sabato, 23 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Elezioni Terni. Porrazzini, sviluppo è sostenibilità
Pubblicato il 28-05-2018


Elezioni Terni: intervista a Porrazzini, già Sindaco ed europarlamentare

terni elezioniTERNI – È stato Sindaco di Terni dal 1978 al 1990. Poi parlamentare europeo, presidente di Gepafin, società finanziaria della Regione Umbria, e presidente dell’ASM, la società multiservizi del Comune di Terni.

Giacomo Porrazzini, ingegnere dei trasporti, è tra coloro che hanno scritto il programma elettorale di Paolo Angeletti, candidato a sindaco di Terni per il centrosinistra e il PD.

Ingegnere, Lei è stato protagonista di una lunga stagione politica che tutti considerano passata ma che in molti rimpiangono. Come è cambiata la politica in questi anni, nei rapporti tra avversari e all’interno degli stessi partiti?

Anche all’epoca lo scontro molto duro. Però i rapporti, tra avversari, erano anche molto civili. C’era rispetto. Non a caso dopo tanti anni mi ritrovo ad avere delle amicizie nel campo democristiano, del tempo, con persone con cui mi sono anche duramente scontrato in consiglio comunale ma verso le quali non è mai mancato il rispetto reciproco.Giacomo-Porrazzini

Oggi ho l’impressione invece che l’avversario si sia trasformato in un nemico da distruggere. Non un interlocutore con il quale confrontarsi dialetticamente e assumersi diverse responsabilità, ma un avversario da abbattere, anche con mezzi poco simpatici. Oggi, in una società dell’informazione e della comunicazione, ci vuole poco a mettere in croce una persona, con delle fake news o con delle modalità non corrette. Quindi questa è la differenza fondamentale: è venuta meno una civiltà del confronto politico. Poi ovviamente allora c’era a Terni una fortissima tradizione nel governo della città che era rappresentata dalla sinistra, una sinistra che gradualmente si è aperta. Ci fu infatti una grandissima crisi a sinistra quando il Partito Socialista decise di fare l’operazione del primo centrosinistra, nel 1964, e in quel momento tutta una serie di amministrazioni di sinistra entrarono in fibrillazione. A Terni il Partito socialista uscì dalla maggioranza, subì una scissione, e nacque il PSIUP al quale anche io aderii da socialista. Una delle ragioni per le quali aderii, anche se ero allora molto giovane, era che mi sembrava sbagliato rompere delle alleanze di governo locale che avevano operato bene per la nostra città, perché la sinistra unita, socialisti e comunisti, aveva ricostruito Terni dalle distruzioni della guerra facendone la città che sostanzialmente è oggi, moderna, con le infrastrutture e i servizi adeguati alle esigenze fondamentali della popolazione. Quindi c’era questa grande tradizione. Quando si recuperò il rapporto con i socialisti, che rientrarono in maggioranza, rientrando portarono dentro anche altri pezzi del centrosinistra, tutta la componente laica, socialdemocratici e repubblicani, che non erano stai mai in maggioranza entrarono con i socialisti in una maggioranza che non era più di sinistra ma di centrosinistra. E quindi per mezzo di queste presenze politiche si avvicinarono al governo della città anche forze sociali, professionali, commercianti, che non appartenevano al popolo della sinistra, che invece si riconoscevano in queste forze laiche, di centro, come i socialdemocratici e i repubblicani. Il governo della città si aprì socialmente e diventò un po’ più ricco, un po’ più sensibile verso tutta una serie di tematiche che non erano soltanto quelle tipiche della sinistra, come la difesa del lavoro, ma che cominciavano a guardare con grande attenzione anche al mondo dell’impresa.

Fu fatta una grande conferenza economica che fu gestita da me, come sindaco, e dall’assessore Filippi che era un repubblicano, e in questa sede ci fu concretamente questa dimostrazione di maggiore focalizzazione del governo progressista della città sui temi dell’economia e quindi sulle esigenze delle imprese, non sono dell’acciaieria ma del sistema delle piccole e medie imprese.

E come è cambiata Terni?

Per quanto riguarda la città, Terni è cambiata radicalmente perché allora noi eravamo ancora una città-fabbrica, una company town come si diceva allora, perché il peso dell’industria pesante pubblica siderurgica, l’acciaieria, era predominante. Quella fabbrica in qualche modo imponeva le sue esigenze, le sue regole a tutta la città e quindi di riflesso anche all’amministrazione comunale. Salvo nel momento in cui c’era uno scontro tra la società e i lavoratori e allora noi – come amministrazione – ci schieravamo a favore degli operai. Però complessivamente la fabbrica sulla città manifestava un peso, perché dava un ordine di priorità sulle cose che dovevano essere fatte o meno. Negli anni successivi, tra glia anni ‘80 e ’90, quando si è verificata la crisi della siderurgia a livello europeo che ha interessato e coinvolto anche Terni in modo molto pesante (con le chiusure di reparti storici, come il tondino, la fonderia, la carpenteria e poi successivamente il magnetico) l’acciaieria si è spogliata delle sue attività più tipiche, quasi artigianali, la manifattura, la siderurgia fatta a mano, e si è specializzata solo sull’inossidabile. Quindi è venuto meno il rapporto di controllo e anche di dominio dell’acciaieria sull’industria locale, perché mentre prima, con le attività legate ai settori che ho ricordato (lo stampaggio, la fonderia, etc) l’acciaieria dava lavoro a decine e decine di piccole imprese che lavoravano per quelle lavorazioni come subfornitori. Nel momento in cui l’acciaieria si è concentrata sull’inossidabile questo rapporto si è impoverito e quindi è venuta meno la presa della fabbrica sulla città e sul tessuto imprenditoriale locale.

Oggi, per fare un salto epocale, con le gare online vengono a lavorare come subfornitori per le acciaierie imprese che con il territorio non hanno nessun rapporto. Quindi si è quasi completamente spezzato il legame tra la grande industria e le piccole e medie imprese che ci lavoravano.

Poi sono venuti meno anche degli istituti che avevano anche una caratura culturale, oltre che operativa e scientifica, mi riferisco al CSM (Centro Metallurgico), un centro di ricerca e sviluppo industriale che a Terni aveva un suo insediamento importantissimo. Si faceva ricerca sull’inox, sul magnetico e altri tipi di acciaio. erano stati brevettati dei prodotti sperimentati qui a Terni. Ad un certo punto il CSM viene chiuso e la città perde le competenze, tutte queste presenze sociali interessanti, perché erano tecnici di altissimo valore che sono andati via dalla città . poi c’era il centro informatico, che non lavorava solo per l’acciaieria, ma anche per l’esterno, c’è stato un impoverimento della presenza della fabbrica sul territorio. Il passaggio della proprietà dell’acciaieria dallo stato Italiano ai privati tedeschi ha accentuato questi processi tanto da mettere in discussione oggi la permanenza dell’acciaieria nel complesso della stessa ThyssenKrupp. Da quello che si legge nelle assemblee della TK che approvano i bilanci in Germania sembrerebbe che l’azienda sia interessata ad uscire il prima possibile vendendo bene l’acciaieria a un altro operatore: prima provarono con i finlandesi, e ci furono problemi con le norme europee sulle concentrazioni , adesso si parla degli indiani di Tata Steel. Oggi quindi ci troviamo con una proprietà che non ha nella sua visione strategica il mantenimento di questo sito nel suo seno. Quindi questo è un problema, perché i nuovi arriveranno con quali strategie? Comprano un marchio per eliminare un concorrente temibile oppure investono e puntano sulle acciaierie di Terni.

Perché noi, a metà degli anni 80, facemmo una grande operazione con la Finsider. Arrivammo ad occupare da Terni, con decine di autobus di operai e cittadini, la sede della Finsider a Roma. Questo forse pochi se lo ricordano fu un fatto clamoroso, noi bloccammo attorno alla sede della Finisider il traffico a Roma e ci dovettero ascoltare. In quella occasione non ci fu solo questa enorme iniziativa operaia e popolare ma ci fu l’unità fortissima di tutte le forze politiche, perché noi avevamo dato vita ad un comitato cittadino per la difesa dell’acciaieria, di cui io ero il presidente, ma del quale facevano parte personaggi autorevolissimi come l’onorevole Filippo Micheli e il senatore Ottaviani, l’ex Sindaco. Dei problemi dell’acciaieria se ne occupava persino Pietro Ingraio. Quindi con l’unità politica che si realizzò in questo comitato noi mettemmo insieme la spinta che proveniva dalla sinistra, dalla base operaia, con la spinta della classe dirigente democristiana, dei socialisti con il Ministro delle Partecipazioni Statali Gianni De Michelis. La convergenza di tutte queste forze portò ad ottenere un investimento colossale, di 400 miliardi dell’epoca, che hanno letteralmente salvato l’acciaieria dalla chiusura. Furono infatti rinnovate tutte le linee fusorie e tutta la parte della colata a caldo, il cuore tecnologico e produttivo della fabbrica fu rinnovato completamente. E questo intervento ha salvato l’acciaieria perché l’ha resa competitiva e appetibile sul mercato: quando Prodi poi decise di mettere la parola fine all’industria pubblica l’acciaieria si salvò perché era stata rinnovata, pochissimi anni prima, per effetto appunto di questa grande mobilitazione della città che trovò un’unità profondissima. Mi chiedo se oggi sarebbe possibile, con l’aria che tira tra i partiti. Un’unità che ci consentì anche di avvicinarci personalmente agli altri, di capire e apprezzare gli avversari politici. Si sono costruiti anche rapporti umani nel vivo di quella esperienza politico-civica. Era la città e la politica che, insieme, difendevano la fabbrica.

Oltre alle acciaierie su quali attività economico-produttive si potrebbe puntare?

Oggi non possiamo più contare su un sistema economico-produttivo incentrato sull’acciaieria. Tutto questo non c’è più, è stato spazzato via e la città sta cercando, e noi stessi cercammo allora, nuove strade. Le cercammo con una grande conferenza sulla cultura, oltre all’altra che avevamo fatto sull’economia, immaginando che la cultura potesse essere una nuova risorsa per il nuovo sviluppo della città. E quindi cominciammo a ragionare di Università, non solo di Medicina che aveva già un nucleo a Terni sia pure molto piccolo, ma di Ingegneria. E poi concretizzammo l’idea dell’Istituto per i materiali speciali, che doveva aprire per Terni una nuova fase della manifattura, quindi passare dall’acciaio ai materiali speciali che mettevano insieme siderurgia, metallurgia e chimica. Per esempio i materiali ceramici o il titanio. Ci fu il tentativo di innovare il vecchio apparato produttivo, spostandolo su nuovi prodotti, che allora erano di frontiera, sulle nanotecnologie. Dall’altro lato cercare nuovi settori di attività, con tutta la storia del Centro Multimediale, per fare della comunicazione e dell’informazione un’area di attività economica. Ci fu l’idea di fare un Centro Multimediale che fungesse da “teleporto” per la città. Ovvimanente era un’idea che aveva senso nel contesto di allora, quando cittadini e le imprese non sapevano né avevano i mezzi per entrare nella rete. Il “teleporto” forniva tutta questa serie di servizi, una chiave di accesso alla rete, per chi vedeva il “web” come una cosa arcana, difficile da penetrare. Oggi con il personal computer, i telefoni, i tablet,questo discorso è ovviamente superato ma, all’epoca, era una cosa avveniristica per la cultura produttiva ternana. Questa iniziativa all’inizio produsse dei risultati, poi nel tempo è andata spegnendosi, qualche seme è rimasto, qualche impresa ancora lavora ma non siamo riusciti a creare un distretto, un cluster, di queste attività con una propria forza sul mercato, tale da produrre un impatto occupazionale importante.

Oggi secondo me ci troviamo ancora con questo problema: dobbiamo entrare nella quarta rivoluzione industriale; qualcuno già parla di “quinta” rivoluzione industriale, con riferimento all’intelligenza artificiale. Non possiamo più essere la città che dipende solo dall’acciaio. Però non è nemmeno facile fare questo passo, perché mancano quelle energie e culture imprenditoriali per entrare con successo in questi settori.

Una serie di istituzioni hanno chiuso i battenti, come l’istituto per i materiali speciali, il Parco scientifico e tecnologico, chiuso a metà degli anni ‘90, che serviva da elemento di trasmissione delle tecnologie dalle grandi imprese verso le più piccole, e dal mercato verso le imprese locali. Abbiamo perso anche Ingegneria dei materiali, il Centro multimediale, si è persa tutta quella grande progettualità che voleva sostanzialmente lanciare un nuovo modello di sviluppo con delle istituzioni economiche idonee a sostenerlo. E oggi ci troviamo ancora a domandarci: ma domani che facciamo?

Quindi dobbiamo riprendere una progettualità alta, su Terni. Ripartire da quel tentativo che allora è stato fatto. Bisogna ritornare alla carica e provarci di nuovo, con nuove forze ed energie, anche e soprattutto con le competenze e le intelligenze di quei giovani che oggi, purtroppo, sono costretti a cercare lavoro fuori Terni.

Oggi il nuovo modello di sviluppo deve riguardare il tema della sostenibilità. Significa realizzare una riconversione nel nostro territorio dell’industria classica, siderurgica e chimica, verso produzione a più basso impatto ambientale. Oggi l’impatto ambientale della siderurgia, e anche della chimica è ancora troppo alto. Passare dalla chimica del petrolio, alla chimica verde, bio. Sull’acciaio occorre spingere la proprietà tedesca, o quella che verrà, verso processi produttivi a più basso impatto ambientale e verso prodotti a maggior valore aggiunto. Poi dovremmo chiedere alla Thyssen Krupp o alla nuova proprietà di impegnarsi per la città: la ThyssenKrupp ad Essen, la sua città di origine in Germania, ha realizzato a suo totale carico il cablaggio totale con la fibra ottica per fare di quella città una smart city. Questo si dovrebbe fare anche a Terni. Occorre organizzare attorno a Terni, quale centro attrattore, un sistema urbano locale costituito da 18 comuni, con circa 180 mila abitanti, connessi da una struttura a rete, per essere più forti in Umbria e nel centro Italia.

Bisogna puntare anche su una diversificazione delle attività economiche locali, verso settori inesplorati. A mio avviso l’economia circolare, di cui si parla molto, è uno di quei settori che ci consentirebbe di entrare in nuovi campi. L’economia circolare prevede il riutilizzo degli scarti e anche la riprogettazione dei beni intermedi e finali, che possano essere riciclati. Quindi non si tratta di fare solo una buona raccolta differenziata, significa progettare i prodotti in maniera tale che possano essere riutilizzati, allungare il ciclo di vita del prodotto per evitare che diventi subito un rifiuto, dopo un primo utilizzo. Per fare questo occorre ricerca, competenza, bisogna puntare sull’Università che proprio qui a Terni, sia ad Ingegneria ed Economia, ha un corso sull’economia circolare. Queste Facoltà forse collaborano un po’ poco tra loro per offrire alla città una struttura formativa, integrata, che affronti il problema dal punto di vista economico e tecnologico.

Se già ci facesse un’operazione del genere, con imprese interessate a lavorare in questo settore, faremmo dei passi in avanti. Imprese che trattano rifiuti ce ne sono a Terni, si tratta di riconvertirle da imprese che smaltiscono rifiuti a imprese che costruiscono prodotti.

E sulle nuove tecnologie, l’informazione e la comunicazione?

Come accennato prima, provammo ad agganciare queste nuove opportunità di sviluppo con il Centro Multimediale. Il campo delle tecnologie, dei nuovi media e della comunicazione resta una possibilità di innovazione e di diversificazione economica. Il progetto di una città intelligente, una smart city, siccome punta ad offrire servizi avanzati a famiglie, imprese e pubblica amministrazione, potrebbe consentire il consolidamento di questo nuovo settore di attività. Non più un discorso astratto ma un progetto concreto in cui coinvolgere le imprese locali, chiamandole ad essere protagoniste.

Ci può dare un suo giudizio sul rapporto tra Pubbliche amministrazioni, cooperative e imprese locali, nella gestione di appalti e servizi pubblici?

Sostanzialmente a metà degli anni ’90 una serie di provvedimenti legislativi nazionali di contrazione della finanza locale hanno spinto i comuni sulla linea della devoluzione di una serie di loro servizi interni, verso l’esterno. Questo per un semplice motivo: la classificazione delle spese era diversa, perché tra spese per il personale che venivano bloccate, si passava invece alla possibilità di finanziare determinati servizi con le spese per l’acquisto di beni e servizi che non avevano invece le limitazioni delle spese per il personale.

E quindi tutti gli Enti hanno affidato all’esterno una serie di servizi, che prima si svolgevano internamente, come ad esempio la cura del verde pubblico, alcuni servizi educativi ed assistenziali. Questo ha dato un grosso impulso, anche nella nostra città, alla cooperazione. Ora nel momento in cui tu hai una normativa che ti obbliga a fare le gare europee, al di sopra di determinati importi, rischi diciamo di veder sfarinata questa realtà imprenditoriale e sociale, con la possibilità di mettere a rischio 7-800 posti di lavoro dalla sera alla mattina. Quindi si può capire che i Comuni, e in questo caso il Comune di Terni, provino in qualche modo, ovviamente nei limiti stabiliti dalle norme e nel rispetto delle leggi, a favorire delle imprese locali che hanno questa storia, che sono di fatto dei servizi pubblici che sono stati spostati sul privato.

Quindi bisogna sempre richiamare il contesto nel quale queste situazioni si sono determinate, non per giustificare eventuali infrazioni alle norme, ma per contestualizzarle e per comprenderne l’origine.

Paolo Angeletti: quali i punti di forza?

Angeletti lo conosco da anni ed è un grande tecnico. Posso dire che la sua stagione politica all’epoca (negli anni ’80, ndr) fu molto marginale. Lui allora stava iniziando una splendida carriera di scienziato delle costruzioni antisismiche, ha studiato, ha girato il mondo e si è perfezionato. Ha fatto un percorso diverso da quello della politica. Oggi ci ritroviamo una persona non giovanissima ma in piena efficienza, con una grande esperienza gestionale, manageriale e scientifica. A mio avviso lui possiede quella capacità che oggi chiamiamo “problem solving”, un’impostazione, che è tipica dell’ingegnere, che gli consente di analizzare, sistematizzare e gestire ogni problema.

Dissesto del Comune di Terni: si sarebbe potuto evitare, magari con la vendita delle farmacie municipali?

Penso che il Comune avrebbe potuto e dovuto evitare il dissesto. Perché se hai un patrimonio di 200 milioni non puoi “fallire” per un debito 14 milioni. Per un’impresa sarebbe impensabile. Non voglio entrare nei passaggi procedurali e legali che hanno complicato la vita all’ultima amministrazione Di Girolamo. Credo che le farmacie, in presenza di un’emergenza di quel tipo, dovevano essere cedute. Non perché, in astratto, era giusto venderle ma perché in quel momento era indispensabile. Secondo me anche da parte sindacale c’è stato un’eccesso di difesa delle ragioni, comprensibili, di chi ci lavora ma questo a scapito della città e dell’Amministrazione pubblica. Probabilmente c’erano anche altre possibilità per evitare il dissesto, anche se ora è inutile parlarne.

Tenendo conto che una parte degli squilibri erano dovuti al fatto che il Comune doveva pagare all’ASM alcuni lavori per diversi milioni di euro e che non erano stati pagati nel corso degli anni, questa situazione si sarebbe potuta risolvere, almeno in parte, conferendo all’ASM quel patrimonio comunale, come ad esempio la rete della pubblica illuminazione che gestisce l’ASM ma che è del Comune, che avrebbe consentito di soddisfare i crediti dell’ASM e bilanciare almeno in parte lo squilibrio che si era creato. L’ASM infatti nei suoi bilanci, approvati dal Comune, scriveva che aveva “x” crediti verso il Comune mentre il Comune non scriveva che aveva questi debiti corrispondenti verso ASM ed è qui che si è creato lo squilibrio. Con questa compensazione di tipo patrimoniale si sarebbe potuto colmare, almeno in parte, questo squilibrio. Oltre alle farmacie c’erano anche altre possibilità che forse non sono state adeguatamente esplorate. Purtroppo c’è stato un grosso danno, anche d’immagine, per il Comune e la città per un importo ridicolo: 14 milioni sono 130 euro a testa di debito. La cifra più bassa in assoluto in Italia tra tutti i comuni che si trovano in una situazione di predisse sto o dissesto finanziario. Rieti, per non andare lontano, ha 630 di debito pro capite. Pescara per esempio ne ha 600, Foggia 800 e non sono in dissesto. Verso il Comune di Terni c’è stato un trattamento, anche da parte degli organi di controllo, estremamente vessatorio.

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