venerdì, 20 aprile 2018
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Opinioni e commenti
 

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’
Pubblicato il 11-04-2018


vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

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