venerdì, 17 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Documento. La strada a sinistra. Confronto, idee e proposte per un nuovo presente
Pubblicato il 21-05-2018


La netta sconfitta elettorale del 4 Marzo non può che spingerci tutti insieme a ripensare totalmente la funzione sociale e politica della sinistra. Il nostro elettorato ci ha percepito come un’entità astratta, sterile, impegnata a difendere soltanto lo status quo. Abbiamo perso consenso tra chi storicamente abbiamo rappresentato. Siamo ormai all’anno zero. La soluzione non può essere rincorrere il populismo e la demagogia dei vincitori, ma ripensare il nostro futuro, ridefinire una nostra identità, una prospettiva, elaborando politiche riformiste credibili. Abbiamo il dovere di ricominciare ad ascoltare i delusi, gli scontenti, avviando un dialogo con le associazioni di categoria, di volontariato, e con il mondo dei saperi e delle professioni. Ricucire un rapporto interrotto con il mondo sindacale. Dobbiamo riprendere il filo dell’ascolto per ridare un senso alla nostra democrazia rappresentativa. I partiti, profondamente in crisi di identità, oggi non bastano più. Occorre voltare pagina: nuovi modi di comunicare, un nuovo lessico, una riorganizzazione degli istituti partecipativi. Ma soprattutto occorre chiedere un passo di lato all’attuale classe dirigente che ha portato al peggior risultato della sinistra della storia. Siamo certi che oggi più che mai continuare a parlarci e confrontarci può essere l’unico strumento utile a un dibattito serio, anche in vista di prossimi appuntamenti elettorali, per recuperare consenso ma soprattutto restituire fiducia. Di queste cose parleremo insieme a rappresentanti di partiti, sindacati, associazioni che hanno ancora l’entusiasmo necessario per tornare a essere protagonisti. In un workshop in cui parleremo poco di noi e molto del futuro. Per indicare una nuova strada, la Strada a sinistra. L’Unione europea è un progetto di pace e integrazione sovranazionale prezioso, da proteggere e rafforzare di fronte all’ondata di euroscetticismo che sta scuotendo tutti i Paesi membri, Italia in testa. Proteggere quel progetto però significa rinnovarlo: il calo di fiducia dei cittadini nei confronti dell’Europa ha ragioni fondate a cui bisogna dare seguito proponendo riforme coraggiose. L’Unione europea deve diventare un’unione politica fondata sulla solidarietà tra i suoi Stati membri. Abbiamo assistito a infinite discussioni su cosa possa dirsi rappresentativo dell’identità europea e dunque su quale debba essere la direzione più giusta da intraprendere per reagire alla crisi dell’UE. Gli aspetti su cui intervenire sono molti: dal grado di democratizzazione del processo decisionale europeo, fino a una più diffusa consapevolezza del funzionamento dell’Unione, dalla riforma dell’unione monetaria, alla razionalizzazione del sistema di accoglienza degli immigrati senza dimenticare il sistema di sicurezza e difesa e la politica estera comune. Nondimeno, tutte le carenze dell’Unione europea emerse dall’adozione del Trattato di Lisbona in poi hanno un elemento comune: nascono dalla mancanza di una forte dimensione sociale nel progetto europeo, che ha alimentato tendenze illiberali in molti stati membri. L’UE è entrata in una spirale di crisi valoriale durante la grave crisi economica, cioè quando più sarebbe stato necessario un sistema organico di politiche sociali che tutelasse i cittadini dai contraccolpi di una crisi che hanno subito sulla loro pelle. Per questo, per noi non ci sono dubbi: l’anima che unisce l’Europa è il suo sistema di welfare e su questa base va rilanciato il progetto di integrazione. L’UE attuale viene percepita come un ostacolo alla crescita e al benessere comune. Dal punto di vista economico ormai un nuovo mondo è davanti a noi, il sogno dogmatico della perfezione del mercato è svanito. Il voler far arretrare la politica in favore delle regole scellerate del mercato ha fallito. La globalizzazione capitalista guidata da grandi gruppi finanziari ha cambiato gli equilibri economici e sociali. Con i partiti in grande difficoltà e con il lento tramonProspettive tare delle ideologie la politica non ha saputo essere arbitro di questo cambiamento epocale. Dall’inizio del nuovo secolo si è aperta una nuova fase di decadenza a vari livelli: l’età dello sfruttamento. Sfruttamento del capitale umano, compressione dei diritti, aumento delle disuguaglianze. Una globalizzazione non governata ha determinato concorrenza sleale nel mondo del lavoro italiano ed europeo. Anche una vecchia certezza sociale come il welfare sta inesorabilmente tramontando: il costante invecchiamento della popolazione Italiana e i continui tagli voluti da politiche neoliberiste che nulla hanno a che vedere con il benessere dei popoli ci pongono davanti a nuovi scenari ai limiti delle barbarie. Quando una società è così impoverita e pervasa da disuguaglianze e povertà apre necessariamente le porte ai populismi, alle paure, al disagio, alla rivendicazione sociale, all’indignazione. La sinistra degli ultimi vent’anni ha ceduto culturalmente al pensiero unico liberista che ispira sempre più spesso le politiche di governo in tutta Europa. Da anni, a sinistra, abbiamo perso la nostra soggettività. Abbiamo abdicato al ruolo della politica nei confronti della società civile, della magistratura ma soprattutto dei tecnici. Si è diffusa l’idea che queste categorie potessero sopperire ad una classe politica ormai logora. Siamo giunti al punto di non ritorno con il governo Monti. Passò nel 2011-2012 il concetto che la società deve essere governata dalle leggi dell’economia, da un libero mercato e dal rigore dei conti pubblici, senza tener conto delle esigenze di povertà e iniquità del paese reale. Questo aprì la strada un neoautoritarismo velato, perché il potere dei tecnici non risponde democraticamente a nessuno, non tollera contestazioni nè dubbi come tutto quello ciò che appare scientifico. Negli anni la sinistra ha anche ascoltato le sirene della morale. L’uso della morale e della giustizia come controllo sociale e un approccio poco garantista sono alla base della delegittimazione politica. Come anche il voler inseguire il populismo su temi quali abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e tagli alla democrazia nulla ha portato in termini elettorali, peggiorando anzi le condizioni del nostro sistema democratico. Al momento è difficile trovare in poco tempo ricette o risposte alla peggiore crisi italiana della sinistra ma una cosa è certa il mondo cambia con una rapidità maggiore della capacità di interpretare i cambiamenti, di individuare rimedi agli squilibri prodotti. Su una cosa però possiamo essere concordi: il fallimento della terza via. Annacquare il socialismo sin dai primi anni 2000 non ha pagato, traducendosi in semplice scorciatoia elettorale per convincere un elettorato di centro ancora dubbioso della parola socialista nella fase post muro di Berlino. Un “terza via” che in pochi anni ha perso credibilità uniformandosi al pensiero liberista. Siamo convinti che i prossimi mesi ci vedranno impegnati in una lunga traversata nel deserto, dovrà essere nostro impegno ricominciare a trovare una giusta rotta mediante una netta e dura opposizione. Una opposizione che deve iniziare nei luoghi di lavoro, tra la gente, nelle università ed essere veicolata nelle istituzioni preposte. A tal proposito lanciamo oggi qui con voi alcune proposte nella speranza che possano risultare patrimonio comune per dare vita ad un nuovo inizia per la sinistra Italia.

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