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Opinioni e commenti
 

Governo. Il Centrodestra ricomincia ‘da tre’
Pubblicato il 07-05-2018


centrodestra2Il centro-destra ricomincia “da 3” come diceva Massimo Troisi, anzi da 37. Salvini, Berlusconi e Meloni lunedì 7 maggio cercheranno di convincere Sergio Mattarella a partire dal 37% dei voti del centro-destra per formare il nuovo governo.
Per ottenere una maggioranza in Parlamento il segretario della Lega ha rilanciato la proposta di affidare l’incarico di presiedere il nuovo governo a lui stesso o a un uomo del centro-destra, a «chi ha vinto le elezioni, escludo qualsiasi tecnico alla Monti». Ha quindi ribadito «l’invito al M5S» a collaborare insieme per formare «un governo a tempo per fare poche cose e bene». La durata sarebbe molto breve: la vita del governo finirebbe “entro dicembre”. Salvini, da subito dopo le elezioni del 4 marzo, aveva puntato su un esecutivo con i cinquestelle instaurando un rapporto di fiducia con Di Maio. Nelle consultazioni al Quirinale confermerà al presidente della Repubblica un secco no ad ogni ipotesi di un esecutivo istituzionale, tecnico o di intesa con il Pd.

Silvio Berlusconi, invece, parte sempre dal centro-destra ma con l’obiettivo di raccogliere i voti di fiducia al governo in Parlamento, facendo appello ai deputati e ai senatori “responsabili”. Anna Maria Bernini ha espresso formalmente il disegno. La capogruppo di Forza Italia al Senato, fedelissima del Cavaliere, ha chiarito: serve «un governo di centrodestra, votato dagli italiani e sostenuto in Parlamento da voti responsabili, per rispondere presto e bene a bisogni e esigenze del Paese».

C’è il problema, non marginale, che tutte e due le ipotesi si siano rivelate irrealizzabili nelle consultazioni degli ultimi due mesi. Come, del resto, è stata bocciata sia l’idea di un governo Lega-M5S sia quella di un esecutivo tra cinquestelle e democratici: il primo progetto è naufragato sul veto di Luigi Di Maio a Berlusconi, il secondo sul no del Pd (da Renzi a Martina, da Franceschini a Orlando) ai grillini. L’esperienza passata poi, non depone, bene. Berlusconi nel 2010, dopo la rottura con Gianfranco Fini, riuscì ad ottenere la fiducia della Camera con appena tre voti di margine grazie ai “deputati responsabili”, ma poi il suo esecutivo cadde un anno dopo. L’ipotesi delle elezioni politiche anticipate, per gli opposti veti, si fa sempre più concreta. Sarà un caso, ma sia Salvini sia Di Maio hanno rispolverato i toni populisti da campagna elettorale.

Qualcosa, però, potrebbe cambiare. Salvini da una parte e Berlusconi dall’altra, potrebbero trovare delle novità, miscelando le loro due proposte, in modo da arrivare ad una maggioranza in Parlamento. Mattarella sembra voler evitare lo scioglimento delle Camere elette appena due mesi fa e punterebbe, in mancanza di altre soluzioni, su “un governo di transizione” per approvare la legge di bilancio a fine anno in modo da evitare i previsti aumenti dell’Iva e per realizzare una modifica della legge elettorale introducendo un premio di maggioranza.

Gli orologi scandiscono le ultime ore per cercare una mediazione all’interno del centro-destra e tra quest’ultimo e il M5S. C’è poi il serbatoio di voti dei dissidenti grillini e dei centristi finiti nei Gruppi Misti della Camera e del Senato per un possibile confronto, come del resto un eventuale interlocutore, anche se difficile, resta il Pd ancora scosso da una profonda crisi per la disfatta elettorale alle politiche del 4 marzo.

Un fatto è certo: l’incertezza è grande e nel clima di scontro di tutti contro tutti, il centro-destra a trazione leghista sta guadagnando terreno: ad aprile ha vinto nelle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia e in Molise; i sondaggi lo danno in crescita dal 37% al 39% dei voti mentre il M5S e il Pd restano stabili (il primo al 32-33% e il secondo al 18%). Secondo molti esperti di legislazione elettorale chi ottenesse il 39% dei voti con il Rosatellum potrebbe anche incassare la maggioranza dei seggi.

Perciò a Salvini non dispiacerebbero per niente nuove elezioni. Prima di Di Maio ha chiesto il ritorno immediato alle urne. Il segretario della Lega precedendo Di Maio ha proposto di indire a giugno le elezioni politiche anticipate.

Il capo del M5S prima ha proposto un governo con la Lega e poi con il Pd, ma sono falliti tutti e due i progetti. Così Di Maio ha smesso i panni istituzionali e ha rimesso quelli populisti: ha chiesto di andare a votare subito, «anche il 24 giugno»; ha respinto il progetto di “un governo di tregua” perché «non esiste tregua per i traditori del popolo».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

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