venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri
Pubblicato il 30-04-2018


trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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  1. Donald Trump – si legge sulla Gazzetta di Reggio – è già ai ferri corti con il suo avvocato nonché ex sindaco di New York Rudy Giuliani, impegnato nella difesa del presidente nel sexgate di cui è protagonista Stormy Daniel, la pornostar che sostiene di aver avuto una relazione con il Tycoon. Giuliani “è una grande persona ma ha cominciato un giorno fa, sta imparando”, ha dichiarato Trump davanti ai cronisti, aggiungendo che “virtualmente tutto” quello che è stato riportato sui pagamenti è sbagliato. Giuliani infatti aveva rivelato giovedì che il presidente ha rimborsato al suo legale Michael Cohen i 130 mila dollari pagati per comprare il silenzio della donna. Trump ha parlato poco prima di andare a Dallas, Texas, alla convention della National Rifle Association, la potentissima lobby delle armi. Il presidente ha ribadito che per avere scuole più sicure ed evitare stragi occorrono “insegnanti perfettamente addestrati che dovrebbero portare armi nascoste”. E ha aggiunto provocatoriamente: “Se mettessimo fuori legge le armi come alcuni vorrebbero dovremmo mettere fuori legge camion e furgoni, che sono le nuove armi dei terroristi”.

  2. Nelle prossime ore il presidente Usa Donald Trump svelerà quale è la sua decisione sull’accordo nucleare iraniano. Attraverso i social network Trump ha infatti anticipato che alle 14.00 (18.00 ore italiane) annuncerà se Washington si ritirerà o meno da un’intesa definita dallo stesso presidente “terribile”. “La tragedia è che quell’accordo sta funzionando, ha reso il mondo più sicuro e uscirne non ridurrà le divergenze”, la tesi dell’ex Segretario Usa John Kerry, tra i protagonisti del patto a sei (Russia, Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, oltre agli Stati Uniti) con l’Iran, intervistato dal Corriere della Sera (Kerry sarà oggi a Seeds and Chips, l’evento internazionale sull’innovazione alimentare in corso a Milano). L’eventuale rottura del patto con Teheran, la tesi di Kerry, “rischia di portarci al punto in cui eravamo con l’Iraq di Saddam” e “non sapremo cosa stanno facendo” (ne scrive anche Fabio Nicolucci sul Mattino). “John Kerry è stato uno di quelli che ha creato questo caos”, aveva scritto Trump su Twitter, ribadendo la sua contrarietà all’accordo. Ma, scrive il Corriere, “Perfino gli israeliani – che premono su Trump per l’annullamento – ammettono di non sapere quale sarà la scelta finale. Per loro altre questioni iraniane sono più pressanti: l’intelligence militare è sicura che i Pasdaran stiano organizzando la rappresaglia in risposta ai bombardamenti di Tsahal contro le basi in Siria. L’attacco potrebbe già avvenire nei prossimi giorni: missili sparati contro il Nord del Paese da una delle milizie sciite addestrate da Teheran”. Una minaccia di cui scrive anche il Giornale.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

  3. Gli Stati Uniti escono dall’accordo sul nucleare iraniano.
    “L’accordo serve solo alla sopravvivenza del regime, a cui permette ancora di arricchire uranio” ha affermato ieri il presidente Donald Trump. Gli Stati Uniti, ha poi aggiunto, “non saranno ostaggio del ricatto nucleare dell’Iran”. Trump ha inoltre definito l’accordo del 2015 “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”.
    La notizia è in evidenza su molti giornali. Sottolinea il Corriere della Sera: “Lo schema è trasparente: gli Stati Uniti vogliono mandare un segnale di forza al Paese degli ayatollah; ma sono disponibili a riprendere il negoziato su basi più ampie”.
    Scrive La Stampa: “Una scelta netta che lascia aperte solo due strade: l’improbabile resa della Repubblica Islamica, attraverso un nuovo accordo che recepisca tutte le richieste di Washington; oppure l’avvio di un processo finalizzato al cambio di regime”. Repubblica si focalizza anche sui paesi della regione che hanno appoggiato gli Usa. “Se questo gesto americano dovesse rafforzare l’ala più intransigente nel regime degli ayatollah, se l’Iran ricomincerà immediatamente a lavorare sulla costruzione della sua atomica, la vittoria israeliana e saudita – si legge – potrebbe rivelarsi effimera”.
    Il Corriere riferisce inoltre di un caso aperto da Guardian e New Yorker, secondo cui una rete di 007 israeliani sarebbe stata incaricata di spiare figure vicine all’ex presidente Obama. “Le inchieste dei due giornali – riporta il Corriere – divergono sui mandanti: il Guardian sostiene che i detective siano stati contattati da consiglieri di Donald Trump a maggio dell’anno scorso dopo la visita del presidente in Israele; secondo il New Yorker sono stati assunti da un cliente privato che aveva interessi economici nel mantenimento delle sanzioni contro l’Iran”.
    (Fonte Pagine Ebraiche)

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