sabato, 26 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Tortora, 30 anni dalla morte e l’inizio del giustizialismo
Pubblicato il 18-05-2018


Enzo Tortora in una foto d'archivio con Emma Bonino. ANSA/ ARCHIVIO

Enzo Tortora in una foto d’archivio con Emma Bonino. ANSA/ ARCHIVIO

Fu il primo caso in cui l’Italia repubblicana sperimentava il ‘giustizialismo’ con la bava alla bocca ai danni di un cittadino illustre, Enzo Tortora. Oggi ricorrono 30 anni dalla morte del giornalista accusato di far parte delle cosche mafiose. Il suo fu un vero e proprio processo indiziario con accuse infamanti che iniziarono un circolo vizioso in cui cadde il noto presentatore televisivo. “La colpevolezza di Enzo Tortora non può essere dichiarata solo sulla base delle confessioni, peraltro in molti punti contraddittorie, dei pentiti, senza riscontri e prove… Il caso Tortora non ci interessa solo per il personaggio, ma per il significato più ampio che assume”. Giuliano Vassalli, affermava il socialista e professore di diritto da cui prese poi il nome la legge “Vassalli”, sulla responsabilità civile dei magistrati.
Un incubo che per fortuna finì il 15 settembre 1986 grazie a bravi avvocati e magistrati, assolto definitivamente dalla Corte di Appello di Napoli. L’incubo iniziò il 17 giugno 1983 quando venne prelevato alle 4 del mattino viene arrestato, ma i militari aspettano la mattina per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli cosicché cameramen e fotografi lo possono riprendere con le manette ai polsi. Una immagine che dopo 30 anni è ancora indelebile per molti. Dopo oltre trent’anni da quel caso tuttavia le cose non sembrano cambiate.
Silvia Tortora, la figlia maggiore del giornalista afferma infatti: “Sono 30 anni di amarezza e di disgusto”. Nulla per Silvia è cambiato nella giustizia italiana: “Mi aspettavo una riforma del sistema giudiziario, invece non è accaduto. I processi continuano all’infinito. Anzi in 30 anni c’è stata una esplosione numerica”. Per non parlare della società: “Vedo dei passi indietro nelle disuguaglianze, l’essere una comunità non esiste più. Ci siamo incrudeliti ed assuefatti all’ingiustizia, c’è un generale imbarbarimento”. Ed anche la televisione è così lontana da quella realizzata dal genitore “improntata sul garbo, l’empatia e l’educazione. Vedo trasmissioni su casi giudiziari, dove non c’è mai un’ottica dubitativa”.

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