martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Frontiere d’Europa. Come la Polonia non rispetta i trattati
Pubblicato il 21-05-2018


Orban e Morawiecki

Orban e Morawiecki

Nei giorni in cui il primo ministro ungherese Orban e quello polacco Morawiecki ribadiscono di voler cambiare l’Europa e di voler ripulirla dagli immigrati che, secondo loro, minerebbero l’integrità culturale europea; in questi stessi giorni dicevo mi sono recato laddove il diritto europeo non viene applicato nei confronti dei migranti. No, non si tratta di Lampedusa. E nemmeno delle frontiere spinate tra Ungheria e Serbia. Ma di una frontiera di cui nessuno in Europa parla: quella di Terespol tra la Polonia e la Bielorussia. Qui stazionano centinaia di rifugiati ceceni o armeni ai quali la polizia polacca nega i diritti sanciti da trattati internazionali che la stessa Polonia, formalmente, riconosce.

Arrivo nella città di Brest. Una bella cittadina, con una fortezza. Il nome ricorda quello di trattati di guerre studiate a scuola in gioventù. Mi sposto nei pressi della stazione dove provo ad avvicinarmi a una decina di persone che sembrano bivaccare in attesa del loro destino.

Sono ceceni. Mi raccontano di essere in Bielorussia da un mese e di aver provato già 8 volte di entrare in Polonia e di richiedere asilo politico. “Non sai mai cosa rispondere alle domande del poliziotto. Una volta mi ha detto: Non vuoi lavorare vero? Vuoi venire qui a farti mantenere? Sei un parassita! Vieni qui a farti mantenere. La seconda volta allora ho risposto che si, vorrei trovare un lavoro. Allora il secondo poliziotto mi ha detto: Allora sei un migrante economico! Quindi torna indietro!” Qualsiasi risposta porta ad un bivio il cui destino è quello del ritorno in Bielorussia.

Scopro che l’unico modo per avvicinarsi alla frontiera della Polonia (e dell’Europa quindi) è il treno delle 7.22. Il controllore a quelli “Senza Visto” vende il biglietto del famigerato vagone numero 3.

Il mattino successivo mi alzo quindi all’alba per tornare in stazione. Nei pressi del vagone 3 vedo una quarantina di persone: Ceceni, Armeni, Tagiki ed Azeri.

Avvicino una ragazza. È cecena. Non vuole parlare. Mi dice che in stazione ci sono delle spie di Kadirov (il dittatore ceceno che governa per conto di Putin con la mano di ferro), che cercano “i traditori” per portarli a casa. E sparire nel nulla.

Ho più fortuna con una ragazza Armena. Elen. Ha ventotto anni. Oggi proverà per la decima volta ad attraversare la frontiera. Da un mese dorme in luoghi di fortuna. È all’ottavo mese di gravidanza. Le chiedo da che cosa scappa, perché sia qui sola ad affrontare questa traversata. Mi racconta una storia struggente, come molte qui d’altronde. Scappa dalla sua famiglia che la vuole uccidere per aver commesso una colpa gravissima: essersi innamorata di un Azero e non aver voluto abortire.

Non ha più soldi. Da dieci giorni ormai si ciba solo di pane e the. Le offro un panino che ho portato con me dal comodo hotel in cui ho passato la notte.

Mi racconta che spera di entrare questa volta e che una sua conoscente cecena, anche lei incinta, la settimana scorsa è riuscita a farsi portare in ospedale a Biala Podlaska. Come ha fatto? Semplicemente le si sono rotte le acque nella sala d’attesa della gendarmeria polacca e quindi sono stati costretti a chiamare un’ambulanza e a portarla in ospedale con i suoi due figli e con il terzo che aveva scelto il momento opportuno per decidere di nascere. Prima di quasi partorire in gendarmeria aveva provato ad entrare 15 volte in un mese e mezzo.

Il Marito di Alia, invece, è stato ucciso in Cecenia dagli scagnozzi di Kadirov. Quando il figlio ha compiuto 15 anni le forze speciali cecene sono arrivate per arrestarlo. Alia non ci ha pensato due volte: ha corrotto le guardie carcerarie con quei pochi soldi che aveva ed è fuggita verso la libertà: l’Europa. O almeno ci ha provato visto che a pochi metri da quella agognata libertà le guardie di frontiera polacche le hanno negato la richiesta di asilo politico. “Ho spiegato la mia situazione, ho detto che posso vivere anche in una tendopoli, posso pulire i gabinetti, ma devo salvare mio figlio. La poliziotta mi ha detto che se voglio lavorare posso andare in Siberia, che la c’è lavoro per tutti”. Alia ha sulle spalle 32 tentativi di ingresso in Polonia. Ha ancora qualche risparmio per una o due settimane e spera di riuscirci perché non ha un piano B. in Cecenia aspettano loro prigione e morte.

Roman, anche lui ceceno racconta: “Tra la Russia e la Bielorussia non ci sono frontiere. Quelli di Kadirov ci inseguono sino a qua. La Bielorussia è una dittatura, lo sappiamo. Ma la Polonia era sempre stata un paese democratico. Ma ora? Le guardie di frontiera non rispettano le leggi e si comportano come quelle della Bielorussia.”

A Brest, sul lato bielorusso della frontiera, solo Marina, una russa che vive in Polonia, ogni tanto viene a prestare soccorso alle famiglie. Organizza una “scuola” improvvisata per i bambini e, sul lato polacco, aiuta quei pochi fortunati che hanno potuto richiedere l’asilo e a Biała Podlaska attendono l’iter burocratico della pratica.

Nessun ufficiale sul lato polacco vuole rispondere alle mie domande. Nessuno parla ufficialmente. Un ufficiale bielorusso, che vuole rimanere anonimo, mi racconta invece come sino al 2016 non ci fossero problemi per gli immigrati a Terespol, come tutti venissero ricevuti e i trattati venissero rispettati. Dopo la vittoria del governo ultranazionalista di Giustizia e Diritto, i gendarmi polacchi hanno ricevuto indicazioni dal ministero di fare di tutto pur di non consegnare i formulari per la richiesta d’asilo; la qual cosa, sulla base del trattato di Dublino, obbligherebbe la Polonia a gestire gli immigrati sino alla decisione definita sulla loro richiesta.

L’attuale ministro della difesa Mariusz Błaszczak, che sino a pochi mesi occupava il ministero degli Interni, la scorsa settimana ha sostenuto che “La frontiera della Polonia è molto stretta. Non vogliamo sottometterci alle pressioni di coloro che vogliono provocare una crisi migratoria. La nostra politica è totalmente diversa. Fino a quando sarò ministro, fino a quando al governo ci sarà il partito PiS, non esporremo a Polonia al rischio di terrorismo”

Nel frattempo la “terrorista” Elen, con il mio panino e il suo pancione all’ottavo mese di gravidanza, prova per l’ennesima volta a salire sul vagone 3 aiutata da un simpatico ceceno omossessuale che fugge dalle persecuzioni di Kadirov. Anche questa volta torneranno indietro a mani vuote. Senza aver potuto richiedere quell’asilo politico che i diritti internazionali, e quelli piú semplicemente umanitari, dovrebbero garantirgli.

È questa l’Europa che volevamo?

Tocca anche a me comprare il biglietto per Varsavia. Ho chiesto il vagone 3. Ma non mi hanno accontentato. Viaggerò invece nel vagone 1, quello di coloro che hanno avuto, nella roulette russa del destino, il privilegio di nascere nello spicchio migliore dell’emisfero.

Diego Audero

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