea è stata proclamata avevo 5 anni. Sono quindi cresciuta sentendomi protetta e sicura nel guscio dei valori di libertà, uguaglianza e solidarietà, in cui credo dal profondo del mio cuore. Ecco, oggi questi stessi diritti non li stanno levando a me, ma li stanno levando ai miei fratelli siriani, afghani, iracheni, congolesi e molti altri.

Il diritto alla dignità umana sancito nell’art.1, il diritto a non subire trattamenti inumani e degradanti (art.4), il diritto alla libertà e alla sicurezza (art. 6), il diritto all’istruzione (art. 14) … questi sono solo alcuni deidiritti che Noi europei abbiamo posto su carta e sui quali l’Unione stessa si fonda, al cui rispetto oggi stiamo venendo meno.

Adesso, questa Unione Europea che marginalizza il problema migratorio, lasciandolo alla gestione di paesi terzi come le isole greche, come la Turchia o come la Libia, ha scelto di marginalizzare anche la tutela dei diritti di chi oggi arriva sul nostro territorio come richiedente ASILO.

In greco antico asulon era l’immunità che si concedeva a chi si rifugiava in un luogo sacro dove non vi era alcun diritto di cattura: oggi, migliaia di persone alla ricerca di asilo sono bloccate sulle isole greche senza diritti, senza informazioni e senza ormai neanche più la speranza.

È questa l’Europa che i padri fondatori avrebbero voluto o è soltanto un miraggio?

Allegra Salvini

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