venerdì, 19 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Europa, i timori politici sull’Italia e il rischio del contagio
Ugo Intini
Il Mattino
Pubblicato il 28-05-2018


Ugo Intini

L’allarme dell’Europa sulla svolta in Italia è politico prima che economico. Nasce dalla storia prima che dalle cifre, non riguarda soltanto il tema dell’euro e dell’Unione. Lasciamo da parte le vignette della stampa tedesca e i luoghi comuni. Può non piacere, ma nel nostro Paese, dall’inizio del secolo scorso, si è manifestata una catena di casi assolutamente unici.

Al sorgere del ‘900, in tutto l’Occidente, si sviluppò un movimento dei lavoratori ispirati alla lotta di classe e al marxismo. Ovunque prese la strada del socialismo democratico. Soltanto in Italia hanno prevalso le pulsioni anarcoidi, massimaliste, infine filo bolsceviche. E soltanto da noi-sempre-il riformismo è stato in minoranza.

Dopo la prima guerra mondiale, conclusa con otto milioni di morti e venti di feriti, i sacrifici immani provocarono dovunque tensioni drammatiche. Ma soltanto in Italia, all’inizio degli anni ’20, questi portarono al fascismo. Che come una malattia contagiosa da Roma si estese poi in forme più o meno virulente a Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania. Che ebbe un seguito importante in Francia e Gran Bretagna. Che ispirò il peronismo in Argentina e America latina. Che affascinò nel terzo mondo i fondatori dell’attuale partito di governo indiano e quelli del socialismo nazionalista arabo (destinato a trionfare nel secondo dopo guerra: dall’Egitto, alla Siria, all’Iraq).

Il 68, partendo dalla California e da Parigi, ha cambiato il costume e ha contribuito a rinnovare la politica in tutto il mondo. Soltanto in Italia (forse qualcosa di simile si può dire per Argentina e Uruguay) la sua componente violenta ha prevalso e si è consolidata negli anni, portando migliaia di giovani a fiancheggiare negli anni di piombo il cupo fanatismo leninista delle Brigate Rosse. Mentre altri bruciavano la propria e la altrui vita con il terrorismo neofascista.

Dopo la caduta del muro di Berlino, tutti i grandi partiti democratici europei ebbero la necessità di rinnovarsi e riposizionarsi. Molti furono scossi da scandali finanziari. A cominciare dalla CDU tedesca (che vide inquisito il suo capo storico Kohl) e dal partito socialista francese dove, per la sua attività di tesoriere, fu incriminato il leader storico e presidente del Parlamento Henry Emanuelli. Ma soltanto in Italia le inchieste giudiziarie, trasformandosi in “rivoluzione” distrussero l’intero sistema istituzionale e cancellarono completamente i partiti democratici attraverso una ondata di antipolitica da allora mai rifluita.

Dopo il crollo dei mercati finanziari e l’interminabile recessione seguita, la politica tradizionale è stata contestata ovunque da movimenti cosiddetti populisti. In tutto il nostro continente la costruzione europeista è stata presa bersaglio. Ma-e qui veniamo all’oggi-in nessun grande Paese dell’area euro il populismo ha prevalso, né si è creata una rottura di continuità rispetto ai gruppi dirigenti o all’establishment consolidato. C’è stato qualche brivido in Francia, dove per un istante la Le Pen, legata a Salvini da una grande e reciproca ammirazione, è sembrata poter prevalere. Ma la destra populista non si è saldata con l’estrema sinistra di Malenchon. Soprattutto, l’establishment europeista e democratico ha trovato un leader di grande esperienza politica e professionale come Macron, in grado di prendere il timone.

Massimalismo rivoluzionario nel movimento dei lavoratori, fascismo, eversione rossa e nera degli anni ’70, distruzione per via giudiziaria dei partiti democratici storici e infine l’attuale trionfo populista sono dunque i casi unici dell’Italia. Evidentemente collegati tra loro per ragioni che, se si volesse approfondirle, richiederebbero la lettura non di un mio articolo, ma di molti libri di autorevoli cattedratici.

La catena delle unicità italiane è incontestabile, nota a tutti i dirigenti democratici europei e per tutti ovviamente inquietante. Il problema dei conti è grave e ben presente, certo. Ma quello storico e politico è anche più grave. L’Italia è infatti troppo importante e le malattie della sua democrazia, in un’Europa oggi molto più interconnessa, possono provocare un contagio difficile da circoscrivere. Questo è il punto e questa è la posta in gioco.

Gli interlocutori soprattutto francesi e tedeschi, continuatori dei partiti storici che hanno costruito l’Europa e che nel nostro Paese sono spariti, cominciano a dire riservatamente che i contabili e i banchieri hanno da mettersi le mani nei capelli leggendo il programma del governo giallo verde. Ma che una soluzione sui bilanci si può sempre trovare e che ormai il problema è anche più grave. Si dividono tra ottimisti e pessimisti. I primi partono da una considerazione non lusinghiera per noi. Osservano infatti che il nostro è pur sempre il Paese della Commedia dell’Arte: di Pulcinella e Arlecchino. In fondo, il perno della rivoluzione politica italiano è stato un comico e magari tutto finirà perciò senza serie conseguenze: in una risata o meglio in uno sberleffo.

I pessimisti osservano che quanto succede in Italia è unico non soltanto in Europa, ma nel mondo. E che non ci si trova di fronte a un sistema distrutto da un movimento populista, con la sua ideologia e i suoi programmi, magari sbagliati ma precisi, costruiti con coerenza nel tempo. Ci troviamo di fronte, a loro parere, al collasso su se stesso del sistema. Crollato da solo e persino incapace di opporsi a quelli che, sommando estremismi inconciliabili, appare caos puro, che travolge i principi elementari non soltanto delle istituzioni, ma anche delle burocrazie, dei corpi dello Stato e delle organizzazioni in generale. A cominciare dai principi del merito, dell’esperienza, della competenza e della trasparenza nelle nomine (oggi al centro dell’attenzione). Secondo i pessimisti, non è soltanto l’antieuropeismo, ma la dissoluzione di uno Stato fondatore a mettere in pericolo gli altri Paesi del continente. Ai loro occhi, il simbolo del nuovo caso unico italiano, che si aggiunge a una lunga catena, è la persona stessa del presidente del Consiglio proposto. Mai al mondo si è infatti visto affidare il governo a quello che il New York Times ha definito “uno sconosciuto”.

Ugo Intini

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