sabato, 26 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Fughe in avanti e schizofrenia in casa Pd
Pubblicato il 02-05-2018


Ho seguito con grande attenzione l’intervista di Renzi in tv da Fazio. Un ragionamento sviluppato con lucidità da un uomo che forse, ormai, si trova più a suo agio nei salotti televisivi piuttosto che nelle sedi di partito. Ma poiché Renzi è persona intelligente e accorta, i messaggi lanciati in televisione non possono che avere ripercussioni sulla situazione interna al Pd, con Martina che infatti si è velocemente affrettato a spiegare che un partito, in queste condizioni, è ingovernabile e altri dirigenti a spiegare le difficoltà di discutere quando l’uomo della maggioranza interna lancia messaggi trancianti rispetto ai temi da affrontare, coerentemente, con serietà, in direzione nazionale.

Alcune cose dette dall’ex premier sono ineccepibili. La crisi del Pd è iniziata con la sconfitta al referendum del 4 dicembre, e la sua colpa è stata quella di personalizzare troppo la contesa, scatenando un “con me o contro di me” che ha fatto fallire riforme indispensabili e, di fatto, segnato la stessa crisi anche interna al partito che ha vissuto la polarizzazione tra renziani e anti-renziani. Vero è anche che il risultato elettorale è stato penalizzante per il Pd e la sinistra in generale (visto il risultato davvero mediocre di LeU e la sostanziale inesistenza delle altre formazioni ancora più a sinistra), ma quello che Renzi, volutamente o no, finge di non capire, è che gli elettori che si recano a votare, in una democrazia parlamentare e con una legge elettorale, non votano per farti fare opposizione, ma votano per dare uno specchio rappresentativo alle componenti parlamentari. I riti e le regole della democrazia parlamentare prevedono poi che le maggioranze si cerchino in parlamento. E il Pd, con le sue pattuglie di deputati e senatori, rappresenta una forza non trascurabile in un percorso possibile di costruzione di una maggioranza parlamentare.

Chiudere la porta in faccia al Movimento Cinque Stelle prima ancora di sedersi a un tavolo, è stata una mossa, a mio modesto avviso, azzardata. Una mossa che chiude a un dialogo altresì suggerito da alcuni dirigenti nazionali (Franceschini, Cuperlo e altri), e che vede isolarsi il Pd in una posizione aventiniana poco consapevole dei risvolti del nostro sistema politico parlamentare. In più, l’azzardo è doppio, in quando la direzione nazionale non si è ancora riunita per discutere della possibilità di aprire il dialogo ed, eventualmente, su quali basi attuarlo. Di certo un dialogo non può essere tra sordi, il Pd non potrà dimenticare gli insulti dei grillini in campagna elettorale e prima, una forza che ha governato non potrà mai accettare che le riforme fatte con sacrificio vengano smontate in pochi attimi. Ma a quale prezzo viene chiusa quella porta?

Dal punto di vista parlamentare, non restano molte soluzioni: siamo sicuri che il Pd sia pronto a una nuova massacrante tornata elettorale? Non è che questa rappresenti un mostruoso salto nel buio? L’aver inoltre posto paletti fermi al lavoro della direzione, rappresenta un sostanziale disprezzo delle regole interne a un partito che, nel nome, si dice democratico. Può dire bene Renzi di essere soltanto uno dei tanti senatori democratici, ma non può certo ignorare il peso che conserva negli organismi dove molti fedelissimi occupano ruoli chiave.

Insomma, il potenziale deflagrante delle sue dichiarazioni non potrà che avere ripercussioni sia sugli equilibri interni al Pd che sullo scenario nazionale. Meglio avrebbe fatto Renzi, a mio parere, a lavorare su una delegazione, di cui avrebbe fatto parte a pieno titolo, pronta a sedersi al tavolo con Di Maio e soci, ottemperando al richiamo del capo dello stato. Da quel pulpito, avrebbe potuto far valere alcune regole di principio e di programma, su cui ci sarebbe stato un confronto. Spingendo invece verso una posizione di assoluta intransigenza, l’ex premier isola ancora di più il Pd rischiando di condannarlo, in via definitiva, all’inconsistenza.

Leonardo Raito

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