lunedì, 15 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Wajib”: delicato film palestinese. Il senso della vita e la dura realtà
Pubblicato il 30-04-2018


locandinaÈ finalmente uscito anche nelle sale italiane “Wajib- Invito al matrimonio”: film del 2017 opera di Anne Marie Jacir, regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica palestinese, nativa di Betlemme; coprodotto da più Paesi (tra cui Francia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti).

Interpretato dal celebre Mohammed Bakri, star del cinema mediorientale che ha lavorato anche coi fratelli Taviani e con Saverio Costanzo, e dal figlio Saleh, “Wajib” è, in sostanza, un “On the road”, che, però, rispetta rigorosamente la celebre unità aristotelica di tempo, luogo e azione. Perché i due protagonisti, padre (il vecchio insegnante Abu Shadi) e figlio (Shadi, che vive a Roma), pur muovendosi tutto il giorno in macchina, non escono da Nazareth: devono adempiere, infatti, il dovere del “Wajib”, cioè di consegnare personalmente, a tutti gli invitati, gli inviti al matrimonio della figlia – e sorella – Amal (Maria Zreik).

Sbrigare quest’incombenza – tipica d’una società, come quella palestinese, nonostante tutto ancora abbastanza contadina e patriarcale – permetterà loro di passare un’ intera giornata insieme, con una vera propria “abbuffata” di parenti e amici (in un clima che ricorda anche certe atmosfere del nostro Sud), e incontrando anche varie disavventure. Al termine della giornata (che ricorda, “mutatis mutandis”, quella di Leopold Bloom nell’Ulisse” joyciano), compiendo il “nostos”, il viaggio di ritorno, avran modo di ritrovare sè stessi, riscoprendo – dopo anni – il proprio rapporto.

Durante le peregrinazioni, infatti, è venuto inevitabilmente a galla il confronto, e quasi lo scontro, tra le due diverse mentalità. Quella di Abu Shadi, un moderato che per tanti anni ha accettato di piegarsi a tanti compromessi con gli occupanti israeliani per poter assicurare una vita dignitosa alla sua famiglia (è separato dalla moglie, che negli USA s’è rifatta una vita coniugale), e quella del giovane Shadi. Architetto che, a suo tempo, ha preferito lasciare la Palestina (dietro consiglio sempre del padre) e, a Roma, vive con una ragazza palestinese figlia d’un dirigente dell’OLP, e non vuole accettare gli equilibrismi del padre. Sullo sfondo, la dura realtà quotidiana della Cisgiordania occupata da Israele nella Guerra dei Sei giorni: coi mille escamotages cui devono ricorrere, per vivere, gli arabi palestinesi, stretti tra l’occupante e una leadership nazionale non sempre all’ altezza del proprio ruolo. Alla fine, però, padre e figlio sapranno comprendere ognuno le ragioni dell’altro.

Un film delicato, diremmo un “Monsoon wedding” più serio e drammatico: già insignito di vari premi in festival come quelli di Londra, Locarno e Mar della Plata), e candidato, per la Palestina, all’Oscar per il miglior film straniero. Senz’altro da vedere.

Fabrizio Federici

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