martedì, 18 dicembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Dal rogo a film per tutti: la vendetta di “Ultimo tango a Parigi”
Pubblicato il 18-05-2018


Bernardo Bertolucci, Marlon Brando e Maria Schneider

Tre giorni che passeranno alla storia del cinema, almeno di quello italiano ma che indicano come sia cambiata la morale negli ultimi cinquant’anni: “Ultimo tango a Parigi”, capolavoro di Bernardo Bertolucci del 1972, dopo la presentazione della copia restaurata in 4K in prima mondiale il 28 aprile scorso al Bari International Film Festival, sarà programmato nei circuiti di prima visione la settimana prossima, il 21, il 22 e il 23 maggio.

Uno dei film più “maledetti” per antonomasia, sicuramente il più lubrificato, il più scivoloso della storia, un cult che il mondo ci invidia, e il più visto di tutti i tempi nelle sale italiane con oltre 15 milioni e mezzo di spettatori paganti, è stato restaurato in 4K (il top della tecnologia attuale) dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca nazionale, con al timone Vittorio Storaro, il direttore della fotografia tre volte premio Oscar per “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”, e da Federico Savina, uno dei grandi maghi del sonoro. Una scelta non casuale perché entrambi hanno lavorato al film originale.

Grazie alla supervisione di questi due famosi nomi del cinema internazionale, immagini e colori vengono riproposti con un restauro che non ha snaturato la pellicola originale, così come il sax di Gato Barbieri accompagna e sottolinea lo svolgimento della trama, rispettoso anche in questo caso della colonna sonora originale. Si può parlare di una seconda vita grazie a un restauro conservativo invece che invasivo o snaturante.

E saranno festeggiamenti col botto. “Ultimo tango”, infatti, sarà proiettato in due versioni: la prima con il doppiaggio italiano e la seconda con il doppiaggio originale sottotitolato, una vera chicca per gli appassionati perché questa versione non è mai apparsa nelle sale nostrane.

Dai processi, al rogo e alle persecuzioni stile inquisizione degli anni Settanta, si è passati alla commissione della censura che per questo ritorno ha concesso la visione per tutti senza limiti di età. E si parla della versione integrale della pellicola, comprensiva della scena del burro e di quei famosi 8 secondi (che non raccontiamo, così come non daremo nessun particolare sulla trama) che la censura dell’epoca fece tagliare per concedere il permesso di proiezione nelle sale, anche se con il “vietato ai minori di 18 anni”.

Ma al film di Bernardo Bertolucci, interpretato da Marlon Brando (3 aprile 1924, 1 luglio 2004) e Maria Schneider (27 marzo 1952, 3 febbraio 2011), uscito la prima volta nel 1972, il divieto ai minori di 18 anni non è servito a metterlo al riparo dagli strali dei benpensanti, dai guai giudiziari e da una condanna al rogo in stile Fahrenheit 451 o nazifascista, se preferite.

Eppure la risposta della critica, anche a livello internazionale, ai tempi fu positiva: candidatura a due premi Oscar, nomination a Bertolucci come miglior regista e a Marlon Brando come miglior attore protagonista. Nastro d’argento a Bertolucci come regista del miglior film; David di Donatello speciale a Maria Schneider. E due premi vinti negli States da Brando, allora reduce dai fasti de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola che lo avevano rilanciato in pompa magna in tutto il mondo.

I guai giudiziari per “Ultimo tango” iniziano il 30 dicembre 1972 con il sequestro per “esasperato pansessualismo fine a se stesso” (giudici che fanno i critici e che stabiliscono che cosa è l’arte e come deve essere rappresentata al pubblico? Chi scrive non capisce l’accusa rispetto alla trama del film ma si accettano autorevoli spiegazioni. Non è mai superfluo chiedersi dove sono finite le garanzie costituzionali sulla libertà di espressione, se sono rimaste solo sulla carta e che uso ne hanno fatto alcuni politici e magistrati, della carta intendo) e dopo un tira e molla giudiziario il 29 gennaio 1976 arriva la definitiva condanna al rogo del film, l’ordine di distruzione di tutte le pellicole.

Nella sentenza Bernardo Bertolucci, Marlon Brando , lo sceneggiatore Franco Arcalli e il produttore Alberto Grimaldi vengono condannati a due mesi di prigione con la condizionale. In più Bertolucci perde i diritti civili per cinque anni.

Dalla furia censoria si salvano alcune copie conservate come “corpo del reato” (doppio senso voluto ma che capisce solo chi ha visto il film) negli archivi della Cineteca Nazionale. Questo copie saranno rimesse in circuito nel 1987, quando la Cassazione riabiliterà il film grazie anche all’evoluzione dei tempi e del significato del comune senso del pudore.

Ma non è stato solo “Ultimo tango” a soffrire gli strali della censura . Dal punto di vista della repressione della libertà d’espressione gli anni Settanta non si sono fatti mancare niente, anzi si sono distinti per l’approccio bigotto, ipocrita e moralista dei tutori e dei custodi della moralità pubblica, e anche di quella privata. Un approccio che si può anche definire pornografico, del tipo come spiare la realtà dal buco della serratura, puntare gli occhi sulla camera da letto e perdere la visione d’insieme. E gli esempi non mancano.

Parlando di film, ecco un altro nome illustre: Pier Paolo Pasolini. Nel 1971 il suo “Il Decameron” viene sequestrato e dissequestrato più volte e si becca 30 denunce. Va in scena anche un processo che termina con l’assoluzione di tutti gli imputati. La pellicola ha una sorte diversa in Europa: vince l’Orso d’argento al Festival del cinema di Berlino e ha un buon successo al botteghino.

“I racconti di Canterbury” (1972) viene sequestrato più volte e censurato con un taglio di una decina di minuti, mentre a Berlino vince l’Orso d’Oro. Tre giorni dopo la prima arrivano le denunce per oscenità che la procura di Benevento archivia. Poi cambia idea, riapre il fascicolo, sequestra il film e rinvia a giudizio Pasolini, il produttore Alberto Grimaldi (lo stesso di “Ultimo tango”) e il proprietario della sala dove il film era stato proiettato. Finirà con tutti assolti in ogni grado del giudizio.

Diversa sorte, anche al botteghino, per “Il fiore dalle Mille e una notte” (1974), con la procura di Milano che archivia la denuncia per oscenità.

A metà degli anni Settanta era di stanza a Catanzaro, in seguito anche in altre città, certo Donato Massimo Bartolomei che si è guadagnato fama imperitura di censore numero uno sequestrando di tutto un po’. Il suo grande lavorio “contro” è stato anche oggetto di una interrogazione parlamentare di Riccardo Lombardi. Fatto riportato dal blog della Fondazione Nenni in un post titolato “Quando Lombardi attaccava censura e censori”. Da un intervento fatto in punta di bisturi alla Camera il 19 novembre 1975, riportiamo solo “Si può supporre che quella di Catanzaro sia una giurisdizione in cui il procuratore generale dia corso alla sua sessuofobia (non lo conosco e non so quale temperamento psichico egli abbia) così da rappresentare un’area isolata, una specie di ghetto. Infatti l’attività persecutoria del procuratore generale di Catanzaro non si è esercitata soltanto in questo caso; si esercita, possiamo dire, con una frequenza, una generalità e una generosità di interventi straordinarie. Libri e giornali vengono sequestrati ogni settimana”.

E la palma di libro più sequestrato di quegli anni, forse di tutta la storia dell’Italia repubblicana è “Paura di volare” (Fear of Flying) di Erica Jong . Dal frontespizio: ” Una donna che parla di sesso come un uomo ha scritto il libro più vietato degli ultimi anni”. Ed è proprio vero. Il libro, che ha scandalizzato i pruriginosi Stati Uniti, in Italia scatena polemiche e sequestri sessuofobici a non finire proprio perché trattasi di una donna che parla di sesso come un uomo e soprattutto delle sue scopate senza cerniera, e magari anche senza preservativo: bei tempi, quelli! Una rivoluzione epocale che ha lasciato il segno nella cultura, nel costume e nel linguaggio.

E non dobbiamo dimenticare una vicenda accaduta a Roma nel 1977, volutamente e frettolosamente rimossa forse perché prova di un accanimento che ben altri fatti (quelli si veramente delinquenziali) avrebbero meritato. Vicenda che lo sceneggiatore di fumetti Giorgio Pedrazzi ha ricordato nel 2016 in “Parlano di noi 1962-1980 – I fumetti del Diavolo”, una raccolta di quarant’anni di articoli di giornali seri e titolati dedicati ai fumetti erotici o porno che dir si voglia oggetto di un libro e di una mostra allestita in occasione della XX edizione di Romics.

La vicenda è stata revocata recentemente anche da Luca Boschi, sceneggiatore e grande esperto di fumetti, nel suo blog, e noi la ricordiamo adesso. Il 10 febbraio del 1977 la scure della censura si abbatte su una casa editrice di fumetti per adulti, la Edimarket, con sede a Roma. Nella notte vengono arrestati l’editore Maurizio Scozzi, il distributore Giorgio Liberati, il giornalista Silverio Serafini e i tipografi Guido Spada e Francesco Sabatini. Il procurato capo di Roma, Giovanni De Matteo li accusa di pubblicazione oscena e di associazione a delinquere.

Il successivo 16 marzo è il sostituto procuratore Angelo Maria Dore a scendere in campo e a far scattare le manette per gli stampatori Marcello Pennacchietti e Stefania Acanfora, e per Bruno Giacchett, socio della tipografia. Le accuse vengono riportate anche da “Il Messaggero”: “reati di associazione per delinquere e stampa oscena senza la concessione della sospensione condizionale della pena e la libertà provvisoria”.

Erano gli anni, lo ricordiamo, in cui il clan dei Casamonica lasciava la casa avita dell’Abruzzo e del Molise per insediarsi a Roma e lungo il litorale laziale, in particolar modo a Ostia. E anche recentemente abbiamo avuto un edificante esempio dei comportamenti di questi signori quando si trovano al bar. Ed erano anche gli anni d’oro della Banda della Magliana, altra consorteria, per dirla alla Tex Willer, di onesti galantuomini che mica stampavano fumetti pornografici.

Sarà perché occhio non vede, cuore non duole, sarà che le anime pie devono essere rassicurate, sarà che lavorare stanca (come verseggiò Cesare Pavese già dal 1936) e che inseguire tette e culi al vento, come si chiamavano ai tempi i lati b delle signorine discinte soprattutto in copertina, scopate senza cerniera e altri scandali letterari, fumettistici e cinematografici sicuramente stanca ancor di più. Per cui bisogna pur tergersi il sudore dalla fronte e riposarsi. E poi, a chi poteva fregare della caccia a bande armate, quelle sì autentiche associazioni per delinquere alle quali stava riuscendo (a differenza del terrorismo) la conquista di un pezzo importante del cuore dello Stato.

Antonio Salvatore Sassu

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