martedì, 25 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Trump e il censimento come arma politica
Pubblicato il 04-04-2018


BOSTON - MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

BOSTON – MAY 22: Secretary of State William Galvin gestures outside of the Massachusetts Archives Building in Boston, May 22, 2013. (Photo by Jessica Rinaldi for The Boston Globe via Getty Images)

“Si tratta di un ovvio tentativo dell’amministrazione Trump di spaventare i gruppi minoritari da essere contanti”. Con queste parole il Segretario di Stato del Massachusetts William Galvin spiegava la decisione della Casa Bianca di includere una domanda sulla cittadinanza nel questionario del censimento che si svolgerà nel 2020.

La domanda di cittadinanza nel censimento americano fu usata molti anni fa, ma da 70 anni era caduta in disuso per svolgere un conteggio accurato senza intimorire nessuno. La seconda sezione dell’articolo uno della costituzione americana richiede una completa enumerazione della gente onde stabilire con precisione il numero di seggi al Congresso che spettano ai differenti Stati. Gli Stati che subiscono cambiamenti demografici in ascesa possono ottenere più seggi secondo il censimento decennale mentre altri Stati possono perderne. I seggi non sono basati sul numero di individui in possesso di cittadinanza ma sul numero totale di residenti che includono anche immigrati autorizzati e irregolari senza riguardo di diritto al voto. L’idea è che tutti i residenti, eleggibili al voto o no per ragioni di età o cittadinanza, fanno parte del Paese e hanno diritto a essere rappresentati al Congresso. Un diritto legale confermato anche dalla Corte Suprema in una decisione del 2016 secondo cui i funzionari eletti devono “servire tutti i residenti, non solo quelli eleggibili al voto o registrati per votare”.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha causato serie preoccupazioni perché si crede che creerà costernazione nelle comunità con molti immigrati. Si prevede un conteggio incompleto che apporterà seri danni agli Stati con forti popolazioni di immigrati. Si sapeva già che anche con il sistema precedente l’enumerazione non era mai completa specialmente nelle comunità abitate da poveri e immigrati. Secondo uno studio, infatti, nel censimento del 2010 il 2,1 percento degli afro-americani e l’uno percento degli ispanici non sono stati contati. Con il clima antagonistico verso gli immigrati dell’amministrazione Trump, sia regolari ma anche no, la cooperazione con le autorità per fornire informazioni causa più tensione. I questionari del censimento sono inviati con la posta ma in caso di mancata risposta vengono seguiti da visite alle residenze private. Nelle famiglie miste con alcuni cittadini ed altri senza cittadinanza o senza permesso di residenza legale emergerebbero preoccupazioni temendo che le informazioni fornite potrebbero condurre alla deportazione. La domanda sulla cittadinanza ridurrà il numero di risposte e quindi si andrà a finire con un’enumerazione incompleta.

Non sorprende dunque che una dozzina di Stati abbiano già denunciato il governo federale. La California in primis ma anche altri Stati liberal con notevoli gruppi di residenti immigrati come New York,

Massachusetts, New Jersey, Connecticut, Illinois e Washington si sono uniti in una denuncia multi-statale. La denuncia si basa sul principio costituzionale che richiede un’enumerazione completa di tutti i residenti ma ovviamente anche su altri motivi. La California, per esempio, potrebbe perdere un seggio al Congresso in caso di riduzione di partecipazione al censimento. Inoltre il numero di residenti rivelati dal censimento contribuisce alla revisione dei distretti congressuali. Si tratta anche di una questione di fondi poiché il governo federale contribuisce denaro agli Stati secondo il numero dei residenti. I risultati del censimento determinano anche contributi alle scuole, cliniche, e un numero importante di studi che alla fine determineranno la politica e leggi federali.

L’inclusione della domanda di cittadinanza ha diviso i due maggiori partiti. I democratici si sono schierati contro temendo ripercussioni negative per il loro partito ma anche per questione di giustizia. Altri gruppi di tendenze liberal ma alcuni non-partisan come la NAACP, l’AARP, la League of Women Voters, l’Education Fund e la Mexican American Defense Fund hanno dichiarato la loro opposizione. Il fatto che 6 degli ex direttori del Census Bureau, l’agenzia del censimento, alcuni democratici ma anche repubblicani si sono opposti, ci conferma che l’inclusione della domanda sulla cittadinanza causerebbe problemi.

La leadership del Partito Repubblicano ha invece applaudito la decisione dell’amministrazione Trump anche se un’enumerazione incompleta avrebbe anche effetti negativi su alcuni red states, Stati con maggioranze repubblicane. Il senatore Ted Cruz, repubblicano del Texas, per esempio, favorisce l’inclusione della domanda nonostante il fatto che il suo Stato potrebbe perdere tre seggi al Congresso con un censimento incompleto. Perderebbero fondi e rappresentanza adeguata anche zone con maggioranze repubblicane in parecchie metropoli come Houston, Dallas e Austin (Texas) ma anche Atlanta (Georgia), Miami, Orlando (Florida) e Phoenix (Arizona) con forti presenze di immigrati.

Tutto sommato, i repubblicani ci guadagnerebbero dal punto di vista politico poiché il cambiamento tenderebbe a rafforzare il valore e il potere dei bianchi che hanno in grande misura supportato Trump e il suo partito. Kris Kobach, il Segretario dello Stato del Kansas, repubblicano, ha lodato la decisione del cambiamento del censimento descrivendola come una vittoria storica per il presidente Trump. Al momento il sistema giudiziario dovrà decidere sulla legalità del cambiamento. In caso di approvazione le ripercussioni durerebbero per altri dieci anni e forse anche di più mandando un messaggio che i poveri e gli immigrati non devono assolutamente essere contati perché dopo tutto non contano niente.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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